domenica 20 settembre 2020

 

CONSIDERAZIONI ATTUALI

 

Individuo. Società. Religioni a confronto

 

Premessa

 

Carattere del presente lavoro è l’utilizzo di alcuni strumenti letterari, nella fattispecie di alcune distinte “forme” o “generi” letterari: la cronaca autobiografica; l’opuscolo a carattere politico, economico e sociale, incentrato su questioni riferibili al contesto sociale di cui lo scrivente è parte, con più ampi accenni ad alcune problematiche relative alla storia italiana; l’indagine storico/religiosa; il commento  a opere prettamente teologiche. Tutto ciò attraverso un procedere prevalentemente divulgativo, quindi espressivamente semplice, che dovrebbe consentire, per quanto possibile, allo scrivente, di confrontarsi, oltre che con il proprio vissuto personale e il contesto familiare e sociale di riferimento, anche con una problematica di più ampio respiro, cioè la tematica religiosa. I suddetti strumenti sono necessari anche a che lo scritto in parola possa adeguatamente favorire nel lettore una riflessione che proceda nel senso suddetto in merito alle stesse questioni, possibilmente suscitando sempre nel lettore un qualche moto introspettivo, anche relativamente a problematiche di più ampio respiro, ossia alle problematiche teologiche, cioè attinenti alla religione o per meglio dire “alle” religioni, con una chiara limitazione della trattazione a quelle maggiormente diffuse e praticate nel mondo. Tutto ciò altresì nell’intento di stimolare nel lettore un rinnovato interesse per le tematiche in discorso, insieme al tentativo di determinare un sommovimento in senso positivo della sensibilità sempre del lettore, e ciò nell’auspicio che sempre il lettore, e sempre se ve ne saranno, persino tra coloro cui accadesse di avere tra le mani lo scritto in parola, eserciti nei riguardi di esso


scritto tutto ciò che occorre per apprezzare adeguatamente un lavoro di scrittura simile a quello cui mi riferisco in questa breve premessa, e che cercherò di sviluppare in seguito, e cioè specificamente quella dote naturale ma che può comunque essere appresa, e che risulta a ciò indispensabile: la capacità di porsi delle domande e di cercare di dare ad esse delle risposte. Lo scritto che presento al lettore è suddiviso in cinque parti, apparentemente ciascuna a sé stante e nondimeno tutte legate da un intento che rappresenta in via definitiva l’esigenza, da parte dello scrivente, di testimoniare il proprio vissuto e altresì di chiarificarlo a sé stesso prima che ad altri, tutto ciò anche con l’ausilio della trattazione storica e teologica, cui riferire un discorso sufficientemente ampio sulle religioni, ciascuna collegata ad un preciso contesto storico. Il presente scritto vorrebbe, pertanto, costituire una indagine sui fini ultimi del proprio personale percorso di vita, generalizzando la propria esperienza individuale, a carattere interiore, per estenderla e porla a confronto con quella relativa al contesto familiare e sociale di riferimento, per poi passare “hegelianamente” da quest’ultimo al concetto di “trascendente”, nel modo in cui tale concetto si trova espresso dalle maggiori manifestazioni del sacro, cioè sempre del trascendente, che la civiltà umana abbia ad oggi prodotto: le religioni. E sempre tra le religioni, riferendomi a quelle più diffuse nel mondo, maturare una riflessione che per i gradi suddetti conduca ad una maggiore conoscenza, come in un percorso di personale catarsi, dapprima dello scrivente relativamente al proprio vissuto, e successivamente in riferimento agli altri ambiti indicati, ma sempre tenendo  presente la ricerca di un ideale punto di contatto intellettuale con il lettore, in merito a tutto ciò che in termini concettuali sarà inserito nel presente lavoro, in maniera che lo scrivente spera sia coerente e sempre nella speranza che il presente lavoro possa costituire un tramite atto a tale intento. Come detto, le partizioni in cui il presente scritto è suddiviso sono cinque: la prima è incentrata sulla personale  ricerca interiore che dovrebbe consentire a chi scrive, per quanto possibile, di rinvenire entro sé stesso i propri ricordi, quelli ovviamente di una certa rilevanza e attinenti alle situazioni che pian piano emergeranno nel corso della scrittura, ed anche quelli a carattere strettamente


personale, così da renderne partecipe il lettore; tutto ciò insieme alla formulazione di considerazioni e opinioni sempre a carattere strettamente personale, ma sorrette da un sostrato di conoscenze specifiche, sulla realtà vivente del comprensorio del Vallo di Diano, cioè il territorio in cui vivo, il che sarebbe a dire un insieme che, come accennato, auspico sia coerente, composto di notazioni e considerazioni, anche a carattere propositivo oltre che meramente descrittivo, innanzitutto in riferimento alla mia storia personale, per poi poggiare su una base critica a sfondo politico/sociale/economico la descrizione di avvenimenti relativi al contesto sociale, non eccessivamente recenti, che per essere valutati con un minimo di oggettività richiedono di essere osservati alla giusta distanza, e quindi per l’appunto relativamente risalenti. La seconda parte dello scritto consta invece di un insieme di considerazioni, sempre a carattere personale, e tuttavia fondate su una minimale base di nozioni teologiche, relative ad un’opera direttamente riferibile ad una figura di altissimo rilievo all’interno della Chiesa Cattolica, cioè il Santo e Pontefice Giovanni Paolo II. Le osservazioni che intendo formulare riguardo a questa figura “epocale” nella storia della Cristianità traggono a fondamento, tra le opere che il sunnominato Pontefice ha a suo tempo redatto e dato alle stampe, il libro/intervista a cura del vaticanista Vittorio Messori, dal titolo “Varcare la soglia della Speranza”, un’opera chiaramente abbastanza risalente, in quanto pubblicata nel 1994, ma che ritengo nondimeno ricca di interesse anche per i lettori di oggi, relativamente ai quali mi pare costituisca un qualcosa che conserva un valore eminentemente divulgativo e anche indirettamente educativo, quale essa ha sempre avuto, valore che è percepito anche dallo scrivente, cioè che lo scrivente ha interesse a raccontare l’intervista al papa, di cui ha preso lettura, come momento di personale riflessione, e sempre sulla base dei contenuti che un lettore, peraltro non del tutto privo di nozioni di teologia, sia atto a leggere e a recepire possibilmente senza troppe difficoltà. Ciò che scriverò a proposito dell’opera considerata, sarà comunque qualcosa di originale e a sé stante: nessun timore di plagio. Si tratta invero di un buon numero di osservazioni e considerazioni personali, da un lato a carattere divulgativo, dall’altro a carattere


esplicativo o di semplice commento, originate dalla lettura del testo in parola, ma come detto senza che chi scrive si appropri della lettera dell’opera, cioè senza che ne realizzi una semplice riscrittura. Sempre poi nel solco tracciato dall’approccio, il quale vorrebbe essere umilissimo ma anche ove occorra, rivolto in senso critico, all’oggetto dell’analisi, la terza parte dello scritto che presento al lettore, include, essa parte, per quanto possibile e per quanto la difficoltà di realizzarne il proposito lo consenta, una comparazione tra le maggiori – se non altro quanto al numero di fedeli che esse possono contare – religioni del mondo presente, e cioè oltre alla Cristiana, la Musulmana, la Ebraica, la Induista, e la Buddhista. E sempre per quanto i mezzi intellettuali e culturali di cui posso disporre me lo consentano, una comparazione che sia suddivisa in due “insiemi” secondo un ragionamento che proceda per “affinità/differenze”, ragionamento che conduca esso stesso a considerare in un insieme indipendente, ma che contenga tutto ciò che riguarda, se non altro a livello divulgativo, le interrelazioni tra Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo, cioè tra quelle che vengono a ragione dette “Religioni del Libro”, perché tutte in qualche modo legate alla Scrittura Biblica, e quindi più simili ciascuna alle altre. In tal senso tenterò di instaurare un discorso che, dalle origini dei culti menzionati, giunga sino ad oggi, e ovviamente anche e per quanto detto un discorso relativo a tutte le interrelazioni tra Cristianesimo, Islamismo ed Ebraismo dalle origini sino ad oggi, ovviamente sulla base di alcuni ben definiti episodi storici, con particolare riferimento, quindi, all’aspetto storico prima che teologico, ma con le dovute cautele, cautele frutto di un approccio privo di pretese veritative o scientifiche, alle vicende che interessano e soprattutto “hanno interessato” nel corso di secoli, le tre religioni considerate. Ad esempio e per quanto riguarda gli Ebrei, evidenziare e commentare le periodiche persecuzioni che ancora ad oggi denotano il particolare rapporto tra questo popolo dalla storia millenaria e il suo Dio, che è fonte di prosperità ma anche di immani tragedie, rilevantissima fra tutte l’Olocausto subìto dagli ebrei nel secolo scorso, avvenimento che gli ebrei considerano chiaramente alla stregua di una delle tante sciagure inviate da Dio a causa dell’allontanamento di Israele, cioè sempre degli


Ebrei (Israele, cioè Popolo di Dio, cioè Popolo Ebraico) dalla via della Fede in Yahveh, il loro Dio, il Dio delle Scritture. Se poi tento di risalire indietro nel tempo attraverso l’utilizzo della riflessione personale e di quel minimo di cognizioni di cui ho memoria in merito al tema trattato, ma soprattutto della bibliografia che ne è alla base, allora mi si rivelano di specifico interesse i rapporti tra Ebraismo e Cristianesimo nei territori a prevalenza cristiana, nella fattispecie focalizzando l’attenzione su un Paese e su un’epoca, quale fu l’Italia e quali furono i secoli precedenti la realizzazione dell’Unità politica del Paese, quando ancora esisteva uno Stato della Chiesa che con l’Ebraismo intratteneva rapporti di relativa intolleranza e segregazione, e finanche ancor più indietro nel tempo, tentando di indagare il tipo di relazioni intercorrenti tra l’ebraismo e le altre due religioni oggetto del presente discorso, ed anche, ove lo scrivente riesca nell’intento, il tipo di relazioni tra le tre religioni monoteistiche e gli adoratori di altri culti durante quello che fu il periodo di nascita e consolidazione dei fondamenti teologici e dottrinali delle tre religioni in parola. Per quanto riguarda la storia del Cristianesimo, ma anche dell’Islam, pur non essendo un teologo uno storico vorrei fare lo stesso che con la religione Ebraica, cioè elaborare una ricostruzione della storia di ciascuna di queste fedi in relazione alle altre due traendo a motivo alcune vicende storiche in riferimento alle quali ha avuto luogo un qualche tipo di interazione tra coloro che, nel corso di secoli, rispettivamente, abbracciavano ciascuno uno dei suddetti culti. Quindi non solo a partire dal punto di vista teologico, ambito nel quale peraltro e come detto, posso contare su un limitato insieme di conoscenze, ma soprattutto in riferimento alle vicende storiche del culto cristiano, gran parte delle quali ovviamente presuppone  un incontro/scontro sempre tra cristianesimo e gli altri due culti interessati e di ciascuno di essi con gli altri due. Insomma tutto ciò che nel volgere degli ultimi 2000 anni circa si può ritenere abbia interessato nella maniera più rilevante, e cioè nei modi e nelle maniere che verranno evidenziate nel corso dello scritto, i tre culti in parola. Tutto il discorso è ovviamente da intendersi rivolto a fini che sono sempre divulgativi, non essendo lo scrivente uno storico, un teologo, come detto, ma


forse un capace divulgatore. Per altro verso vorrei che l’intento comparativo della presente scrittura interessasse anche le affinità e le differenze tra due religioni che fanno riferimento ad altri contesti civili e sociali e a differenti ambiti socio/culturali ma che sono altrettanto rilevanti, non fosse altro che per il numero di fedeli che ancora oggi ad esse rendono culto nel mondo, ossia Induismo e Buddhismo, religioni anche esse in parte fondate su testi scritti di riferimento. La quarta parte è invece relativa ad una riflessione, puramente personale, ma ovviamente su base testuale, attinente al problema dell’esistenza dell’anima per come esso è inteso negli scritti di S. Tommaso D’Aquino. La quinta e ultima parte del presente lavoro vorrebbe invece essere un tentativo di confrontare il contenuto dei Vangeli e ancora il problema relativo alla sostanza animica, con la riflessione personale di S. Agostino, quale fondamentalmente essa è condensata in alcuni suoi scritti giovanili.

Parte prima: considerazioni personali retrospettive

 

Per iniziare mi si lasci ribadire che l’insieme delle considerazioni che mi accingo a formulare e sviluppare nella prima parte della presente scrittura, se mi si concede la legittimità di una simile pretesa, è relativo, in qualche maniera e misura, alla mia storia personale, unitamente ad alcune considerazioni in merito alla realtà del comprensorio valdianese, cioè del Vallo di Diano, un territorio situato al confine tra Campania e Lucania, amministrativamente afferente alla Provincia di Salerno, nel quale vivo e ho vissuto la gran parte della mia vita; considerazioni condensate nel presente scritto e nei limiti che mi sono concessi e dalla mia personale memoria e dal materiale documentale che a suo tempo ho avuto modo di consultare. Le fonti cui ho attinto al fine di attenermi per quanto più possibile alla veracità e  all’esattezza delle informazioni e delle cognizioni inserite nel presente scritto, sono molteplici e verranno indicate nella bibliografia riportata in fine alla presente scrittura, in una sezione ad esse specificamente dedicata. Peraltro mi sarebbe chiaramente impossibile mettere per iscritto ed al tempo stesso attribuire valore veritativo a tutto ciò che, al di delle fonti la cui fruizione da parte mia è stata


indispensabile ai fini della scrittura del presente lavoro, non si trova altrove che nella mia memoria e sulla quale memoria altrettanto ovviamente non esistono e non possono esistere fonti scritte o altrimenti consultabili. Vorrei anzi ribadire che la mia memoria è l’unica fonte davvero in massima parte attendibile, sempre a scanso dei predetti riferimenti bibliografici, in merito a tutto ciò che di personale ho facoltà, in quanto la mente ancora lucida di un uomo di mezza età, quale io sono, me lo consente, di ricordare nel merito di ciò che è stata la mia vita dai primi mesi successivi alla nascita fino ad oggi. Ciò che vale per gli autori di tutti i libri di memorie e di cronache autobiografiche vale quindi anche per me, almeno in questa parte del presente scritto: non esigo né pretendo che tutto ciò che ricordo corrisponda al vero, come non pretendo che il materiale consultato sempre ai medesimi fini, cioè la realizzazione di questa parte del presente scritto, allo stesso modo in cui in un qualunque scritto che vorrebbe porsi come di “critica sociale” o, nello specifico della parte del presente scritto dedicata alle memorie personali dello scrivente, come di “cronaca autobiografica”, peraltro commista a considerazioni di ordine politico, sociale ed economico, nel senso più propriamente riferibile a tali espressioni, sia un qualcosa di sufficientemente attendibile. Detto altrimenti non pretendo che ciò che mi accingo a narrare e ad esporre, nonostante il lume costantemente volto alla ricerca della esattezza e della inconfutabilità, quanto all’aspetto veritativo, di un racconto peraltro difficilmente verificabile nei  fatti, nella sua versione definitiva, in una parola quello che in fabbrica si dice “prodotto finito”, non sia anche notevolmente differente, anzi forse addirittura contrastante in riferimento alle intenzioni iniziali dello scrivente. Non è altresì mia personale intenzione citare tutti coloro che ho avuto la sfortuna, a volte, a volte la fortuna di incontrare nel corso di 38 anni circa di vita vissuta. Tuttavia chiedo al lettore un minimo di indulgenza pregandolo di considerare che l’esigenza di tutelare il diritto alla privacy, la mia così come quella di altri, non può porsi in contrasto con l’esigenza di menzionare se non rappresentare per quanto è in me, una buona parte di coloro che ho incontrato e che ho frequentato nel mio personale percorso di vita e


di studio. Attribuirò quindi a ciascuno di coloro che, nel bene e nel male, mi hanno accompagnato nel mio personale percorso, dei nomi fittizi, se proprio occorresse attribuire a ciascuno di loro un nome, pur nella più completa incertezza, in merito alla probabilità che gli interessati, anche tra coloro che avranno tra le mani la presente scrittura, abbiano modo e motivo di ricordare quei giorni, quei momenti che rappresentano dei frammenti del loro vissuto come del mio, ma che ad ogni modo confido abbiano lasciato una qualche traccia anche nei loro ricordi. Se è così ne sono più che lieto; se non è così allora sono certo di potermene in qualche modo fare una ragione. Tutto ciò che ho scritto finora è ovviamente necessario a chiarire i termini del discorso, e costituisce altresì una dichiarazione cautelativa contro coloro che, ove gli salti la pulce nell’orecchio o la mosca al naso, comincino a “meditare” azioni legali nei miei personali riguardi, sempre in ragione di ciò che mi accingo a mettere per iscritto.

Come in ogni prova letteraria che si rispetti, e penso ai Promessi sposi del Manzoni piuttosto che al Decameron di Boccaccio, all’Iliade di Omero piuttosto che alla Sua Odissea, occorre che il narratore inquadri il contesto dell’opera, ed è ciò che tenterò, spero efficacemente, di fare qui preliminarmente anche io. Innanzitutto, trattandosi di uno scritto che in parte attinge al genere letterario della autobiografia, ma anche a quello dell’opuscolo di critica sociale e di costume, credo che inizialmente, come nella successione dei generi citati cui ho inteso riferire il contenuto dello scritto in parola, occorra qualche breve cenno al luogo della mia nascita, cioè, con termine abusato, una “ridente” cittadina in provincia di Salerno a nome Polla. Polla può essere territorialmente collocata in quel frangente della nostra Italia in cui prosperano i centri abitati che con locuzione anch’essa ormai abusata vengono definiti “piccoli centri”, con riferimento a quella espressione più generale, cioè Italia dei Comuni, espressione la quale non è altro se non quell’abito mentale che porta a considerare che, sebbene unica in quanto “Nazione”, esiste in Italia un consistente novero di centri abitati che conservano, accanto alle proprie, irriproducibili bellezze naturali, anche un certo modo di vivere, di pensare, di concepire i valori sociali e


quindi un proprio concetto di socialità e di convivenza, differente da comune a comune. E’ questa una regola a cui Polla non fa eccezione. A questo punto sento l’esigenza di descrivere, per quanto è in me, coloro che a Polla non solo ci sono nati, come lo scrivente, ma anche coloro che ci vivono da sempre, quotidianamente. Se tento di ritornare sufficientemente indietro con la memoria, ai miei ricordi di bambino e poi di ragazzino, essi ricordi sono ossessionati, in riferimento a Polla, dalla terribile paura degli zingari. Si diceva all’epoca che il Nostro Oriente, cioè i territori al di dell’Adriatico, territori che un tempo avevano rappresentato una ragione di timore ma anche delle più strambe fantasticherie, e cioè sempre e ovviamente i Paesi al di dell’Adriatico; quei Paesi, a causa del crollo, o per meglio dire della “implosione” della propria struttura ordinamentale, cioè della Federazione Jugoslava, in precedenza retta politicamente e militarmente dalla forte autorità del dittatore Josip Broz, detto Tito, nome di battaglia quest’ultimo, assunto dal dittatore durante la resistenza contro i nazifascisti, dopo la morte di questi fosse piombata nel caos più assoluto a causa del risorgere di risentimenti religiosi conflittuali, temporanemanete sopiti dalla dittatura ma mai del tutto scomparsi. Si diceva anche che in un contesto del genere, frammentato e violentato dalle guerre interetniche, alcuni oppositori al nuovo ordine, cioè quelli che mi verrebbe da definire “anticomunisti per vocazione”, in Patria, ma al di fuori dei confini di quest’ultima “comunistissimi”, fossero stati indotti all’espatrio da una falsa “propaganda”, che li avrebbe motivati a recarsi oltre Adriatico per “esportare il comunismo”. Si diceva anche che questo fenomeno migratorio di massa interessasse non solo la ex Repubblica Federativa Jugoslava, ma ad esempio anche la vicina Albania. Tuttavia coloro i quali giunsero sulle coste italiane erano sì jugoslavi e albanesi ma non propriamente appartenenti a quelle etnie. Erano per dirla tutta, “zingari” o “gitani” che dir si voglia. E da allora, cioè dal loro arrivo a Polla come nei centri limitrofi, e privi di mezzi di sussistenza, si diceva un tempo che gli zingari cominciassero a commettere ogni genere di latrocinio, insomma di “furto”, nelle strade e finanche nelle abitazioni, finché, giunto all’età della piena ragione, un mio


coetaneo mi raccontò che gli zingari avevano smesso di rubare. Ma Polla non era e non è soltanto questo. Polla è un comune che, per quanto riguarda l’atteggiamento verso il resto del comprensorio, non ha quel calore umano, quella apertura empatica che potrebbe essere invece attribuita a uno dei Paesi limitrofi, ad esempio a Sant’Arsenio.Tuttavia a Polla esistono, come in ogni gruppo sociale organizzato che sia degno di questo nome, delle regole, regole che vanno al di di quelle “statali”, che periodicamente vorrebbero imporre alle istituzioni ivi presenti criteri  e parametri di riferimento ad esempio in materia di gestione “ospedaliera”. No: gli abitanti di Polla lottano periodicamente perché l’ospedale non venga   destrutturato come vorrebbero alcuni, ristrutturato, come vorrebbero altri, chiuso al pubblico come talaltri vorrebbero. Si parla, per quanto riguarda Polla, di gruppi e sottogruppi sociali concorrenti e compresenti allo Stato e da quest’ultimo separati non certo fisicamente, ma a causa del loro carattere di popolo. In epoche ormai passate, cioè durante il II Conflitto Mondiale, ad esempio, gli zingari venivano deportati nei campi di lavoro, dove si tentava di dar loro una educazione alla proprietà, al lavoro onesto, al rispetto della legge, peraltro senza che tutto ciò sortisse grossi risultati. È la stessa dinamica adottata con maggior successo nei paesi ex componenti della defunta URSS, che attraverso il sistema delle zone etniche risolse per lungo tempo il problema dei caratteri asociali o antisociali degli zingari, assegnando sulla base della etnia di riferimento, ciascun gruppo etnico ad una regione territoriale, nel rispetto degli usi e dei costumi federativi ma anche su un piano di parità: io rispetto i tuoi usi e costumi purché non danneggino i miei, tutto ciò su una base di reciproca convivenza. Nascono così gli stati a prevalenza “nomade” delle repubbliche sovietiche dell’Asia centrale.

Ma parlavo di Polla. Tutto ciò che riesco ancora a ricordare del mio comune di nascita è, da un lato, una forte connotazione politica comunista, il rifiuto totale di autorità legittimamente costituite, una qualche tolleranza per l’elemento religioso e d’altra parte l’assenza quasi totale di politiche per il lavoro. Non c’è modo a Polla di trovare un qualche tipo di occupazione retribuita in quanto il réfrain è il seguente:


cerchi lavoro? A cosa ti serve un lavoro se abbiamo un ospedale e quando hai fame puoi andare lì e riempirti lo stomaco? Si direbbe, e non vorrei straparlare, di economia razionata, pianificata, persino per quanto riguarda il cibo. A suo tempo, quando in altri luoghi, in altre sedi, si era nel ’92, fu deciso che in Italia bisognava portare i comunisti, il proposito fu sicuramente realizzato, ma a che prezzo? Tramite quali politiche di integrazione i migranti di oltre Adriatico furono accolti in Regioni come le Puglie o l’Entroterra Lucano? Quello che ricordo è un caos incredibile. Posso ipotizzare, ma è solo un’ipotesi, che una volta caduto il sistema partitocratico a causa di Mani Pulite, coloro i quali erano vicini alla propria fine politica avessero deciso di passare dalla socialdemocrazia al comunismo senza attendere che le “nostre” masse fossero pronte, ma addirittura invocando l’intervento esterno  di gente che comunista lo era, ma semplicemente perché aveva la luce elettrica erogata direttamente dallo Stato, gente che insomma non era libera neanche di accendere la luce elettrica senza rendere conto a nessuno, tanto meno allo stato e cioè gente che non aveva sufficiente discrezionalità neanche relativamente a “quanta” elettricità utilizzare, sia in ragione del tempo che della quantità. Dicono che a Polla i consumi, a parte i pasti in ospedale, sono ridotti al minimo, e ovviamente quando qualcuno va in ospedale per mangiare è perché ha assunto qualche sostanza, volgarmente definita “pane”, che favorisce l’appetito. Ovviamente oggi a Polla la droga circola a fiumi come quasi dappertutto, non solo quindi a Polla, ma mi domando se il ricorso alla droga più che un bisogno indotto dai tempi presenti non sia un modo per controllare che le cose vadano bene, che nessuno si lamenti, che l’ordine sociale non venga turbato. Non sei contento della famiglia? C’è la roba. Va male con la ragazza? C’è  la roba. Altra istituzione che se penso a Polla ricordo con piacere è il convento dei Frati di Sant’Antonio che rappresenta, come tutte le istituzioni ecclesiastiche, un qualcosa di “buono”, come una casa sempre aperta in cui chiunque può entrare in un momento difficile. Se penso alla politica mi viene da pensare che non sono mai stato in sede comunale a Polla, cioè non so, ancora oggi e pur essendo un uomo di mezza età, dove si trovi la sede del comune di Polla. Probabilmente esiste un tale livello di


anarchia, il che non vuol dire “assenza” di regole ma una tale “interiorizzazione delle regole” che il potere amministrativo centrale non necessita, per essere esercitato, di istituzioni propriamente dette. Per passare ad altro mi fa sempre un gran piacere ripensare alla struttura urbanistica di Polla, il suo Ponte sul fiume Tanagro, il suo Monumento al Milite Ignoto, ma soprattutto la sua vita notturna, la sua Taverna del Cinghiale Bianco: difficile arrivarci ma servizio, portate e coperto sono impeccabili. Polla è sicuramente un “comune” nell’Italia dei Comuni, e non è molto differente tra i comuni del comprensorio, ad esempio da Sant’Arsenio, comune immediatamente limitrofo, provenendo dalla direzione Sud della SS19. Anche Sant’Arsenio ha il suo ospedale di riferimento, anche Sant’Arsenio lotta costantemente per una causa di civiltà: che l’ospedale rimanga aperto. Non importa che l’avversario sia la Provincia, la Regione, lo Stato. C’è gente che ha bisogno di cure e l’ospedale deve rimanere. Su Sant’Arsenio e il suo ospedale mi piace ricordare quello che a suo tempo un mio amico mi raccontò e dato che udii lo stesso concetto ripetuto da più persone ciò mi porta a riflettere se non sia proprio così. L’amico in questione mi disse che a Sant’Arsenio c’era e forse c’è ancora, una brutta aria, come se la gente che nasce e cresce lì avesse qualcosa di intimamente perverso, che porta la maggioranza della cittadinanza a recarsi almeno una volta nella vita in ospedale, in particolare nel suo reparto psichiatrico. Ovviamente quello che succede a Sant’Arsenio non è quello che succedeva mettiamo in Russia ai tempi di Breznev, cioè  milioni di persone  internate a causa di malattie inventate  come  la

c.d. “psicosi del dissenso”. Un amico mi disse che a Sant’Arsenio la gente va in ospedale a causa di qualche tipo di contaminazione nell’aria che respira. Forse è una diagnosi migliore e più vera di quella della psicosi del dissenso. Di Sant’Arsenio ricordo un concetto della “pubblica proprietà” che non è quello che c’è in altri comuni. Lì esiste un rispetto per gli spazi pubblici che non si trova altrove. Non a caso uno dei pochi comuni che può permettersi di pagare un vigile urbano è proprio Sant’Arsenio, e tutto ciò ovviamente affinché vi sia qualcuno che si occupi degli spazi pubblici impedendo fenomeni deteriori come  vandalismo o scarso rispetto del


codice della strada la cui osservanza è il prodromo al pubblico decoro e all’ordine pubblico ma anche un qualcosa che consente di evitare accidenti come sinistri stradali o occupazioni abusive dello spazio pubblico, come accadrebbe se cominciassero a sorgere contrasti tra coloro che ai pubblici spazi “ci tengono” e coloro che vandalizzano un pubblico bene come una panchina pensando così di ribellarsi allo Stato, alla pubblica amministrazione o a chi quella panchina ha realizzato. Tra Polla e Sant’Arsenio c’è San Pietro al Tanagro, comune di dimensioni ridotte in riferimento a Polla o Sant’Arsenio, ma davvero pittoresco, col suo edificio comunale che ne rappresenta l’elemento di maggiore evidenza. Ecco, io non conosco altri edifici comunali in quella zona del comprensorio a parte il palazzo comunale a San Pietro. Ciò che colpisce è che accanto alla sede del Comune è sorta una piccola piazza con un piccolo pub, l’Urbe, nome motivato forse da un richiamo benaugurale ai tanti ragazzi che da San Pietro si spostano a Roma per “fare l’Università”. Ciò non vuol dire, sia per San Pietro che per Polla, che per Sant’Arsenio, che queste entità cittadine siano delle copie in piccolo dell’EUR a Roma. Anche i tre centri hanno i loro vicoli, le loro zone nascoste e anche ovviamente e purtroppo luoghi colpiti dal degrado urbano, ma la politica serve  anche a questo: alla integrazione e al recupero sociale. In tanti partono con l’idea di fare il sindaco ma poi ci rinunciano perché la vita va vissuta per come è, va accettata in maniera moralmente sana e nel rispetto di tutti: questo vuol dire “integrazione”.

E veniamo al comune che più di tutti ha interessato i miei primi vent’anni di vita: Sala Consilina, che la stampa “comunale”, e non soltanto quella cartacea ma anche televisiva, almeno a livello di tv locali, definiscono “comune capofila” del Vallo di Diano. Ho passato a Sala Consilina tanti anni di studio e di socialità. Ho cominciato dalle elementari, come tutti, dalle suore però. Una formazione dura, a volte non adatta a bambini di quell’età ma che nella sua durezza aveva il seme degli uomini e delle donne di oggi, cioè degli ottimi cittadini e cittadine. Ciò che quel tipo di scuola predilige è ovviamente la formazione caratteriale e morale del bambino anziché quella prettamente didattica, ma ciò che ti rimane è un patrimonio di abilità che


nelle scuole pubbliche non puoi trovare, perché le scuole pubbliche tendono a privilegiare esigenze di integrazione che presuppongono che il docente venga incontro al discente per aiutarlo quasi in modo “personalizzato”. Dalle suore no: lì siamo tutti uguali, non conta niente nessuno e ci sono degli standard di formazione che devono essere raggiunti. Per me passare dalle suore alle scuole medie è stato come passare dal carcere alla “rivista” in stile Totò: un cambio totale di prospettiva, minore disciplina, maggiore serenità nello studio ma anche minore profitto. Ancora oggi porto dentro le ferite del tipo di educazione ricevuto dalle suore, ma ne conservo anche il prezioso insegnamento. Poi le superiori al Liceo Classico. Studiare mi appassionava, ero uno in gamba, e tra le righe devo anche dire che all’età di 15 anni subii un atto di bullismo: fui malmenato davanti all’ingresso del Liceo per motivi che ancora adesso mi restano oscuri. Peraltro devo dire che gli anni del Liceo passarono discretamente bene, sia a livello di profitto che a livello di socialità, per quel poco che le differenze tra ragazzi provenienti da contesti sociali, cittadini e quindi culturali tra loro differenti potevano permettere.

Tutto ciò che ho scritto finora riguarda ciò che è la memoria “di superficie” dei miei primi vent’anni, ovviamente a livello scolastico, di contesto sociale e di cittadinanza. Tutto ciò che racconterò da ora in poi è un po’ una confessione ma è anche un modo per liberarmi da ricordi spiacevoli. Alcuni psicoterapeuti dicono che scrivere dei propri guai può essere un’ottima valvola di sfogo, e io ci credo. Ecco perché vorrei raccontare alcuni episodi che riguardano quella sfera dell’interiorità individuale che non può essere facilmente raccontata senza mettere da parte un po’ di pudore insieme ad una minimizzazione dell’ottemperanza alle convenzioni sociali comunemente accettate.

Tutto ha inizio quando avevo circa tre anni di età. Ero ricordo, un bel bambino, vispo, intelligente, in salute. Già a due anni davo a mia madre tali noie che per disperazione la povera donna mi mandò all’asilo, dove imparai a leggere e scrivere prima dei tre anni d’età. Ricordo che mangiavo anche in asilo, e che sulla qualità


delle portate, da bricconcello che ero, avevo anche da dire. Solo a volte però. Ho ricordi frammentari delle frequentazioni in asilo ma ricordo bene il mio primo approccio all’insegnamento da parte di chi di dovere e alla formazione scolastica, che devo anche dire non fu dei migliori. Non accettavo critiche o prese in giro, mi sentivo perseguitato. Questo tipo di atteggiamento, cioè un vago senso di persecuzione me lo sono portato dietro per tutto l’iter scolastico, fino alle superiori e poi anche dopo, all’università, dove è sfociato in una vera e propria psicosi. Credo che il cattivo rapporto con la scuola intesa certo, come istituzione, ma anche come individui che lì dentro ci lavorano, sia nato principalmente da una non conoscenza delle dinamiche sessuali che in quei luoghi si instaurano tra bambini e poi ragazzini e poi adolescenti e magari anche con docenti. Tutto ciò per chiarire che la carica erotica di ragazzini sui 12 anni di età e a volte ancora più giovani, non viene percepita, come si può leggere in tanti testi dedicati all’infanzia e all’adolescenza e al passaggio dall’una all’altra. Esistono o esistevano ai tempi in cui ero ragazzino, insegnanti i quali, anziché consigliare ai genitori di prendere di frequente i propri figli sulle ginocchia come si faceva una volta, quando alle famiglie si diceva, in relazione ai figli e durante la loro crescita, la verità delle cose, cioè che nella fase dello sviluppo adolescenziale, la carica erotica di maschietti e femminucce va in qualche modo addolcita per non dare luogo a fatti o esperienze, piacevoli o spiacevoli ma comunque traumatizzanti; dicevo che esistevano docenti i quali anziché fare tutto ciò che un docente coscienzioso dovrebbe fare, in merito a questa problematica, non davano alcuna delle indicazioni che pure avrebbero dovuto dare a chi di dovere, cioè le famiglie, ma a volte “scandalizzavano” essi stessi i ragazzini per motivi che possono essere di duplice natura: o l’ignoranza del docente in merito oppure il menefreghismo e l’atteggiamento paracriminale del docente o dei docenti in questione. Occorrerebbe ripensare il concetto di sessualità in spazi pubblici come la scuola, gli ospedali, le carceri e in genere in ogni luogo in cui si riceve una qualche forma di educazione o rieducazione. Nel dire tutto ciò muovo dal presupposto che la ragione del generale silenzio, soprattutto a scuola, sulla morale


sessuale e sul modo di fare certe cose, sia un qualcosa che va a ledere la libera e serena crescita dell’individuo. Dato che, e parlo per esperienza, il sesso ognuno lo fa a modo suo e che c’è anche gente incapace di farlo, allora si tace anche a coloro che ne avrebbero la capacità, la possibilità di avere una sana vita sessuale. E qui  veniamo al tema di fondo che, raccontando la mia vita, devo dire, mi sono trovato  ad affrontare. Ovviamente si parla sempre di ambito scolastico, ambito nel quale ho trascorso la gran parte della mia vita. Il problema di merito mi pare chiaro ed è la assoluta confusione e disorganizzazione; per risolverlo esistono due soluzioni: o si continua come adesso a mescolare gli studenti, uomini e donne senza un minimo criterio regolatore, senza attenzione a cose come per l’appunto il fatto che il sesso ognuno lo fa a modo suo; oppure si separano anzitutto uomini e donne. In secondo luogo occorrerebbe uno screening sulle tendenze sessuali di uomini e donne e infine una suddivisione del corpo scolastico secondo quelle che sono le “affinità” più che secondo quelle che sono le differenze. Ho avuto modo di sperimentare rapporti sessuali non cercati, non voluti, ma solo imposti e necessariamente accettati perché i cc.dd. “partner” avevano un modo di approcciare l’altro, in questo caso il sottoscritto, che a me non piaceva. Allo stesso modo è capitato il contrario, cioè che fossi io a prendere l’iniziativa in quel senso, senza ovviamente chiedermi se il tipo di approccio tentato fosse consono ai desideri e alle inclinazioni del partner di riferimento. Allora per risolvere il problema alla radice occorrerebbe una educazione sessuale inserita nelle materie curriculari perché bene o male, arrivati a 12 anni d’età i ragazzini riescono a capire con chi andare e perché. Quelli che non ci arrivano vanno edotti in quel senso. Se non si operasse in tal modo si arriverebbe a un punto tale in cui i traumi, anche a posteriori, che è possibile subire, magari anche senza rendersene conto in via preliminare, sono tali e tanti che alcuni equilibri durante la crescita ne resterebbero irrimediabilmente compromessi. Poi ovviamente mi preme esprimere e descrivere un concetto di libertà che a mio parere non ha mai perso di validità, il quale concetto implica che la socialità è convivenza e non arbitrio. Ma, mi domando: è meglio convivere nella confusione più totale o


prediligere l’ordine nei centri di formazione dei cittadini del domani per avere cittadini migliori? Se l’educazione sessuale continuasse ancora ad oggi a non essere inserita come materia curriculare almeno a partire da dopo la frequentazione delle scuole dell’obbligo, come potrebbero i ragazzini maturare consapevolmente la propria identità sessuale senza traumi? Siamo sicuri che la separazione tra uomini e donne fin dalle scuole primarie non potrebbe essere un deterrente per evitare che, da adulti, si arrivi al punto limite, e succede, di bruciare i copertoni sul lungo mare mettiamo a Salerno? Una domanda che mi verrebbe da fare ai sostenitori della promiscuità sarebbe la seguente: si può da parte di una giovane donna, violentare un bambino di due anni senza contatto fisico? Ma probabilmente se succede allora vuol dire che o la donna in questione non sa che violentare un bambino di due anni è reato, oppure se ne frega perché tanto esiste un concetto di sessualità che è uguale per tutti, ma ovviamente solo a livello teorico. Mi tornano alla mente ricordi confusi sui miei primi anni, anni in cui ero ovviamente, data l’età, un soggetto debole. Ricordo con rammarico le frequentazioni con comitive di zingari albanesi, con venezuelani emigrati dall’Italia ai tempi del Fascismo e ritornati in Patria, e altre esperienze simili le cui cause devo, in quanto cittadino consapevole, necessariamente ricondurre ai regimi politici che di volta in volta, in spregio alle più elementari regole di diritto, consentivano a tale gentaglia di minare le fondamenta dell’ordine sociale con la loro sola presenza.

E passiamo all’ambito familiare. Sono nato da padre “pavimentista” e madre “commerciante al dettaglio”. Ho conosciuto tra i miei antenati, solo quelli materni e non quelli paterni, in quanto mio nonno paterno è deceduto prima che io nascessi. Ho invece conosciuto mia nonna paterna, che è vissuta molto a lungo e che mi ha visto diventare uomo. Ricordo di aver sofferto anche la fame, in certi frangenti temporali, in certi periodi storici, in cui già i politici di professione stringevano la proverbiale cinghia, figurarsi i comuni cittadini.


Ma il problema di cui adesso voglio parlare, per liberarmi dai sensi di colpa e dai fantasmi del passato è il mio percorso universitario. Dopo i primi due anni di studio “matto e disperatissimo” ho subìto un crollo psico/fisico che mi ha impedito di portare a termine gli studi in tempi ragionevoli e tuttavia ho ottenuto la laurea nell’aprile scorso anche con buona media e buon punteggio finale, anche grazie ad una tesi ben fatta. Quello che mi auguro nel futuro è riuscire a lavorare a Roma come avvocato, perché fare l’avvocato è il mio sogno, fin da bambino e anche perché, dopo 20 anni di studio del diritto, credo di doverlo a me stesso.

Vorrei spendere qualche parola ancora sul corpo docente e sui suoi metodi di insegnamento, a cominciare dalle scuole elementari. Personalmente credo di aver ricevuto, quando ero alunno delle suore, la migliore educazione possibile per quei tempi, ma devo dire che ho dovuto, purtroppo e sempre a causa di un errato concetto di socialità, condiviso all’epoca anche nelle scuole paritarie, frequentare individui aberrati e aberranti che facevano cose come rubare dolciumi nel vicino negozio di alimentari, utilizzare droghe pesanti fino al punto di scambiarsi gli aghi, dare luogo nei locali deputati a toilette alle peggiori colluttazioni e risse, del tutto immotivate, in alcune delle quali io stesso più di una volta sono stato coinvolto. La docente dell’epoca mi proibiva di aver accesso ai locali dei water per una decisione di crudele isolamento dal resto della “marmaglia”, cosicché ero costretto ad aspettare la fine delle lezioni per attingere un po’ d’acqua presso la nonna di un amichetto che aveva a disposizione una fontana. Credo si possa dire che quegli anni,  se  confrontati all’addestramento militare che viene impartito ai soldati americani nei sei mesi precedenti la leva per il Vietnam, ad esempio nel film di Kubrick Full  Metal Jacket, possano rendere l’idea del tipo di educazione ricevuto, ovviamente con le dovute giuste proporzioni. Devo dire d’altra parte che lo studio alle elementari non era continuativo, ma inframmezzato da un paio di mesi di riposo, che trascorrevo giocando a calcio con gli amici. Dato che però la rabbia repressa dalle suore veniva fuori virulentemente durante la partite di pallone che si giocavano almeno due volte alla settimana, mio nonno materno, col quale ho sempre avuto un


pessimo rapporto, un giorno presso il focolare, come se fossi un animale, mi malmenò pesantemente, cosa che ricordo ancora con orrore. Tutto ciò senza contare i litigi che ero costretto a sperimentare quotidianamente con mio padre che all’epoca, vuoi per ignoranza vuoi per altri motivi, non era certo uno stinco di santo. Se il rapporto con mia madre e con mio padre era quello che era, il rapporto con mia nonna materna era anche peggiore. Litigavamo ad ogni occasione buona perché quello che lei preparava da mangiare a me non piaceva, così per ridurmi alla fame cucinava sempre peggio e solo e soltanto cibi che solo ero tacitamente obbligato a mangiare, perché tutti gli altri, a cominciare da mio padre e mia madre, evitavano certi alimenti. E veniamo al rapporto con i coetanei dell’epoca. Un episodio valga per tutti: quando venivano a casa a giocare ai video/games, gli amichetti d’infanzia gettavano gli scarti delle caramelle dietro il mobile su cui era collocato il televisore e mia zia materna (si, avevo una zia materna morta di tumore all’età di 42 anni) ovviamente pensava che il responsabile fossi io.

Detto tutto ciò mi domando: come etichettare il mio vissuto, come interpretarlo, come farmene una ragione? Razionalmente mi dico che è la vita stessa che implica in sé delle spiacevolezze, ma ciò non toglie il valore umano della sofferenza. La sofferenza è qualcosa di presente nel mondo e riguarda tutti, ma la sofferenza da me vissuta, poiché riguarda solo me, è la “mia sofferenza” e me la tengo stretta.

Per ritornare al rapporto con mio nonno materno, data la esigenza a carattere morale che mi spinse a rappacificarmi con lui negli ultimi anni della sua vita (morì alla veneranda età di 96 anni) mi viene alla mente un ricordo. Ricordo che abbiamo trascorso molti pomeriggi lungo il Tanagro, il fiume che attraversa la periferia di Sala Consilina, in macchina, da soli parlando del più e del meno e a volte anche ridendo tra noi. Ecco: questi sono episodi che ricordo con piacere. Per quanto riguarda mia nonna materna, poiché negli ultimi anni di vita viveva costretta su una sedia a rotelle, spesso le portavo gli affettati per la cena giù dal negozio di alimentari, negozio che lei, data l’età, aveva ceduto a mia madre (mia nonna viveva


al piano superiore e salire e scendere le scale le costava molta fatica ). Abbiamo anche avuto momenti di intimità e di confidenza nei quali abbiamo parlato io dei fatti miei lei dei suoi, sempre su un piano di educazione e di civiltà. Ho trascorso dieci anni con i miei nonni, a cui in definitiva ho sempre voluto bene. Nonostante tutto. Ho anche un fratello che all’età di 20 anni circa commise, sempre che l’accusa fosse fondata, un tentativo di reato ai danni di un ragazzo handicappato e ci furono degli strascichi a livello penale. Grazie a Dio l’avvocato difensore era uno bravo. Dopo i guai giudiziari mio fratello è emigrato a Hong Kong dove ha impiantato una piccola attività commerciale di import/export, con la quale ha accumulato un po’ di soldi, si è legato a una bella ragazza, italiana, immigrata in Cina da generazioni, e adesso non so quali intenzioni abbiano per il futuro. Gli auguro solo un mondo di bene.

Vorrei spendere ancora qualche parola sulla parentela, e magari esporre il mio personale concetto di rapporto di parentela. All’epoca in cui avevo una decina d’anni, mio nonno pensò bene di reclutare in ottemperanza ad esigenze  lavorative, in quanto da poco diventato suo “genero”, uno spiantato che però, pur essendo un perdigiorno, aveva fatto colpo su mia zia cioè sulla sorella di mia madre. Mio nonno mise a disposizione del genero un locale di ampia metratura per collocarvi una attività di produzione di insegne luminose. Mio nonno trasmise la scarsa simpatia che aveva per me anche a suo genero, cioè mio  zio, il quale non voleva assolutamente che io gironzolassi nel “magazzino artigianale”. Fui malmenato da mio zio, da alcuni dipendenti della “azienda” e anche da altra gente solo perché ero un bambino abbastanza precoce e devo dire anche un po’sfacciato. Sta di fatto che ora il “negozio” impiantato in quel locale non esiste più, mio zio che spiantato era e spiantato è rimasto, ha lasciato “roba e debiti” come si dice da noi e se ne sono perse le tracce. Al momento è in arrivo, alla veneranda età di 95 anni un mio prozio dall’America per non so quali motivi o risentimenti o punti d’onore feriti.


Devo aggiungere che l’iniziale “tirata” sugli zingari deriva dal fatto che solo a posteriori le cose della vita emergono in maniera nitida e chiara. E infatti a  posteriori mio zio si è confermato per quello che è, cioè uno zingaro, un nomade, un individuo senza fissa dimora. Il locale inizialmente assegnato da mio nonno, ormai defunto, a mio zio all’epoca cui ho accennato, è collocato sotto un piano superiore che al tempo in cui le cose andavano bene, cioè quando mio zio mangiava bene grazie alle affiliazioni politiche e grazie ai soldi facili, fu ristrutturato, da semplice “nuda struttura” e adibito a dimora della figlia, mia cugina, che intanto aveva preso marito. Tuttavia quando i soldi sono venuti a mancare per gli stessi motivi per cui è difficile che una mucca partorisca due vitelli gemelli, la struttura, già rimessa a nuovo, non poté essere pagata per quanto valeva il lavoro che era stato eseguito sempre sulla struttura, che ora è rimasta abbandonata probabilmente per gli stessi motivi per i quali le case dei cosiddetti “camorristi” a Napoli rimangono abbandonate a causa della incapacità, da parte dell’occupante di turno, di pagare l’amministrazione comunale che ha decretato la costruzione dell’immobile destinandolo a edilizia popolare, con l’obbligo però per l’occupante, di pagare quanto meno a rate l’opera finita.

Nella mia famiglia che, devo dire è abbastanza estesa, ci sono però anche altri parenti, di cui uno, un mio zio, è stato, ai tempi delle migrazioni di italiani del Sud verso il Nord Europa, “apprendista” in una fabbrica di cabine per veicoli agricoli in Svizzera. Una volta tornato in Patria, sempre qui a Sala Consilina, decise di impiantare una fabbrica di cabine, le stesse che aveva imparato a costruire in Svizzera. Sto parlando del fratello di mio padre il quale si atteggia ancora oggi che ha un’età, ad industriale mentre coloro che davvero realizzano le cabine sono gli operai, essendo lui un incapace. Mi pare di aver capito che l’età alla fin fine gli abbia dato alla testa. Il suo concetto di lavoro è “io progetto le cabine e gli operai le realizzano”, ma gli operai potrebbero lavorare anche da soli, perché ovviamente lo sanno fare mentre lui è un mezzo rimbambito che non capisce niente. Questa è parte della situazione.


Altra situazione sarebbe con l’altro mio zio, sempre fratello di mio padre, il quale per anni mi ha riservato le peggiori umiliazioni e questo solo perché io volevo “studiare”. Da quando sono laureato non l’ho più visto. E Grazie a Dio.

Ci sarebbero poi altri parenti, a loro volta parenti di mio zio ma da parte della zia acquisita. Mi risulta che una dei due abbia avuto una overdose da eroina e che l’altro non abbia fatto di meglio se le informazioni di cui dispongo non mi ingannano.

Ci sarebbero poi altri miei c.d. “parenti”. Devo però fare una precisazione: dato che negli ambienti familiari a struttura patriarcale, quale quello da cui anche io provengo, ci si passa i nomi, primo per confondere le acque ai tutori dell’ordine e poi per accusare falsamente il legittimo portatore del nome, allora si verifica che una intera famiglia priva di nome si attribuisca la parentela di una persona onesta per fare i propri porci comodi, nella sicurezza di poter spendere il nome dello sprovveduto in caso di guai con le forze dell’ordine. Ora i parenti di cui vorrei parlare hanno fatto esattamente questo. Si sono attribuiti il mio cognome di battesimo per poter poi addossare la colpa di qualche illecito a me facendo il mio nome alle forze dell’ordine, senza la minima consapevolezza, sempre da parte della parentela, circa il controllo capillare del territorio e la abissale disponibilità di informazione su soggetti che operano in maniere semi legali, da parte di carabinieri, polizia e quant’altro. La loro attività economica, che nelle intenzioni dovrebbe essere una rivendita all’ingrosso di mangimi, è completamente priva di capitali, ma se questo non fosse abbastanza andrebbe anche detto che il proprietario, nominalmente mio cugino, si abbandona alle peggiori turpitudini con i figli e forse anche con la moglie a quanto mi è dato sapere.

Altri cugini li ho in quel di Policastro, amena cittadina balneare sulle rive del Tirreno. Mia cugina fa la donna delle pulizie ma almeno è un lavoro onesto. Il marito è impegnato a quanto mi risulta in attività poco pulite. Si tratta di una famiglia patriarcale alla vecchia maniera, che, ribadisco, ho modo di sospettare implicata in traffici poco puliti.


Ora che il quadro familiare che mi vede e mi ha visto appartenervi è stato da parte mia, e credo in maniera esatta e chiara, sebbene approssimativa per via di scarsa anche se formalmente onorata frequentazione, in minima parte descritto, è mia intenzione, sempre nel solco della affermazione preliminare al presente scritto, cioè che tutti coloro di cui sto per “parlare” sono persone la cui identità, se questa fosse rivelata, potrebbero legittimamente dolersene, sia a livello personale, sia a livello legale; dicevo che è mia intenzione descrivere le molte vicende che hanno interessato nel volgere degli anni le persone cui ho accennato, tentando, quale scopo ulteriore, di risalire, sempre per quanto la memoria e le fonti a cui ho avuto ed ho facoltà di attingere, me lo consentano, ad alcune generazioni antecedenti alla presente, per meglio delineare un quadro di “famiglia” che è, bene o male, parte di me e che su di me proietta le proprie influenze, sia implicite, cioè sottostanti alla sfera della percezione cosciente, sia esplicite, cioè nel senso di tutto ciò che a livello prettamente auto/coscienziale mi è dato ricordare.

Comincio allora questo mio racconto a partire dal più risalente antenato da parte di madre, ciò che sarebbe a dire il padre del padre di mio nonno, quindi il mio “trisavolo”. Dalle scarne informazioni di cui dispongo e che mi provengono da un fuggevole colloquio con mio nonno, ad oggi defunto ma all’epoca ancora in vita, ho appreso che segno di sottomissione e di reverenza nei riguardi di quel lontano antenato da parte dei nipoti, quale anche mio nonno era, consisteva nel baciare il piede destro del vecchio antenato e mi verrebbe da pensare che all’epoca, si era secondo un calcolo approssimativo almeno all’inizio o comunque nella prima metà del XIX secolo, non era ancora diffusa la pratica del baciamano, senz’altro più agevole, se non altro a livello di impegno “fisico” in confronto a quell’altro tipo di ossequio. Questo è tutto ciò che dalle memorie del mio defunto ascendente ho appreso in merito ai caratteri e alle costumanze di quell’epoca, così lontana nel tempo che il suo ricordo non era probabilmente molto “presente” neanche a mio nonno, nel momento in cui me ne metteva a parte. Il vecchio antenato di mio nonno aveva d’altra parte una dozzina di figli da cui nacque anche il padre di mio nonno,


cioè il mio bisnonno, a nome Nicola. Conservo ancora tra le carte della casa in cui abito la decorazione che coraggiosamente l’antenato Nicola si guadagnò con onore combattendo in battaglia a Vittorio Veneto. Conosco il passato del mio bisnonno Nicola grazie ai riferimenti a lui rivolti da mio nonno, quando ancora era in vita. Anche mio nonno di primo grado, a nome Antonio, fu soldato in guerra, questa volta la seconda guerra mondiale. Spesso davanti al focolare mi raccontava di essere stato dislocato all’epoca , insieme al battaglione di cui era parte, in Grecia, ovviamente nel contesto di quell’impresa fallimentare dal punto di vista militare, che ricordano tutti coloro che hanno un minimo di memoria storica, nella quale persero la vita centinaia di migliaia di nostri compatrioti, prima del provvidenziale invio da parte di Hitler, di truppe paracadutate per salvare il salvabile, cioè non solo mettere fuori pericolo i residui dell’esercito italiano ma anche capovolgere le sorti della battaglia facendone una vittoria che non mi perito di definire “posticcia”, ovviamente per parte italiana. Sempre durante le tante sere passate dinanzi al focolare nonno Antonio mi raccontava di aver appreso anche parte della lingua e della sintassi greche, dato che in Grecia rimase in ferma per ben due anni. Non è mia intenzione spacciare i racconti e i ricordi di mio nonno per verità, semplicemente perché tutto ciò che usciva dalla sua bocca non avrebbe potuto più essere verificato ma soltanto creduto. Eppure in tutto ciò che diceva non mi pare di aver avuto la ventura di riscontrare incongruenze di sorta, mi è mai sembrato di scorgerlo nell’atto di mentire, ad esempio per coprire la memoria di uno scontro armato nel quale per ipotesi un soldato nemico avesse perduto la vita a causa sua o altro. Anzi soleva ripetere di non aver mai esploso un colpo. Ciò che piuttosto seppi da mio padre in seguito, fu che, anziché combattere, mio nonno a un certo momento fuggì dai luoghi deputati al contingentamento delle milizie, sia regolari sia fasciste, per evitare di essere destinato ad un teatro di guerra particolarmente “caldo”, tutto ciò ovviamente per non rischiare di rimetterci la vita. Una volta poi tornato dalla guerra ricordo sulla base di quanto appreso da mia madre, che impiantò una piccola “taverna” come si usava all’epoca e da lì, dal momento che gli affari andavano bene, un piccolo


negozio di generi alimentari, collocato sotto il piano superiore della casa ereditata da mio bisnonno Nicola, e anche in questa nuova attività, grazie al senso degli affari, del risparmio e del decoro, mia nonna, a nome Marianna e sempre mio nonno Antonio concepirono le loro figlie: mia zia Angela, mia Madre Raffaella e mia zia Nicolina. Io nacqui nel 1983 ed ebbi la fortuna di passare i primi anni di vita in una situazione di relativa agiatezza, grazie al fatto che le attività di mio nonno e di mia nonna, cui successivamente sarebbe stata associata anche mia madre, andavano per il meglio. Ho già accennato ai primi anni di vita, che trascorsero in maniera relativamente serena, circondato dall’affetto dei parenti e coccolato e vezzeggiato in ogni modo. Ho anche già detto che, una volta lasciata la casa paternale e trasferitisi i miei genitori a poche centinaia di metri di distanza dalla dimora dei suoceri, giunto all’età dei 2 anni circa fui mandato all’asilo, a differenza di mio fratello che invece già all’epoca manifestava repulsione per tutto ciò che vuol dire lavoro ma finanche ordine, disciplina e ovviamente studio. Mio fratello Antonio rimaneva perciò con mia madre, a me toccava la scuola. Dei primi anni di asilo ho ricordi frammentari, ma ricordo le sfuriate delle suore contro i bambini troppo vispi e anche qualche episodio di bullismo a mio danno. Quello che di quell’esperienza ricordo con più vivo rammarico è un qualche tipo di accenno o approccio che dir si voglia a carattere sessuale, sia da parte della maestra laica, sia da parte di qualche compagnuccio. Giunto in prima elementare, avevo già un discreto bagaglio di esperienze che a quell’età e anche prima di quell’età, sono più che diffuse. Lo studio mi appassionava e mi piaceva, non solo per un’embrionale tendenza a ricercare la soddisfazione intellettuale ma anche e soprattutto per i complimenti della maestra, che mi erano di stimolo a migliorare. Ricordo che, come già detto, la disciplina era molto severa. Non c’erano alternative: o studiavi o studiavi per forza. Le prime due classi delle elementari le frequentai con due insegnanti laiche, non però dalla terza classe in su, perché da lì in poi ci furono le suore e non più le maestre. Ripeto come ho già accennato all’inizio del presente lavoro, che la disciplina cui sei sottoposto se studi dalle suore è molto più “dura” che con maestre laiche e lascia il segno.


Tuttavia non mi sentirei di negare a me stesso il ricordo di quegli anni, tre per la precisione, vissuti a contatto con le serve di Dio. La maestra era solita dire che le case si comincia a costruirle dalle fondamenta e non dal tetto, come a dire che quello che fanno nelle scuole pubbliche è cominciare dal tetto. Grazie a Dio giunsi in quinta elementare e ottenni la licenza elementare, anche con buon profitto. Dopodiché le medie inferiori, che per me come ho già ricordato rappresentarono una ventata di aria pulita, maggiore libertà, anche e soprattutto d’espressione, maggiore piacere nello studio, insegnanti con cui potevi discutere anche più liberamente di quanto la differenza di ruolo tra docente e discente potrebbe consentire. Ricordo con estremo piacere alcuni docenti dai quali ho imparato molto, sia a livello umano che  a livello meramente didattico: due su tutti, il Prof. Gaetano Ricciardone e la Prof.ssa Teresa Damiano, delle vere guide per ogni ragazzino di quell’età, cioè 12 anni circa. Anche alle medie inferiori ottenni ottimi voti e la licenza, dopodiché iniziai un percorso per me del tutto nuovo al liceo classico, ma senza abbandonare la costanza e la perseveranza dei primi anni di studio. Gli anni del liceo li passai con giovani della mia età ma provenienti a gruppi di due o tre da più Comuni del comprensorio, ciò che ovviamente non favoriva i rapporti sociali e men che mai quelli “amicali”, cioè caratterizzati da maggiore intimità. Gli anni del liceo trascorsero, comunque sia, in maniera tranquilla, anche se devo dire che a volte la pace del contesto scolastico veniva turbata da una lercia congrega di teppisti provenienti dall’esterno del liceo, che cercavano solo di fare confusione, ad esempio malmenando qualche studente che, povero, magari si era alzato alle sei di mattina per andare a scuola anziché perdere il proprio tempo dietro a stupidaggini o peggio. Devo peraltro dire, come ho già fatto, che anche a me è capitato di essere malmenato davanti all’ingresso del liceo. Ancora ad oggi non riesco a capacitarmi delle ragioni che spinsero un energumeno di cui ovviamente tacerò il nome, a scagliarmi addosso una gragnuola di pugni, ma ovviamente è passato, è un qualcosa che fa parte dei c.d. “brutti ricordi” ed è un qualcosa che risale a quella età e lì rimane, collocato in un canto della memoria che cerco sempre di non rivangare. Per quanto riguarda il


profitto al liceo, esso profitto era davvero alto, era qualcosa che compensava la solitudine cui la studentesca mi aveva condannato dopo essere stato malmenato, insomma la gran parte di coloro che frequentavano il liceo non voleva la mia presenza, mi considerava “di troppo”, a parte il corpo docente, che di me ha avuto sempre un ottimo concetto. Anche gli anni del liceo però giunsero al termine. Ottenni il diploma col massimo dei voti, cosa che considero un titolo di merito e un attestato di stima da parte della commissione esaminatrice.

Nel 2002 mi iscrissi all’Università LUISS Guido Carli di Roma. Nei primi due anni di università seguii tutti i corsi, dalle otto del mattino alle sette di sera esclusi i sabati. Tuttavia ebbi, per cause ancora del tutto da appurare, un crollo psicofisico al secondo anno, per il quale fui costretto a tornare a Sala Consilina, dopodiché cominciai a fare la vita del pendolare, cioè spostarmi da Sala a Roma, Città che era, come accennato, sede dell’Università, e viceversa anche da Roma a Sala, non più ogni sei mesi o nelle feste comandate come nei due primi anni, ma ogni volta che si presentava una scadenza da rispettare, ad esempio un esame. Ho fatto la vita del pendolare per molti anni ma d’altra parte ad oggi sono laureato con 50 esami sostenuti, una parte in Roma, una parte in Polo Mattioli a Siena, dove a suo tempo decisi per motivi personali di trasferirmi per concludere il mio percorso di studi. Al momento sono in cerca di lavoro.

Bene. Ora, dopo aver parlato di me e della mia situazione personale credo di poter accennare a quella della mia famiglia “allargata”, cioè descrivere con maggiori dettagli tutti coloro che, bene o male sono o sono stati parte della mia vita personale, che mi hanno per così dire accompagnato nel cammino percorso fino ad oggi, insomma tutti coloro che, per un motivo o per un altro hanno incrociato la mia strada, anche se solo a tratti o momentaneamente.

Poiché è mia ferma convinzione che la capacità di instaurare relazioni sociali degne di questo nome appartenga soltanto a coloro che abbiano raggiunto un certo grado di maturità mentale e quindi anagrafica, sento l’esigenza di considerare che le prime


interazioni sociali consapevoli – lo dico, beninteso, senza essere un sociologo un pediatra – si possano instaurare approssimativamente intorno ai sei anni di età. Ma di quella età io non ho ricordi abbastanza rilevanti per considerare finanche i contorni di un simile tipo di interazione. Tutto ciò che impari prima dei sei anni serve unicamente se non esclusivamente a prendere per così dire le misure a ciò e a chi hai intorno, cioè tutto ciò che ti circonda a livello fisico e solo in ultima istanza tutto ciò che costituisce i rapporti umani, in primis le persone. I miei primi rapporti umani al di fuori dell’ambito familiare li ho avuti ovviamente con i compagnucci all’asilo. Ora, avrei in proposito la necessità interiore di prospettare due possibilità: se tutto va bene riesci un attimo ad armonizzare i tuoi atteggiamenti e il tuo modo di pensare, concepire il mondo, interpretare la realtà con quello dei tuoi compagnucci; se va male sei relegato in un limbo dal quale è difficile uscire. Ad esempio a me all’asilo piaceva scrivere, disegnare, insomma praticare quel novero di attività intellettuali che a quella età alcuni, e sono una minoranza, prediligono svolgere, se non altro per mero interesse, ma anche a volte perché l’isolamento cui gli altri ti sottopongono e che deriva da considerazioni estranee a cose come le capacità individuali ma che fa riferimento ad un atteggiamento molto diffuso già tra bambini: se non fai quello che faccio io, ti escludo; porta a rifugiarsi in quel tipo di attività che sono senz’altro al di di ciò che elementarmente la vita quotidiana richiede, ma che hanno comunque sia una rilevanza “differente”, comparabile alla stessa differenza che corre tra un muratore e un ingegnere. Arrivati al punto in cui cominci ad essere isolato per le tue idee, per il tuo modo di vivere, per il tuo concetto di attività e di quotidianità, non ti rimane molto altro da fare che gettarti nelle attività prettamente intellettuali o presunte tali. Scrivo tutto ciò per portare alla mente del lettore la circostanza, banalmente espressa dal noto andante, secondo cui “non si  può avere tutto dalla vita”, il quale mi pare rappresenti con viva forza evocativa  tutto ciò che riguarda il mondo della scuola, del quale mondo mi permetto di parlare perché ad esso ho dedicato più di trent’anni della mia vita e al quale continuo a dedicare tutto il tempo di cui posso disporre nell’arco della giornata. Non è per


citare banalmente l’Antoine che cantava “ti tirano le pietre” ma è soltanto un modo per constatare che se prendi una strada non c’è ritorno e se la strada che prendi è quella sbagliata allora ci possono essere dei problemi. Ed ecco perché esistono gli educatori sociali, e tutto quel novero di figure di riferimento, all’interno delle istituzioni scolastiche, che coadiuvano il corpo docente nell’indirizzare, innanzitutto attraverso la valutazione delle prestazioni intellettuali degli alunni, e poi valutandone il modo di attingere ai rapporti sociali, verso il ruolo che nel contesto sociale, inteso in senso ampio, quei giovani uomini e quelle giovani donne andranno a svolgere.

Ma ritorniamo per un attimo alla descrizione delle prime persone che ho avuto intorno poco dopo essere venuto al mondo; parlo ovviamente dei genitori. Nei primi anni di vita, fin verso i due anni di età ero un bambino di un tale vitalità che consideravo una tortura vera e propria passare dalla tre alle cinque ore davanti all’apparecchio televisivo. I programmi per bambini che all’epoca somministravano le tv di stato mi erano venuti talmente a noia che avevo “letteralmente” delle crisi di nervi ogni volta che andavano in onda e soprattutto ogni volta che ero costretto a guardare “Holly & Benji” piuttosto che “Pollon” , “Heidi” o altri che adesso non ricordo. Sentivo letteralmente il bisogno “fisico” di uscire di casa, di andare in giro, di prendere contatto col “fuori”, come in una ripetizione inconscia di quello che è l’atteggiamento del feto materno una volta giunto al momento del parto. A quell’epoca – si era in altri tempi – mio padre e mia madre non avevano una casa tutta per sé ma convivevano con mia nonna paterna, la quale a suo modo faceva sentire la propria “influenza” e la propria “autorità” di ascendente anche a volte attraverso modi bruschi, cosa che ha continuato a fare fino all’età di ottantaquattro anni, quando poi ci ha lasciati. A questo proposito sento il dovere di dire, a detrimento delle istituzioni e delle pratiche ecclesiastiche, che il prete, convocato  per l’occasione presso il letto di morte della defunta, ritenne un punto d’onore e me lo fece anche sommessamente notare, che io uscissi dal locale perché, a suo dire, non avendo io seguito le celebrazioni eucaristiche per lungo tempo, non avevo il


diritto di pretendere di essere presente nell’occasione in cui a mia nonna sarebbero stati somministrati i sacramenti che la stessa occasione richiedeva, e ciò ovviamente anche contro quella che era la mia volontà, sacramenti che sarebbero stati omessi se nonostante le intimazioni io fossi rimasto nel locale. Si tratta di un comportamento riprovevole sia a carico del prete sia a danno della pubblica decenza. Tu prete non hai alcun diritto, persino in una prospettiva meramente legislativa, di escludere dal luogo in cui si trova un defunto uno dei presenti solo perché a tuo parere il cristiano in questione – perché sempre di cristiani si parla – conduce una vita che a tuo giudizio non è una vita conforme a quelle che sono le tue convinzioni in merito alle Sacre Scritture. Ricordo che nel locale della defunta era presente una donna con la quale avevo precedentemente avuto degli screzi, o per meglio dire un vero e proprio litigio, tutto ciò a suo tempo, e comunque anni prima che mia nonna venisse meno. Al momento del funerale nessuno di noi due, cioè io e la donna in questione, avemmo il coraggio di dare e ricevere le condoglianze l’un l’altra ma qualcosa nel suo atteggiamento mi fece intendere che il litigio di un tempo poteva considerarsi un qualcosa di passato, non tanto a livello temporale ma come atteggiamento di reciproco perdono e reciproca empatia, cosa che il prete in questione non avrebbe mai capito.

Per tornare al discorso relativo alle persone che ho avuto vicine nei primi anni di vita credo meriti se non altro di essere menzionata la sorella di mia nonna, presente al momento in cui mia nonna fu presa da malore e trasportata d’urgenza in ospedale. Quel che ricordo piacevolmente in proposito sono le parole di conforto da lei pronunciate per rassicurare mia nonna sull’esito del malore da cui era stata colpita. Oltre a ciò, ma si tratta di un episodio più risalente, ricordo con simpatia tutti i dolciumi di cui appena giunto all’età della ragione, ebbe la gentilezza di offrirmi dopo che con papà e mamma eravamo stati una volta a casa sua per una visita di cortesia.


Ricordo che sempre a causa della spiccata vitalità che manifestavo da bambino man mano che crescevo venivo accompagnato da mia madre dal barbiere per una sana scapigliatura e magari anche qualche colpo di rasoio ai primi accenni di barba. Il barbiere era molto simpatico e anche molto disponibile, capace, preciso come un neurochirurgo di chiara fama e molto professionale.

Intanto la vita andava avanti, l’impegno scolastico era costante e assiduo, e ricordo le splendide giornate di sole, quando indisturbato scorrazzavo per i campi e per le vigne della “masseria” di mio nonno materno, ricordo, ecco: ricordo il mare. Ad ogni fine anno scolastico per ben tre mesi mia madre portava me e mio fratello che, devo dire, era abbastanza riluttante a quel tipo di trasferte, nella ridente, anch’essa come Polla, cittadina di Policastro, dove si dice ancora che proprio lì, in quel luogo, Gioacchino Murat, cognato di Napoleone avesse pronunciato le famosissime parole “qui non si muore”. Mia madre aveva un concetto di vacanza che non era il mio e non era neanche quello di mio padre. Il suo – di mia madre – modo di intendere le vacanze al mare era il seguente: alzarsi prestissimo la mattina per trovare una volta raggiunto il lido, un mare calmissimo e soprattutto pochissima gente lì in spiaggia. Il mio concetto di vacanza al mare ovviamente non era il suo: io la vacanza al mare la vedevo più che di giorno, di notte, quando la gente va a divertirsi in qualche locale alla moda o qualche ritrovo esclusivo. Ad esempio avrei voluto che di sera, non tutte le sere ma almeno qualcuna, noi quattro, io mio padre, mia madre e mio fratello, si andasse tutti in un ristorante col menu a base di frutti di mare, o a mangiare una pizza o comunque a partecipare di quel tipo di ambiente che solo i locali “di mare”  ti possono dare e che solo lì puoi pretendere di avere.

Ora, non è mia intenzione fare come si dice un volo “pindarico”, ma soltanto continuare a parlare semplicemente del mio vissuto personale, che come dicevo non può essere fatto solo di ricordi belli ma anche di qualche brutta esperienza, anche in termini di umiliazioni personali, fissate a livello consapevole perché particolarmente dolorose, perché ciò che vivi, bene o male ti lascia un segno, bello o brutto che sia.


Cominciamo dal principio. Quando ero studente delle superiori e a fine anno scolastico, l’amministrazione scolastica organizzava, col pretesto di perfezionare negli studenti la conoscenza della lingua inglese, che era materia curriculare, cioè oggetto di valutazione, dicevo la presidenza del liceo organizzava gite a pagamento con destinazione Inghilterra, o comunque Paesi di lingua anglofona. Durante queste gite o escursioni che dir si voglia, ne capitavano di tutti i colori. C’erano addirittura docenti che si premunivano, prima della partenza, con involucri contenenti hascish o altre droghe leggere con l’intento di smerciare la roba oltre i confini nazionali. Ovviamente dato che in Paesi come l’Inghilterra esiste una conoscenza del tipo di italiano che vi si reca sempre con lo stesso scopo, cioè guadagnare con la droga e ovviamente edotte da chi di dovere le autorità competenti, si verifica sempre lo stesso copione: il potenziale spacciatore viene convocato dalle autorità ed è, nel migliore dei casi, costretto a consegnare il pacchetto contenente la sostanza stupefacente, senza che il senso di umanità di una nazione che è la culla della civiltà occidentale, venga meno, anche nei casi più critici e quindi senza che il tentativo di reato del potenziale spacciatore sia punito, a parte la requisizione della quantità di sostanza detenuta.

Per passare ad altro e per parlare con maggiore diffusività della mia esperienza universitaria, sento il dovere di dire per tutti coloro che non lo sapessero, e devo ammettere che l’ultimo a saperlo sono stato io, che in università non ci vanno i figli di papà ma  tutti coloro che “meritano” di andare in università. Ciò vuol dire che  non è vero il detto per cui se hai il paparino che ti raccomanda puoi ottenere la laurea, altrimenti no. Ciò vuol dire invece che per andare in università devi avere le capacità fisiche e mentali che ti preservino da un esito fallimentare del percorso universitario. Insomma ne va della vita. Ovviamente se la laurea proprio la vuoi perché non puoi fare senza, perché a certi livelli diventa una fissazione, allora ci sono centri come Milano Bicocca o Alma Mater Bologna che la laurea te la danno, senza problemi e senza grossi patemi. Se poi tuo padre o tua madre sono compromessi in qualche modo con quei movimenti che si diffusero in ambito


universitario nel ’68, allora le cose diventano un pochino più difficili ma se hai qualche soldo da parte la laurea te la puoi anche comprare.

Sul ’68 ovviamente io ho le mie idee come altri hanno le loro. Il movimento che cominciò nel ’68 può essere definito come un momento di forte conflitto tra corpo docente universitario e corpo studentesco. Le politiche economiche dei due decenni precedenti avevano determinato una forte crescita del capitale umano lavorativamente attivo, e non soltanto in occupazioni manuali, che non trovava però uno sbocco lavorativo in quei settori in cui i genitori di quel capitale umano erano stati a lungo impiegati, ad esempio aziende come FIAT o Pirelli e va detto nondimeno che quegli stessi genitori desideravano per i propri figli una collocazione lavorativa socialmente più prestigiosa della propria. Queste sono le premesse. Le conseguenze di questo atteggiamento diffuso, che se non fosse stato come detto assai diffuso, non giustificherebbe spiegherebbe un fenomeno complesso e delicato come la derivazione della scolarizzazione di massa dalle legittime aspettative della classe sociale emergente, cioè quella dei lavoratori, e non farebbe della scolarizzazione di massa un fenomeno dalla enorme portata se non altro a livello sociologico, furono che le nuove leve del proletariato, nell’empito della ricerca di nuovi diritti a parte il lavoro tout court, insomma quello manuale, pretesero di accedere a un mondo, quello delle Università e dei centri di alta cultura, che non era il loro e che soprattutto non era loro congeniale perché non ne capivano le regole di fondo. Se la scuola è un diritto, si diceva, garantito dalla Carta costituzionale, allora l’accesso deve essere libero. Il problema di fondo che il movimento non capì è che per ottenere la laurea ti devi adeguare a quelle che sono  le regole di giudizio e di valutazione del corpo docente. Ma dato che il corpo docente di allora era abbastanza differente da quello odierno, cioè tendeva all’esclusione anziché all’inclusione, alla selezione anziché alla solidarietà, il risultato è stato tutto ciò che è venuto dopo e cioè le occupazioni delle sedi universitarie, e finanche gli scontri armati tra coloro – sempre giovani erano – che comprendevano e accettavano la logica meritocratica e coloro che la rigettavano e la


osteggiavano perché lo studio è un diritto e finanche la laurea è un diritto. Ma si capisce che il ragionamento parte da un presupposto errato, che cioè tutti gli uomini e le donne siano uguali e che quindi comprendere quale sia lo studente più preparato a scapito del meno preparato sarebbe una sorta di insulto a ragione, la quale vorrebbe che tutti abbiano la stessa capacità di apprendimento al di delle differenze apparenti. Non è così e lo dimostra che anche se usi la pistola non puoi cambiare un ordine delle cose che è naturale, che va da sé. In ogni epoca storica sono esistiti coloro che apprendono, cioè i discenti e coloro che insegnano e valutano cioè i docenti. Voler addirittura ribaltare i ruoli è come una barzelletta: può far ridere, ma poco altro.

Sempre relativamente alla problematica del ’68, essa ha radici più profonde di ciò che ritiene l’opinione generale dei nostri tempi. La tesi da cui parto è la seguente. Il ’68 non è il 2001. Le vicende della II Guerra Mondiale erano all’epoca ben presenti a chi di dovere. Si sapeva che le leggi militari emanate in tempo di guerra dai tedeschi e dai fascisti in qualche modo avrebbero ostacolato i comunisti del domani. Anche oggi esiste in Germania un sistema di selezione ai fini del collocamento che interessa ogni singolo individuo che è parte del sistema di organizzazione del lavoro, della socialità, del reddito, della gestione delle imprese e ovviamente anche per quanto riguarda la gestione della scolarità e dei centri di alta cultura come le Università. Io sono rimasto con la memoria ferma alla riunificazione delle due Germanie impressa nelle memorie di molti altri a causa del notissimo episodio della simbolica caduta del muro di Berlino, ma siamo sicuri che successivamente le due Germanie siano ridiventate davvero “nei fatti” un’unica nazione? Per quanto riguarda la scolarizzazione, la quale è questione che mi interessa da vicino perché gran parte della mia vita l’ho passata all’interno di istituzioni scolastiche, siamo sicuri che in Germania vi sia una pur minima possibilità da parte del singolo “aspirante” studente di scegliere il proprio percorso di studi se non proprio di accedere all’istruzione universitaria tout court? Io avrei i miei dubbi. Da bambino frequentavo un giovincello di nazionalità austriaca la cui madre aveva da ridire sul


sistema di istruzione tedesco, che a suo parere era eccessivamente meritocratico. Al bambino in questione non veniva insegnato neanche il tedesco come lingua madre ma il dialetto parlato nel Land di provenienza. La donna era confusa e incredula perché riteneva che suo figlio potesse aspirare a qualcosa di meglio. Ecco: in Italia siamo afflitti da una fortissima carenza dello Stato e delle sue istituzioni nel senso della trasformazione del sistema istruttivo in un qualcosa che anziché la solidarietà premi il merito, anzi operi una selezione degli studenti sulla base delle reali capacità di questi ultimi anziché sulla base di istanze di solidarietà e integrazione, a scapito del merito. In Germania è il contrario: è lo Stato a decidere per i cittadini e non viceversa e questo perché ci sono dei parametri e delle categorie di giudizio e valutazione che non ci sono qui da noi in Italia. Non ci si può sbagliare: in Germania se sei destinato a fare l’operaio lo sai prima, perché esistono dei criteri di  riferimento che ti indicano le tue proprie capacità, le tue doti fisiche, finanche la tua tendenza a delinquere, in casi estremi. Ripeto che non c’è da scappare. Ovviamente in Italia abbiamo i pediatri, gli esperti dello sviluppo paidetico, gli educatori, ecc. Il problema è che non ci sono persone disposte ad assumersi la responsabilità di ciò che dicono o fanno, perché non sono persone qualificate. Ovviamente per ridurre il gap internazionale relativamente ai parametri indicati, tra Italia e Germania, sarebbe necessario che anche in Italia accadesse ciò che ai tempi accadde in Germania, cioè l’affermazione di un movimento “epuratore” e “riallocatore” di risorse, che si trattasse di capitale umano o capitale strumentale. Ma dato che i costi umani di una situazione del genere non potrebbero essere sostenuti da noi Italiani senza troppi pesi sulla coscienza allora si tira a campare. La gente sana viene ricoverata per errore e muore, mentre i pazzi girano liberi, i ladri rubano, gli assassini uccidono, gli immigrati clandestini scorrazzano alla bell’e meglio dove e come piace a loro, mentre la Chiesa cattolica cerca di tamponare i danni che sono dovuti al surplus di libertà che è oggi concessa, sempre a livello di libertà di pensiero, oltre che di azione, alla gente comune. Come risolvere i problemi se non estirpandoli alla


radice? E’ meglio eliminare il malato o la malattia? Non lo so ma qualcosa mi dice che se il malato guarisce allora sarebbe come cogliere due piccioni con una fava.

Per continuare il discorso intrapreso parlando del sistema scolastico tedesco, mi si consenta un paragone con quello italiano, ovviamente sulla base della esperienza maturata nel settore da circa 35 anni. Ciò che non funziona nel sistema scolastico italiano è ovviamente dato dalla predilezione per il valore della integrazione all’interno del circuito educativo, predilezione che viene posta in essere attraverso l’attuazione di principi generali di civiltà come la solidarietà o la inclusione, indipendentemente dalle inclinazioni intellettuali e personali del singolo individuo. Tuttavia bisognerebbe intendersi sul senso di queste espressioni. Se integrazione vuol dire accozzaglia, all’interno di una stessa classe o scolaresca, di elementi che di affine non hanno nulla a parte la condizione di “discenti”, allora non ci possiamo trovare. Un esempio di scuola davvero efficiente mi verrebbe da rinvenirlo in Finlandia, ovviamente sempre sulla base delle informazioni di cui dispongo. Lì il sistema scolastico ha due funzioni: dare agli alunni una solida formazione culturale di base e subito dopo “educare al lavoro”. Detto altrimenti: incentivare l’acquisizione di quelle abilità che consentono al singolo individuo di interagire proficuamente con la realtà quotidiana nelle sue incombenze “essenziali”, quale è appunto il lavoro. Esistono ovviamente anche forti agevolazioni alla prosecuzione degli studi oltre quella che è definita qui da noi “scuola dell’obbligo”, ad esempio la possibilità di usufruire di borse di studio o altri incentivi affinché i più meritevoli raggiungano i livelli più alti di istruzione.

Certo è che un sistema di organizzazione sociale e nella fattispecie scolastico simile a quello finlandese non lo vorrei comunque in Italia, né che questo somigliasse a quello, soprattutto perché il sistema educativo italiano, pur fondato su altri principi che l’efficienza e la produttività, cioè su principi che, come detto, sono preminentemente la solidarietà e l’integrazione, è idoneo, in base ai sunnominati criteri fondativi, cioè sempre integrazione e solidarietà, ad impartire una solida


formazione di base e ad accompagnare, tenendo conto anche di un rapporto di costante dialogo con le famiglie dei singoli studenti, il singolo studente verso la maturità, intellettuale, sociale, spirituale, in una parola “esistenziale”. Anche se magari, come è accaduto anche a me, ti trovi in una situazione in cui devi frequentare le lezioni insieme a ragazzi che stanno ripetendo l’anno perché bocciati l’anno precedente, tutto ciò può essere più che proficuo per conoscere la realtà di alcune situazioni che non sono al giorno d’oggi così lontane come potrebbero pensare coloro che sono un po’ “sprovveduti” e che ritengono che certe situazioni di “degrado familiare e sociale” interessino solo Nazioni lontane migliaia di kilometri dal nostro ambiente, dalle nostre vite, dalla nostra quotidianità. Questa è una lezione importantissima che non si può imparare se non si riesce a interiorizzare il “concetto” di “integrazione” insieme a quello di “solidarietà”, cioè l’atteggiamento favorevole a rinunciare a parte della propria educazione, della propria istruzione, della propria maturazione intellettuale, per venire incontro alle esigenze di coloro che hanno in partenza minori risorse, magari non solo a livello meramente economico ma anche per quanto riguarda il resto.

Per passare ad un altro punto che mi preme mettere in luce relativamente alla scuola pubblica, esso è nella totale assenza di igiene, la quale va ad incentivare un altro e ben più lacerante problema: una fortissima diffusione di quel fenomeno che è la “dipendenza da droghe”. E’ questo un problema sul quale ho molto riflettuto e che ha le proprie dinamiche di sviluppo e diffusione. Quando ti trovi in un istituto pubblico il contatto con coloro che fanno uso di sostanze è inizialmente involontario. Ci sono cioè in ogni scolaresca coloro che utilizzano droghe pesanti. Poiché però tali sostanze ci sono, se non altro perché circolano nell’aria, e interessano quindi tutti, drogati e non drogati, attraverso funzioni corporee come la traspirazione, e anche ovviamente nelle aule scolastiche, allora si verifica il fenomeno per cui anche se tu personalmente non fai uso di sostanze, magari il tuo vicino di banco che invece le utilizza, durante la traspirazione cutanea, ne trasmette una parte anche a te. La consapevolezza dell’essere drogato già prima di esserlo


dovrebbe essere trasmessa dal docente a colui il quale non fa uso di sostanze anche se potrebbe generare delle ripercussioni sull’andamento della attività del plesso scolastico che implicherebbero o il totale abbandono delle lezioni (sciopero) da parte dei drogati “consapevoli”, che ovviamente costituiscono la maggioranza oppure delle forti crisi da “assenza di sostanza” da parte di coloro che ordinariamente non fanno uso di sostanze pesanti, a parte che a scuola e ovviamente in maniera involontaria.

C’è poi un altro fenomeno di cui vorrei parlare e cioè i legami tra politica e liceo, e più ampiamente tra politica e scuole superiori e comunque in ultima istanza tra politica e istituzioni scolastiche.

Su questo piano mi verrebbe da ricordare, ai tempi del liceo, la letterale “invasione” di militanti comunisti, che si aggiravano costantemente, pur avendo qualche anno di età in più in confronto a noi adolescenti, sempre nel liceo di cui anche io ero alunno. Si trattava ovviamente di mal mestatori i quali pretendevano addirittura che i locali per il riscaldamento utilizzassero un tipo di combustibile contaminato con le droghe pesanti. Tutte le volte in cui il combustibile veniva a mancare si verificavano immancabilmente degli scioperi, sempre fomentati dai soliti mal mestatori, cui ovviamente veniva a mancare ciò di cui avevano bisogno: cioè le sostanze pesanti. Si capisce bene che si trattava di una situazione nella quale anche coloro che di sostanze non facevano uso, prima o poi venivano avvicinati dallo spacciatore di turno ed entravano così anche loro in quelli che Baudelaire definiva “paradisi artificiali”. Sempre sulle droghe: esse rappresentano sicuramente un problema a carattere sociologico che non riguarda soltanto l’ambito scolastico ma quasi ogni aspetto di quelle che mi verrebbe da definire “relazioni sociali”. La droga serve a tante cose: hai la ragazza? La droga facilita le interazioni a carattere sessuale. Non hai la ragazza? Non c’è problema: esistono sostanze che danno le stesse sensazioni di un amplesso. La droga è purtroppo piaga antica, le cui origini risalgono almeno all’inizio del ventesimo secolo, quando alcuni chimici sintetizzarono in laboratorio


una molecola chiamata “tecnicamente” dimetiltriptamina, che era in sostanza un derivato del papavero da oppio, quest’ultimo coltivato soprattutto in Asia centrale, in particolare in regioni come Afghanistan o Pakistan. Ora, inizialmente questo tipo di sostanza era utilizzata per curare alcune problematiche che all’epoca non rispondevano ad altre cure, come ascessi, malattie respiratorie, oltre che come comune antidolorifico. Quando però, sempre a livello sperimentale, se ne riconobbero gli effetti collaterali, l’uso di tali sostanze cominciò ad essere oggetto di provvedimenti legislativi restrittivi, tanto che ad oggi dall’assenza di regolamentazione del fenomeno si è passati ad una proibizione altrettanto sostanziale. Quanto ai motivi che inducono un soggetto a fare uso di sostanze “stupefacenti”, come oggi vengono definite le sostanze in parola, i motivi sono tanti: dalle delusioni nella vita quotidiana, alla difficoltà di accettare le traversie della vita, che comportano, per come va il mondo, la continua necessità di risolvere problemi economici, sociali e più in generale esistenziali, oppure semplicemente la scarsa capacità da parte del singolo di accettare la realtà delle cose per quale essa è. E infatti si potrebbe dire che la droga costituisce per i più un rifugio, un qualcosa che evita di pensare, e quindi, come scrisse a suo tempo Schopenauer, il filosofo del pessimismo cosmico, di “soffrire”. Questo per quanto riguarda il problema “droghe pesanti”. Se si passa a quello delle “droghe leggere”, l’uso che se ne fa dipende in sostanza da problematiche che sono più facilmente trattabili di quelle che sono relative alle droghe pesanti e tutto ciò perché in primo luogo non danno dipendenza oppure danno scarsa dipendenza. In secondo luogo perché l’utilizzo di tali sostanze è legato alla necessità di combattere cose come la “depressione”, esigenza che mi pare accostabile o addirittura prodromica, se non altro a livello concettuale, alle necessità psicologiche che stanno alla base del consumo di quelle sostanze che comunemente sono dette eroina o cocaina, cioè le droghe pesanti.

Mi pare di aver detto tutto ciò che, relativamente al problema droga, è possibile dire, quanto meno a livello fondamentale. Ciò di cui ora vorrei parlare riguarda le opportunità lavorative che un posto come quello in cui ho vissuto sino alla maggiore


età, cioè il Vallo di Diano, può offrire o non offrire. Da un punto di vista geografico la sub/regione d’Italia in cui vivo si trova nel profondo entroterra campano, e a livello meramente amministrativo fa capo alla provincia di Salerno. Tuttavia in termini geografici si trova più vicina a un centro come Potenza che a un centro come il sunnominato Salerno. Le conseguenza di questa situazione, cioè del fatto che Sala Consilina si trovi territorialmente più vicina a Potenza che a Salerno produce ovviamente delle ripercussioni innanzitutto sulla situazione economica della zona, la quale ripeto che amministrativamente fa capo a Salerno, e tuttavia territorialmente si trova più vicina a Potenza e di Potenza conserva anche alcuni atteggiamenti, alcuni modi di concepire la vita e di condurla, insomma è qualcosa che se si passa da Sala  a Potenza anziché a Salerno salta subito agli occhi, un po’ come gli orango delle foresta amazzonica si riconoscono, quando si ritrovano insieme, dall’odore. Ricordo che per ovviare a questa discrasia, cioè la dualità Salerno/Potenza, le organizzazioni politiche dell’ epoca avanzarono ufficialmente al ministero dell’Interno formale richiesta che Sala Consilina divenisse essa stessa da Città, Provincia. I motivi della richiesta sono ed erano tanti: ad esempio il maggior afflusso di denaro, cioè in gergo tecnico “trasferimenti”, che sarebbero giunti qui a Sala dal capoluogo di Regione, cioè Napoli. Insomma lo sviluppo di Sala Consilina è stato ed è sempre legato alla misura in cui gli amministratori locali, dotati o privi di qualifiche in tal senso, riuscissero nel passato e riescano nel presente a fare affluire qui a Sala i fondi necessari a impiantare attività che nella maggioranza hanno carattere commerciale. Si parla di piccoli negozi che vengono concessi mediante licenza da parte delle pubbliche amministrazioni, e quindi anche da quelle che operano in quel di Sala, senza che però alla concessione della attività faccia riscontro una sia pur minimale alfabetizzazione economica che consenta al titolare dell’attività in parola di interiorizzare la semplicissima nozione di logica economica che vorrebbe che alla dazione in prestito di un capitale seguisse l’investimento dello stesso capitale in senso remunerativo dell’investimento iniziale, secondo una percentuale di crescita adeguata all’andamento del mercato, cioè al livello dei prezzi e all’atteggiamento


più o meno aggressivo della “concorrenza”. In assenza di tutto ciò si verifica che Sala Consilina diventi una sorta di “pozzo senza fondo”, dove il pubblico denaro viene utilizzato non in senso progettuale ma soltanto per campare, da parte del beneficiario, quei sei mesi di durata del prestito a rate accordato dall’ente comunale o da chi per esso, dopodiché l’attività economica in parola viene meno. Mi domando come potrebbero Sala Consilina o per esteso il Vallo, sviluppare una struttura economica tale per cui l’ente erogatore, cioè il Comune per il tramite della Regione, della Provincia o di chi per essi, del denaro necessario ad impiantare stabilmente un’attività economica sul territorio, potesse, sempre l’ente erogatore, essere certo che i denari spesi avranno un ritorno in termini di crescita economica e sviluppo in senso migliorativo delle condizioni di vita e di lavoro che interessano il nostro comprensorio. E allora dato che si è ancora lontani da questo livello di consapevolezza di etica economica, esistono le cosiddette “banche di credito cooperativo” le quali a quanto ho modo di capire dovrebbero assolvere a due funzioni: da una lato la raccolta di fondi provenienti dal pubblico risparmio in maniera da poter intervenire quando si verificano alcune situazioni critiche come la cessazione, ad esempio per scarsi profitti, o peggio a causa di una sottocapitalizzazione dovuta a incapacità nella gestione del fondo iniziale, di una qualsivoglia attività economica; dall’altro finanziare periodicamente eventi che sono ovviamente, almeno nelle intenzioni, dei “collettori” di denaro che viene ricavato mediante l’investimento in progetti di incontro e condivisione sociale i quali sono, a quanto ho modo di capire anche un modo, per coloro che devono un favore alla amministrazione comunale, di sdebitarsi del favore ma anche di fare ciò che in definitiva la politica è chiamata a fare: propiziare l’integrazione tra i membri della collettività, attraverso la concretizzazione di istanze, priorità, prerogative, valori come la già nominata  integrazione, oltre  alla solidarietà, al senso di appartenenza ad una comunità, alla promozione di dinamiche sociali, ovviamente nel senso di una socialità intesa in maniera la più ampia possibile ecc. Sulle banche di credito cooperativo, vorrei fare alcune considerazioni sulla loro incidenza nell’ ambito


dell’economia locale, ovviamente e preliminarmente sulla base di alcune considerazioni a carattere giuridico. Innanzitutto una chiarificazione del termine “banca di credito cooperativo”. Sappiamo che cosa è una banca: una banca è tecnicamente un elemento di quel circuito di redditività che vede l’interazione di  una pluralità di elementi e cioè le famiglie, le imprese, e per l’appunto, posti al centro del circuito, istituti di credito come le banche. La dinamica è la seguente: il ruolo delle banche all’interno del circuito “famiglie / banca / imprese” è in sostanza quello di gestire il rapporto, a volte difficile, data la pluralità degli interessi in discussione, che le famiglie tendenzialmente propense al risparmio, le imprese tendenzialmente propense all’investimento e le banche instaurano ogni qual volta occorra realizzare una operazione economica e per operazione economica intendo un qualsiasi movimento di denaro. Innanzitutto le banche dal canto loro hanno una prima funzione, che è quella di porre in contatto risparmio e credito, e attraverso tale operazione di “mediazione” favorire ciò che in termini tecnici si potrebbe definire “domanda e offerta di capitali”. Il ragionamento è molto semplice. Le famiglie, come soggetto economicamente attivo, sono naturalmente portate a rivolgersi ad una banca allorquando hanno la necessità di depositare i propri risparmi per ottenere, anche a lunga scadenza, dei profitti. Ciò avviene o attraverso l’acquisto di titoli di stato come BOT, CCP, CCT, BTP e altri oppure stipulando, in accordo con società assicuratrici vicine agli istituti di credito, contratti di assicurazione che consentano di ottenere, al termine del periodo convenuto, un rendimento costante di capitale il più frequentemente su base rateale. I depositi bancari sono come detto una fonte di reddito. Probabilmente il lettore si chiederà “perché”. I depositi sono una fonte di reddito perché sulla quantità di denaro che la banca utilizza ad esempio per finanziare una operazione di investimento in capo ad altri che al risparmiatore, essa banca è tenuta a corrispondere un interesse al risparmiatore che ivi ha depositato il proprio denaro, quale corrispettivo della immobilizzazione del capitale di risparmio presso la banca. Quanto descritto costituisce una prima funzione che la banca pone


in essere quando intende occuparsi della gestione del denaro delle “famiglie” ossia del denaro dei singoli risparmiatori.

Quanto però al rapporto tra le banche e non più i piccoli risparmiatori, ma invece coloro che sono non piccoli risparmiatori ma soggetti in grado di proporre alla  banca di erogare finanziamenti finalizzati all’investimento di un certo ammontare di capitale, anche considerevole, concordando con l’istituto di credito in questione l’ammontare della c.d. “redditività”, cioè la percentuale di capitale investito che ritornerà all’investitore, in senso accrescitivo rispetto all’investimento iniziale, una volta realizzato il profitto derivante sempre dall’investimento di capitale, va detto che il calcolo della redditività, cioè la percentuale di profitto ricavato dal capitale investito è una operazione che deve tener conto di molteplici fattori, quali ad esempio le condizioni del mercato, la situazione occupazionale, l’andamento in percentuale dell’elemento inflattivo, l’andamento dei tassi di interesse relativi al costo del denaro da utilizzare per effettuare concretamente l’investimento di capitale che si intende realizzare e molti altri parametri i quali, assieme a quelli già elencati possono rendere più o meno sicuro l’investimento quanto maggiore è l’esattezza del calcolo degli stessi nell’unità di tempo data. Ovviamente in relazione a questo tipo di operazioni e a questo tipo di soggetti non si parla più di “famiglie” ma di investimenti operati, su scala più ampia da coloro che tecnicamente si possono definirsi “imprese”. A differenza dell’elemento “famiglia” cioè piccolo risparmiatore, che soddisfa la domanda di denaro da parte dell’istituto bancario di riferimento attraverso la dazione di somme a deposito, percependo interessi su quelle stesse somme, l’imprenditore chiede alla banca di soddisfare il “proprio” bisogno di denaro attraverso la domanda di capitali da investire in attività remunerative, ad esempio la costruzione e vendita di appartamenti che verranno, una volta costruiti, alienati ad acquirenti che dispongano ovviamente di capitali sufficienti, attraverso un accordo preliminare anteriore alla effettiva realizzazione del plesso edilizio, contraendo così un duplice debito: non solo nei riguardi della banca che finanzia l’investimento ma anche nei confronti di tutti coloro che


sottoscrivono un contratto di acquisto di edifici non ancora costruiti (c.d. “vendita in pianta”). Per tornare alla struttura organizzativa della “banca di credito cooperativo”, va detto innanzitutto che essa banca, in quanto società cooperativa e non ad esempio “società per azioni”, è fatta destinataria da parte della legge, anche Costituzionale, di una serie di benefici a carattere fiscale, nei rapporti con i depositanti, con gli investitori, e finanche con gli altri istituti bancari, benefici di cui non godono tutti gli altri istituti di credito. Tutto ciò dipende ovviamente dalle  forme giuridiche che le banche in questione adottano, le quali forme, si parla sempre di forme giuridiche, sono adottate dalle banche diffuse nel nostro comprensorio perché richiedono delle prerogative, a livello di quelli che sono  tecnicamente definiti “depositi di garanzia”, che si adattano perfettamente a piccoli istituti di credito quali quelli che sono localizzati nel nostro comprensorio, mentre l’adozione, ad esempio, della forma giuridica s.p.a. non gioverebbe in quanto implicherebbe la imprescindibile disponibilità di capitali, da parte dell’istituto di credito che volesse adottare quella determinata forma giuridica, così ingenti che l’economia locale non potrebbe sostenerne i costi, sia a livello di investimento iniziale che in termini di gestione del rischio da parte dell’ente economico privato in questione .

Parte di ciò che ho scritto finora riguarda la situazione economica qui nel Vallo e in particolare quella legata a Sala Consilina.

Per tornare al problema droga, devo dire che è a mio parere scandaloso che nei centri deputati al recupero dei tossico/dipendenti, centri collocati sempre nelle vicinanze degli ospedali maggiori, anziché mettere in atto nei detti centri iniziative terapeutiche finalizzate al recupero dei soggetti coinvolti nel problema droga, non si faccia altro che alimentare il problema delle dipendenze. Ciò che vorrei considerare in proposito sarebbe una soluzione al problema assai più proficua di quelle adottate nel nostro comprensorio, cioè ad esempio una soluzione idealmente “vicina”, in certo modo, a quelle che sono le iniziative adottate oltreconfine, ad esempio in Svizzera, dove il problema è stato quasi del tutto risolto attraverso il ricorso a


strutture come le “narcosale”. Il movente della predisposizione delle narcosale, cioè l’istituzione di luoghi pubblici adibiti alla erogazione delle sostanze pesanti, fa leva su un sentimento molto diffuso tra coloro che fanno uso di sostanze, cioè il senso della “segretezza” sulla propria dipendenza, il che sarebbe a dire il senso di una sorta di “intimità” tra il fruitore della sostanza e l’insieme delle sensazioni che la sostanza stessa provoca sempre nell’assuntore. Nelle narcosale vale il principio per cui se vuoi farti una dose di eroina puoi farlo perché l’assunzione di droghe, anche pesanti, è legale, ma ad una condizione: che l’uso della sostanza avvenga “alla luce del sole”, cioè che la sostanza venga somministrata da personale qualificato e tutto ciò per indurre nel drogato un senso di vergogna per la propria condotta che pian piano porta sempre il drogato a riflettere innanzitutto sulla propria vita, sui propri valori di riferimento e quindi anche su quei dis/valori che concernono il proprio stato di dipendenza. In molti casi, e le statistiche non mentono, il drogato impara a fare a meno delle droghe proprio all’interno di questo tipo di istituzioni, istituzioni che ovviamente in Italia sono assenti. Sui motivi per cu in Italia non esistono narcosale, il motivo di fondo mi pare essere analogo a quello per cui esistono narcosale in Paesi come la Svizzera, cioè una questione relativa ai fondi che la finanza pubblica destina al problema e relativamente al modo in cui si sceglie di utilizzare sempre i fondi pubblici a disposizione. La presenza delle narcosale è consequenziale ad un senso dell’ordine e del mantenimento della pace sociale che  da noi non prevede misure così nette come per l’appunto le narcosale, ma che si esplica nella attiva presenza di tutta una serie di figure di riferimento, a cominciare da psichiatri, assistenti sociali, per finire con psicologi e psicoterapeuti, che sono ovviamente bravissimi nel terapizzare, anche a livello strettamente individuale, le persone che hanno questo tipo di problema.

Il lettore ricorderà a questo punto del discorso, che in alcune pagine precedenti alla presente ho tentato di fare un breve quadro, fondamentalmente sulla base di ricordi di un’epoca ormai lontana e che fortunatamente ad oggi può dirsi passata, dei Comuni del Vallo, sempre ripeto, su base meramente reminiscenziale. Mi riferisco


alla descrizione di alcuni dei comuni del comprensorio, cioè Sant’Arsenio, Polla e San Pietro al Tanagro. Vorrei allora continuare a parlare dei Paesi che fanno parte del nostro Vallo di Diano, a cominciare questa volta dall’ultimo dei Paesi geograficamente appartenenti al Vallo e cioè Padula. Su Padula, non il  centro storico ma Padula Scalo, dove ai tempi della strada ferrata faceva sosta il treno, dispongo di alcune conoscenze che mi derivano, soprattutto quelle relative alla  gente che lì vive e lavora, non dall’averle apprese dai libri e nella cui esattezza non so se confidare o meno. So che a Padula c’è il Liceo Scientifico anche se non ho mai avuto modo di visitarlo, ma soprattutto so, perché a suo tempo vi andai in gita scolastica, che Padula è sede della seconda più importante, se non altro per dimensioni, abbazia monacale d’Europa, che ebbi il privilegio di visitare al tempo in cui ero studente delle medie. Ciò che mi torna alla mente di quella visita si perde nei ricordi e nel passato, ma alcune delle cose che vidi all’interno dell’abbazia mi rimasero dentro, tant’è che le ricordo ancora oggi. Ma prima di descrivere l’abbazia mi sia consentito qualche cenno storico: innanzitutto va rilevato che per decenni l’ingresso all’abbazia fu letteralmente bloccato dai detriti ivi riversati da una precedente esondazione del fiume Tanagro, e fu portato, il livello di esso ingresso rispetto al suolo e sempre a causa dei detriti, al di sopra del livello del manto stradale. Grazie a Dio e grazie alla Pro Loco di Padula i residui furono al fine rimossi ed ora l’ingresso principale della Certosa è di nuovo accessibile. Oltrepassato l’ingresso principale si entra in un amplissimo cortile interno alla cui estremità opposta è collocato l’ingresso vero e proprio alla struttura. All’epoca in  cui visitai per la prima volta la Certosa, parte dell’edificio era stata chiusa al pubblico per decisione della amministrazione comunale a causa della necessità di recupero e restauro di alcuni locali interni, ma ovviamente ciò non mi impedì di fissare nella memoria bellezze incomparabili come la famosissima “scala a spirale” che conduce ai locali superiori, oppure la volta in stile romanico in un locale impreziosito da altari in legno magnificamente intagliati oppure in marmo eccellentemente intarsiati. Fu allora che compresi il senso delll’espressione “lavoro


certosino”. Se poi da “Padula scalo” si percorrono alcuni chilometri in direzione Nord comincia la strada in corrispondenza della quale inizia il territorio di Sala Consilina. A Sala Consilina ho trascorso la più gran parte della mia vita, perché lì viveva la mia famiglia. Sala Consilina, diceva qualcuno, ha i difetti della città senza avere i pregi del piccolo centro urbano e viceversa. Forse ci aveva visto giusto dal momento che tutte le iniziative a suo tempo adottate dalla amministrazione comunale per abbellire e per rendere più vivibile la Nostra Sala Consilina o si sono perse nel vuoto dei rancori e dei disaccordi, oppure sono state realizzate ma sempre necessariamente tenendo conto degli interessi e quindi delle preferenze e quindi degli obblighi che la classe politica di Sala ha da sempre contratto con i propri elettori, ognuno i propri, con la conseguenza necessitata, quindi, che quelle stesse iniziative si sono sempre realizzate solo in parte e a volte a scapito di ciò che avrebbe dovuto essere il risultato su base progettuale. In via definitiva nel corso degli anni ho dovuto imparare che il “potere” come concetto non esiste, se non nella misura in cui dalla democrazia si passasse ad un regime militare, in cui ciò che deve essere fatto viene fatto senza che nessuno osi fiatare. Ovviamente mi è più chiaro che nel passato che coloro che hanno “vinto” le passate elezioni non hanno né la passione per la politica, l’interesse a migliorare la cosa pubblica, l’empatia per il territorio, cioè tutto ciò che dovrebbe animare ogni politico che si rispetti e che pretenda di essere rispettato non solo come politico ma innanzitutto come persona.

Purtroppo devo anche, perché ne sento il dovere in quanto cittadino, dire che la classe politica che abbiamo qui a Sala non è certo peggiore di tante altre ma non è neanche migliore. L’interesse per la cosa pubblica implicherebbe che tutti coloro che, qui a Sala e in politica, hanno a cuore il pubblico interesse, scegliessero un unico candidato per le elezioni comunali, insomma un’unica lista civica priva dell’appoggio a partiti che sono sì rilevanti nel panorama nazionale ma che lasciano i nostri territori in balìa di sé stessi perché i voti di ciascun candidato alla carica di sindaco non sono sufficienti a ottenere un peso politico tale da imporre alla politica “nazionale” le proprie richieste e le proprie istanze, che sono poi quelle della


cittadinanza tutta. Un minimo di serietà e di senso civico vorrebbe che le liste elettorali a Sala fossero redatte da persone a tal punto e tanto attente alle esigenze del territorio da rinunciare ad una piccola fetta del proprio potere per unire le forze nell’ottica dello sviluppo, della realizzazione di principi di civiltà, che passano anche per la politica, quella vera che non può non concretarsi in un peso elettorale reale e non solo fantasticato, sempre nell’ottica di livello e rilevanza politica nazionale.

Se fossi sindaco nelle condizioni descritte proporrei a tutti i sindaci del Vallo di unire le forze per costituire un’unica amministrazione comunale, in cui una coalizione di partiti avesse almeno la maggioranza necessaria per governare, cioè la maggioranza assoluta, un unico municipio, un unico elettorato, insomma eleggere  un solo sindaco per tutto il comprensorio, sulla base del meccanismo del plebiscito, strumento di governo delle dinamiche elettorali tanto caro a chi di dovere durante il ventennio. Come a dire insomma che l’unione fa la forza.

Ciò che non mi sta bene dell’attuale modo di condurre la politica è che non esiste il concetto di “responsabilità”. Mi rendo conto che le istanze, gli interessi da tutelare e finanche i desideri da soddisfare sono tanti almeno quante sono le teste che di quei desideri e di quelle istanze sono portatrici, ma non si può pretendere “la botte piena e la moglie ubriaca”. Occorre a mio parere evitare gli sprechi, applicando all’impegno pubblico quei criteri di onestà, trasparenza e quando necessario “rigore”, che hanno fatto a suo tempo il bene del Paese e per Paese intendo non solo Sala Consilina ma quella “bene amata” Italia tutta di cui anche Sala Consilina è parte, nel bene e nel male. Non si può da un canto criticare le scelte di governo perché non producono benefici sul territorio e poi essere del tutto assenti o inerti quando occorre adeguarsi ai parametri fissati dal governo innanzitutto in termini di spesa pubblica, per riuscire quanto meno a far “quadrare i conti”. Ripeto che Sala Consilina non è una monade, non fa parte di una realtà isolata da un contesto amministrativo che ovviamente è quello dello Stato e quindi delle sue istituzioni e


della sua pubblica amministrazione, anche a livello locale. Lasciare il Comune e per comune intendo la sede comunale costantemente abbandonata perché fare il sindaco è ritenuto un privilegio cui nessuno - come dicono a Sant’Eustachio, una località questa, posta sulla cima del monte San Michele, e di tendenza politica piuttosto comunista - ha il diritto di accedere, perché la gente è in grado di governarsi da sola e non ha bisogno di tutori, è quanto di più vicino non “all’anarchia”, come alcuni vorrebbero, ma al più totale arbitrio che poi è in fondo sinonimo di anarchia, quella però massimamente deteriore.

Ritornando a parlare dei comuni del comprensorio, dopo qualche decina di chilometri dall’inizio del territorio di Sala provenendo da Padula, comincia l’adiacente comune di Atena, che è a sua volta suddiviso in Atena lucana e Atena lucana Scalo, per via della circostanza, ancora presente alla memoria degli abitanti, che un tempo, neanche troppo lontano, anche Atena scalo, come  Padula,  era sede  di un passante ferroviario. Il primo dei due centri, cioè Atena si trova arroccata su un’ altura di cui purtroppo e per mia personale mancanza non conosco il nome; l’altra fa da sipario alla SS19 fino a raggiungere il territorio di Polla. Cosa dire di Atena se non che anche essa conserva il fascino e le meraviglie che in pochi, oltre a noi del Vallo possono vantare in confronto ad altri territori, probabilmente altrettanto ricchi di storia ma carenti di bellezze naturali? Devo però aggiungere che sempre a causa della scarsa conoscenza dei fondamenti di una economia sana e virtuosa si verifica purtroppo periodicamente che i giovani del nostro comprensorio tra i quali se posso vorrei idealmente collocarmi anche io, giovani che nutrono legittime ambizioni sulla propria vita personale, sociale e anche lavorativa, siano costretti a lasciare lo splendido entroterra valdianese che ha dato loro i “natali”, per spostarsi a nord, a Salerno a Napoli a Roma o anche più su fino a Bologna e Milano, perché incapaci di trovare nei luoghi d’origine una occupazione degna di questo nome oppure di accedere a quei centri di alta cultura che se fossero presenti nel Vallo eviterebbero tanti spostamenti e tanta fatica per raggiungere i Poli universitari di riferimento e anche per ottenere un lavoro, dovendo, va detto, confrontare la


propria situazione personale con quella di tanti coetanei alla ricerca di un lavoro tout court cioè che prescinda dagli studi, insomma una occupazione “e basta”. Si tratta, per quanto riguarda Sala Consilina, ma direi anche relativamente a tutto il Vallo, di un problema antico che risale per lo meno all’epoca del Ventennio, quando torme di valdianesi partivano a piedi da Sala Consilina e dagli altri centri limitrofi per recarsi nelle Puglie a mietere il grano in cambio di quella che a suo tempo era definita “la giornata” e cioè cibo sufficiente per arrivare in forze al giorno successivo per poi ricominciare da capo. Quei tempi finirono negli anni ’70, se la memoria non mi inganna, in coincidenza della chiusura delle attività del magnate del grano dell’epoca, cioè Pavoncelli, la cui azienda diede gli ultimi sussulti di “salute” proprio in quegli anni. Ovviamente il fallimento di Pavoncelli escluse molti diseredati e derelitti dal commercio dei cereali ma la sua fine si colloca in un tempo in cui l’economia del Paese Italia era divenuta abbastanza solida da riuscire da sola  a fare fronte quanto meno alle necessità essenziali della gente, in ogni modo, e cioè quanto meno nel senso di garantire un pasto al giorno a tutti coloro che ne avessero bisogno. Ripeto che l’emigrazione da Sala e da altri centri, è fenomeno antico e non ancora del tutto risolto anche oggi. Se all’epoca di Mussolini le masse diseredate si spostavano percorrendo chilometri a piedi per un tozzo di pane, oggi gli  spostamenti si verificano per altri motivi, a causa di altri bisogni, ad esempio il bisogno di istruzione e magari di trovare una occupazione confacente agli studi intrapresi e possibilmente portati a termine con discreto profitto. Ovviamente esistono, come già detto, università e università. Ad esempio Salerno, per quanto efficientissima e dottissima non è qualitativamente paragonabile a centri d’eccellenza come la Bocconi a Milano. Il problema, arrivati a un certo punto non può più essere risolto accedendo alla convinzione che “tutte le università sono uguali” perché non è così. Il movente e la causa prima di ogni scelta personale deve essere “il dovere verso sé stessi di trovare una università che eroghi i servizi più confacenti alle esigenze di chi sceglie di frequentarla”. E a tal proposito non mi perito di dichiarare che conosco benissimo i problemi che si possono riscontrare se


si sceglie una università non confacente ai propri bisogni di studente. Conosco  anche cosa voglia dire per uno studente del Vallo accedere ad un Polo Universitario come la Orientale di Napoli, fortemente collegata alla politica locale del Vallo, Università in cui si studia poco e bene e grazie alle cui referenze si è certi di trovare lavoro. La mia personale esperienza universitaria si colloca tra due poli: LUISS in Roma e Polo Mattioli in cui è ubicata le sede accademica della facoltà di Giurisprudenza in Siena. Attualmente sono laureato, anche con discreto profitto nonostante le immani fatiche che ho dovuto sostenere per arrivare dove sono. Non è invero facile superare con profitto, nell’insieme 50 esami in due Università  differenti senza per nulla cominciare a soffrire di problematiche attinenti alla sfera nervosa, e infatti attualmente sono in cura da un bravo psichiatra. E se mi si consente per un attimo di ritornare alle osservazioni precedenti credo di poter affermare con un certo grado di sicurezza che la vita universitaria, in base all’esperienza maturata da chi come me proviene dalla periferia  d’Italia,  non è facile per nessuno, tanto meno poi per chi di quel tipo di vita non abbia una sia pur minimale conoscenza preliminare.

 

Parte seconda: considerazioni su un dialogo di Fede

Ciò che, come anticipato, costituisce l’argomento della presente seconda parte dello scritto che sottopongo al lettore, si fonda su un argomento specifico, a sua volta contenuto in un’opera in particolare: l’opera “Varcare la soglia della speranza”, libro/intervista a Papa Giovanni Paolo II da parte del vaticanista Messori.

Prima di cominciare mi si consenta però di aprire una breve parentesi a carattere storico/giuridico, in riferimento a ciò che costituisce il sostrato normativo ai rapporti tra Stato Italiano e Santa Sede. Innanzitutto per quanto riguarda la normativa di carattere fondamentale, cioè quella contenuta nella Nostra Costituzione, e a monte degli avvenimenti del 1870, cioè “presa di Roma” da parte delle forze dell’allora Regno d’Italia, cui fece seguito la nascente Città del Vaticano, che sorse sulle rovine della precedente entità statuale, cioè lo Stato Vaticano, essa Città del Vaticano


continuò a mantenere il carattere di entità statuale, pur avendo perduto la sovranità su gran parte dei territori della entità stauale preesistente. Va detto anche, tralasciando le molte normative intese a regolamentare i rapporti tra Italia e Santa Sede immediatamente dopo la presa di Roma e poi successivamente, cioè tra il 1870 e il 1948, che gli articoli della Carta Costituzionale che risposero, con vocazione alla immodificabilità, a tali annose esigenze di regolamentazione, sono, a partire dal 1948, anno di entrata in vigore della Costituzione, l’art.7 e l’art.8 della medesima Costituzione, in particolare il primo, l’art.7,  riferentesi ai rapporti tra Stato Italiano e Santa Sede su base internazionalistica, cioè nel senso della regolamentazione dei rapporti tra due entità statali indipendenti l’una dall’altra, precisando che tali rapporti da quel momento si sarebbero intesi come disciplinati dai Patti Lateranensi, cioè dagli accordi a carattere internazionale stipulati nel 1929 tra il Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri dell’epoca, cioè Benito Mussolini, e l’omologo rappresentante diplomatico della Santa Sede, Mons. Pietro Gasparri. Nell’art.7 in parola si stabilisce anche che tutte le modificazioni normative dei rapporti tra Italia e Santa Sede si intendono realizzate e automaticamente entrate in vigore senza la necessità di una modifica apposita dell’art.7, ma con legge ordinaria, ovviamente concordata tra le due Parti. La domanda che in proposito ci si potrebbe porre, considerando il contesto storico e gli equilibri politici, sarebbe relativa alla “ragione” per cui le forze comuniste, all’epoca fortemente presenti in Assemblea Costituente non decisero di eliminare dal testo costituzionale ogni riferimento alla religione cattolica e ai Patti del Laterano. Probabilmente Togliatti non ebbe comunicazioni in tal senso da Mosca, oppure le intenzioni di Stalin erano contrarie ad una “comunistizzazione” del nostro ordinamento a causa del pericolo di un risorgere del nazifascismo e di una recrudescenza degli scontri armati, che nel 1948, cioè l’epoca della definitiva entrata in vigore della Costituzione erano, almeno di fatto, cessati. Va detto che spesso si sente ripetere che il nostro Paese poggerebbe su una forma di Stato “laico” e spesso si invoca un presunto “principio di laicità” che farebbe, del Nostro, un Paese a ordinamento aconfessionale, cioè vi sarebbe una


sostanziale libertà di culto ma senza che le esigenze del culto o dei culti vadano a interferire nella la vita democratica del Paese, cioè nel suo ordinamento giuridico. Io, che un po’ di diritto l’ho studiato, ritengo invece che lo Stato italiano sia uno stato “confessionale”, e ciò non in forza dell’art.7 della Costituzione, il quale pure è posto a disciplina della presenza del Cattolicesimo in Italia, Cattolicesimo inteso come religione; bensì in forza dei rapporti tra due entità statali a carattere internazionale, cioè su base meramente politica ovvero di politica internazionale. Cioè a dire che dato che ciascuno Stato che intrattenga rapporti diplomatici con qualunque altro Stato, nella gran parte dei casi è dotato di una sua propria forma di Stato peculiare, soprattutto e innanzitutto per quanto riguarda la forma di Stato, che in Italia è “democratica” mentre in Vaticano è “teocratica”, si verifica che paradossalmente il dialogo tra le due forme di stato sia definito dall’interazione e dal confronto tra uno Stato che si vorrebbe laico, e d’altra parte uno Stato che laico non lo è affatto. Ed è per questo che per tutto ciò che riguarda le tematiche etiche, che peraltro molti Paesi esteri hanno felicemente risolto concedendo una quasi totale libertà – e penso ai matrimoni gay, ma anche alla fecondazione assistita o alle decisioni inerenti il “fine vita” – occorre necessariamente scendere a patti con una entità giuridica che volendo può dire, sia a livello internazionale, cioè in quanto Stato, sia a livello religioso, cioè indirizzando il voto dei cattolici presenti in Italia, che se per ipotesi il Parlamento apre in qualche modo, anche cautamente, al riconoscimento delle unioni di fatto o sin anche ai matrimoni gay, il Vaticano ha facoltà di emanare per mano del Pontefice, una Enciclica che per ipotesi vieti ai cattolici italiani di votare, e questo perché in forza dell’art.7 esistono rapporti di dialogo e confronto su questo tipo di tematiche tra Italia e Santa Sede, in base ai quali le due entità statali possono far valere le proprie prerogative e le proprie istanze, l’una nei confronti dell’altra, legittimamente. Insomma la confessionalità dello Stato Italiano deriverebbe dal fatto che quando in ambito legislativo si viene a determinare un contrasto su una tematica etica, allora dato che l’etica soggiace alla legge, sempre in Vaticano e sulla base dell’art.7, lo stesso Vaticano in forza


dell’art.7 sunnominato può far sentire la propria voce in quanto sul piano internazionale si tratta di un partner di “riferimento” per lo Stato Italiano, sulla base del Trattato e del Concordato del Laterano. In questo senso e nei limiti in cui la tematica etica viene a confondersi con l’attività del Parlamento Italiano, quest’ultimo è tenuto a considerare la rilevanza della posizione Vaticana in merito. Ciò non avverrebbe se l’Italia fosse uno Stato aconfessionale.  Quanto all’art.8, la cui modifica si ebbe nei primi Anni ’80, essa modifica fu sottoscritta dall’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi e da Mons.Agostino Casaroli, quest’ultimo  in rappresentanza della Santa Sede. L’art.8 cost., come modificato dall’accordo in parola, consente che in Italia, oltre alla religione cattolica, siano compresenti, ovviamente non come “partner internazionali” ma come associazioni a carattere privato, come a dire nella forma istituzionale di persone giuridiche o anche “enti morali”, anche altri culti o fedi o religioni che in Italia hanno un forte radicamento, il quale radicamento non è certo quello che, in termini temporali, può vantare il cattolicesimo, ma che comunque risale a secoli or sono. Sto parlando ovviamente della Chiesa valdese in Piemonte, dei Luterani nel Sud Tirolo, degli Albanesi, ROM e Slavi nelle Puglie, questi ultimi per lo più di credo Musulmano. La domanda quindi si rinnova: l’Italia è o non è uno Stato laico o aconfessionale? Io penso che sia, più che uno Stato aconfessionale, uno stato “pluriconfessionale”, data la  quantità di culti ammessi e dato che questi culti, a cominciare dal Cattolicesimo romano, intrattengono in vario modo e periodicamente rapporti con lo Stato italiano. Tornando a quanto inizialmente anticipato, cioè allo scritto avente ad oggetto l’intervista di Vittorio Messori a Giovanni Paolo II, per iniziare cercherò di interpretare in maniera originale la sunnominata opera e possibilmente ad attribuire alla relativa riflessione, un contenuto almeno in parte indipendente da ciò che costituisce la sostanza del libro, intendendo per sostanza, non tanto le domande dell’intervistatore, cioè del noto vaticanista Vittorio Messori, quanto soprattutto le risposte del Santo Padre, in modo tale da riuscire ad estrapolare da quelle stesse risposte, alcuni sensi di intendimento e osservazioni che consentano di andare oltre


la superficie del messaggio Papale, per cogliere il vero senso di quel messaggio,  cioè il suo senso cristiano.

La prima delle domande che Messori pone al Santo Padre è relativa al “come” nell’anno del Signore 1994, (epoca della pubblicazione dell’opera), si possa ancora giustificare la presenza tra i “Potenti della Terra”, di un uomo che asserisce, e con largo seguito e consenso, di essere il Vicario di Dio nei rapporti tra quest’ultimo e il genere umano. Se infatti è vero che il Dio di cui il Santo Padre è Vicario in Terra, è un Dio composto da tre Persone o Principi Ontologici (ossia, per i Cattolici la “Santissima Trinità”), tra essi perfettamente consustanziali sebbene distinti, cioè Padre, poi Figlio e infine Spirito Santo, compresenti e non susseguenti, nel tempo e nello spazio, allora deve per conseguenza affermarsi che il Papa rappresenta la Santa Trinità, o se non altro, almeno il Secondo Principio della Trinità, cioè il Figlio, il quale, quando i tempi furono maturi, per volere del Padre e per Opera dello Spirito Santo si incarnò nel seno di una donna ancora illibata, cioè la Santa Vergine e si  fece uomo tra gli uomini, dando inizio, attraverso la propria morte e resurrezione, alla Chiesa cristiana, e istituendo Pietro quale suo successore; allora deve essere altrettanto vero che il Santo Padre in quanto Vicario di Cristo, ossia reggitore delle Cose del Mondo sino alla fine dei Tempi, svolga sulla Terra, in mezzo alla gente comune, la funzione di reggitore della Chiesa di Cristo (ossia la seconda Figura Ontologica della Trinità) in attesa che il “titolare” del Soglio torni dal Cielo per porre fine al presente ordine delle cose e per instaurare un nuovo ordine eterno. Come già accennato sulla base dei Vangeli, fu Cristo a investire di questo compito l’Apostolo Pietro, pronunciando le famose parole che tutti conosciamo relative alla fondazione della Chiesa cristiana, e al potere di Quest’Ultima su Cielo e Terra e finanche sulle Porte delle Tenebre, Chiesa che successivamente alla morte di Pietro e di Paolo in Roma divenne Chiesa cristiano/cattolica romana. In altri termini Cristo fece di Pietro il proprio successore e istituì in lui il primo Papa. La domanda che in riferimento a tutto ciò, Messori rivolge al Pontefice è relativa al rapporto sempre tra il Pontefice e il proprio ruolo di Vicario di Cristo.


La risposta del Papa trae spunto da una semplice frase che, nelle Scritture del Nuovo Testamento Gesù rivolge a Pietro, ma non solo a lui, in diverse circostanze, come la rivolse prima ancora che Cristo la rivolgesse a Pietro, l’Angelo di Dio a Maria annunciandole che Ella sarebbe divenuta la Madre di Dio. Le stesse parole, cioè “Non abbiate paura” le rivolge anche il Papa, più volte durante il proprio Pontificato, a tutti coloro che credono in Gesù, ma hanno paura del peso del Suo Sacrificio, perché ritengono che non sia umanamente possibile “imitare Cristo” fino in fondo, benché ciò costituisca un dovere per ogni buon cristiano, e per evidenti ragioni. Ma soprattutto, afferma Papa Woityla, la paura ad oggetto di questa esortazione al coraggio in contrapposizione ad essa paura è in via definitiva relativa al rapporto di ciascun credente con la propria “intimità” e quindi con ciò che il Papa chiama “il cuore dell’uomo”. Il desiderio di attenuare la paura che è in sostanza parte dell’umana natura, si rivela, dice il Papa, anche nell’esortazione ad invocare il Padre Nostro con le parole che Gesù stesso ha pronunciato per la prima volta e di  cui è resa testimonianza nei Vangeli. Ma qual è l’oggetto della paura di Pietro? Pietro ha paura di vedere Dio incarnato, di essere Suo seguace, Suo apostolo, e infine Suo amico. Quando, dopo l’Ultima cena, allorché Giuda tradì Gesù consegnandolo ai soldati di Roma, Pietro ebbe paura. Ebbe paura di condividere lo stesso destino del Suo Maestro e cioè di essere processato e condannato come Gesù sarebbe stato processato e condannato. Allora in preda alla stessa paura che Gesù tante volte lo aveva invitato ad abbandonare, lo rinnegò per tre volte, ciò che peraltro Gesù stesso gli aveva già precedentemente annunciato. Fu solo quando successivamente Pietro ebbe modo di constatare il ritorno del Suo Maestro dal regno dei morti, e quindi la Sua Resurrezione, che l’apostolo non ebbe più paura, ed ebbe davvero piena fiducia. E considerando la questione da tale prospettiva – dice il Pontefice –, non hanno alcuna importanza i titoli che vengono usualmente rivolti al Vicario di Cristo, Vicario quale anche Pietro fu, e cioè ad esempio “Santità” o “Santo Padre”. Ciò che conta davvero, che pone le basi della Chiesa è l’amore fraterno tra Gesù e Pietro, tra Gesù e Paolo, tutto il resto non conta. La Chiesa, “una


e diffusa su tutta la Terra” ha quale pietra, quale testata d’angolo il rapporto tra  Gesù e i Dodici tra i quali i più vicini al Maestro furono per l’appunto Pietro e Paolo, con la differenza che pur avendolo conosciuto entrambi, ciascuno di essi lo conobbe in modo diverso: Pietro personalmente, Paolo nel contesto di una visione spirituale. Ma anche la Fede in Gesù da parte di Pietro e Paolo non fu un qualcosa privo di cedimenti, di paure, di rotture, di sacrificio, fino alla morte di Croce, che fu un avvenimento presente anche nel contesto delle loro vite oltre che in quella del Maestro. Il problema centrale dei Vangeli è lo stesso problema che afflisse il Popolo di Dio durante i millenni in cui sempre il “Popolo di Dio”, cioè a dire il “Popolo ebraico” dispiegò, come vuole l’Antico Testamento, il proprio personale rapporto con Dio, con il quale, a suo tempo costituì una “Alleanza”: il problema del rapporto tra Dio e il Popolo che a partire da Giacobbe prese nome “Israele” è la scarsa Fede. E ciò in quanto la Bibbia, se non altro nell’Antico Testamento è un continuo mettere alla prova da parte di Dio la Fede del Suo popolo, un continuo allontanamento e successivo ricongiungimento tra Dio e Popolo Eletto. Maggiore era la fede in Dio da parte degli Ebrei, tanto maggiore era la prosperità e la serenità in grazia di Dio di quel popolo. Quando invece essi, gli Ebrei, si allontanavano dalla Fede, allora subivano le più tremende sventure, ad esempio l’esilio in Egitto o la schiavitù babilonese. C’entrerà, e senza fare voli pindarici, anche nelle vicende dell’Antico Testamento, la paura come origine delle sventure ebraiche: la stessa paura di cui parla il Santo Pontefice? Fin dove si può arrivare se la paura nei riguardi di Dio viene meno, se viene meno il timor sacri? Indubbiamente i due concetti di “paura”, quello neotestamentario e quello veterotestamentario danno luogo a due diverse prospettive nel rapporto individuale e anche collettivo con Dio. I Vangeli parlano di invito a non avere paura da parte di Gesù ai suoi discepoli perché seguano con fiducia il messaggio cristiano. Gli Ebrei dal canto loro spesso non hanno o non hanno avuto paura perché se avessero o avessero avuto paura allora non avrebbero, più volte, nel corso peraltro di millenni, contravvenuto alle Leggi che Mosè apprese sul Monte Sinai e consegnò al Popolo, Leggi incise sulle Tavole dell’Alleanza. Due


concetti diversi di paura quindi, forse persino speculari. Ma torniamo a commentare lo scritto di Giovanni Paolo II. Nel primo capitolo del libro in parola, nelle battute finali della prima domanda che Messori rivolge al Papa, domanda articolata e ricca di spunti, quale solo un giornalista del suo livello sarebbe capace di porre, sempre il Messori, un po’ impudentemente, pone al Santo Padre la questione del “se” a momenti il Papa non dubiti, cioè del “se” non vi siano dei momenti in cui il Papa, nient’altro che come uomo e quindi a prescindere dal proprio ruolo, non  si interroghi circa la “realtà”, o ancor meglio la tangibilità del proprio personale rapporto, prima col Dio dei cattolici, e poi con tutti coloro che in quel Dio, che è lo stesso di cui il Papa “fa le veci” qui sulla Terra, credono “fermamente”. Ovviamente la domanda che giace al di sotto di questa delicata provocazione è relativa sempre al tipo di approccio, veritativo o meno, che il Papa come tutti i fedeli instaura intimamente con il mistero della Trinità. Vero è senz’altro che tale mistero non ammette “prova visibile” e che quindi l’unico strumentum ingenii di cui il fedele, e quindi anche il Papa, dispone per attingere a tale mistero è la Fede, quella con la “F” maiuscola; tuttavia il valore veritativo della Fede è sufficiente, esso solo, a rendere conoscibile o se non altro “attingibile” in qualche maniera e misura, il mistero della Trinità? Le parole con cui il Papa risponde alla domanda, a cominciare da quella relativa alla Fiducia in sé stesso, che il Papa, in quanto guida spirituale deve preminentemente avere, affinché coloro che non credono non possano scardinare un edificio che proprio la figura del Pontefice è chiamata a reggere, e non possano ridurre tale figura ad un residuo di un passato lontanissimo e che oggi non ha più niente da dire; tali parole si fondano, nel solco del già detto, su una citazione dalla Bibbia, e nello specifico dal Nuovo Testamento, quando Gesù invita Pietro a “non avere paura”. E’ bene ripetere il riferimento alla frase pronunciata dal Pontefice e prima di Lui da Gesù. Di che cosa Pietro aveva paura? Aveva paura del mistero che si celava in quell’Uomo, peraltro legato a Pietro da una solida amicizia, e di tutto ciò che sempre quell’Uomo, cioè Gesù, rappresentava o poteva rappresentare, data la quantità di prodigi che, sempre Pietro insieme agli altri apostoli, ma soprattutto


Pietro, aveva veduto e udito provenire da quello stesso Uomo che si proclamava Figlio di Dio. Concludendo la risposta alla prima domanda di Messori, il Papa, peraltro vivamente, invita a vincere la paura con la preghiera, affinché attraverso la preghiera, il credente instauri con Dio un rapporto di tale confidenza quale ad esempio il Santo Escrivà de Balaguerre, fondatore dell’Opus Dei, in uno dei “pensieri” contenuti nel suo personale breviario intitolato “Cammino” e dedicato alla formazione dei giovani cristiani, definiva, ovviamente da un punto di vista assiologico, persino analogo al tipo di relazione che “lega l’amico all’amico”, niente di meno.

Ed è proprio sulla preghiera che verte la seconda domanda rivolta al Pontefice. In che modo il Papa si rivolge a Dio nella preghiera? Che tipo di approccio il Papa utilizza per rivolgersi a ciò che Egli rappresenta in Terra? La risposta del Pontefice è inizialmente ovvia. Anche la preghiera, come ogni forma di comunicazione, si instaura tra due interlocutori, cioè tra colui che prega e Colui cui la preghiera è rivolta.Tuttavia la preghiera ha un qualcosa di inconfondibile in quanto, diversamente da altre forme di dialogo non nasce per iniziativa di colui che prega ma per iniziativa di Colui che “riceve” la preghiera, ossia il Signore. Si tratta di un rapporto di intimità che non può prescindere da una pratica costante. Non si può peraltro affermare che la preghiera del Santo Padre abbia la stessa forza e lo stesso valore della preghiera del comune credente. Essa è un qualcosa di più pregnante e potente ed è tanto più intenso il rapporto tra chi prega e chi la preghiera la riceve quanto maggiore è la vicinanza, sia a livello sacramentale sia a livello spirituale tra pregante e interlocutore nella preghiera.

La terza domanda di Messori rimane incentrata sulla preghiera: per chi e come prega il Papa? La risposta parte anzitutto dalla costatazione che il Papa non ha facoltà di pregare liberamente ma solo nella misura in cui lo Spirito Santo gliene concede facoltà. In secondo luogo Egli, il Papa, afferma che coloro per cui prega sono sempre gli uomini ossia l’Umanità intera e in proposito cita un passo tratto dal libro della Genesi in cui Dio, non ancora menzionato nelle scritture come Padre di Gesù,


prova la più grande gioia nell’aver creato il Mondo con tutto ciò che esso contiene, perché il Mondo Egli vide che “è cosa buona”. Ecco, dice il Pontefice: la preghiera è fonte di gioia, ciò che vuol dire che in qualche modo attraverso la preghiera il cristiano che prega entra in stretto contatto non solo con il Creatore ma anche con il Creato provando una indicibile felicità e pienezza di spirito. Va detto anche che esistono tante forme di preghiera, ad esempio quel tipo di preghiera che trascende le parole di una orazione per diventare pura contemplazione del Sacro Mistero, come d’altra parte è prassi in alcuni ordini monastici. Dalle parole del Pontefice traspare anche una ulteriore funzione della preghiera: quella di prendersi cura del prossimo attraverso la preghiera è qualcosa che Dio rende possibile sulla base della purezza e della pienezza della Fede di chi a Dio rivolge la preghiera.

La quarta domanda ha ad oggetto la richiesta, peraltro umile e discreta, di chiarire in che modo e per quali segni o ragioni, i cattolici credano fermamente che la Chiesa, quale edificata da Cristo e per mezzo di Lui, sia un qualcosa di tangibile che tuttavia si lega all’inattingibile, e che la sua manifestazione metafisica sia proprio ciò che congiunge il Cielo, inteso quest’ultimo come Sede del Mistero Trinitario, e la Terra, tutto ciò secondo il detto che fu di Cristo rivolto a San Pietro quando Egli conferì al proprio successore il potere di sciogliere e legare ogni cosa in Cielo e in Terra. La risposta del Pontefice, antico Maestro di filosofia è incentrata su tutto l’insegnamento della Patristica e soprattutto della Scolastica, ma soprattutto su due nomi, cioè Sant’Agostino e San Tommaso D’Aquino, i due grandi dottori della Chiesa il cui compito, che essi stessi si attribuirono, fu di chiarire e rendere accessibile attraverso i riferimenti, le analogie, le commistioni con alcuni filosofi della Grecia antica, due su tutti, Platone e Aristotele, tutto ciò che era il portato e il più profondo senso del messaggio evangelico e della teologia cristiana. Non fu certo opera vana se ad oggi la percezione del soggiacere della Filosofia come materia di studio alla Teologia, è ancora viva e presente non solo agli ecclesiastici ma anche e soprattutto a molti filosofi.


Per quanto riguarda nello specifico Sant’Agostino, che fu vescovo di Ippona, città dell’allora Africa settentrionale, nel periodo a cavallo del IV e del V secolo d.C., egli visse in un momento storico in cui il Cristianesimo aveva una forte necessità di essere preservato da un lato dalle eresie e dalle mistificazioni; dall’altro dalle vere e proprie confutazioni delle verità di Fede ad opera ovviamente dei pagani, ma anche da parte di tutti coloro che all’epoca avevano abbracciato altri credi e altre Fedi. L’attività filosofica di Agostino è solo in parte intendibile come “costruttiva” o “chiarificatrice”, come a dire nel senso in cui fosse volta alla interpretazione delle scritture attraverso l’uso dello strumentario filosofico. Essa è inizialmente rivolta a confutare le dottrine di fede avverse al Cristianesimo, che all’epoca di Agostino erano sostanzialmente tre: il “manicheismo”, il “donatismo” e il “pelagianesimo”. Per quanto riguarda la polemica contro i manicheisti essa è incentrata sul problema del “male”. I manicheisti si domandavano quale fosse, nonostante la presenza attiva e vivificante di Dio nel mondo, l’origine del male, e soprattutto in che modo fosse possibile risolvere tale problematica da un punto di vista speculativo. Agostino risponde affermando che il male è assenza di bene. Dove c’è Dio il male non può esistere perché sarebbe una contraddizione in termini, dato che Dio, che è peraltro onnipresente, è sostanzialmente Amore. Tutto ciò dal punto di vista metafisico. Per quanto attiene ai mali fisici, pur presenti nella realtà delle cose, essi o non esistono perché fanno parte di una totalità benefica, cioè naturalmente buona e quindi per lo meno sono curabili, oppure la loro causa risale al peccato originale e quindi cooperano attraverso la sofferenza che procurano, alla salvezza, perché costituisce Verità di Fede che la sofferenza redime, come insegna lo stesso vissuto terreno del Cristo. Quanto ai mali morali essi esistono a causa delle tentazioni terrene che allontanano l’uomo dalle cose dello spirito. Si tratta dunque di cedimenti alle lusinghe del mondo.

Quanto alla polemica con i Donatisti, questi ultimi erano fermamente convinti che la massima evangelica “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, andasse interpretata alla lettera, ossia coloro che fanno parte della Chiesa


costituiscono una comunità di Perfetti che non devono per alcun motivo entrare in contatto con le Autorità civili, pena la revoca a loro carico di sacramenti come il Battesimo. Chiara mi pare in proposito la ragione della viva opposizione di  Agostino a questo culto, che se non altro era atto ad instillare nelle gerarchie che ad esso aderivano, la propensione ad avere sospetti gli uni nei riguardi degli altri e ad escludersi a vicenda sempre dal novero delle gerarchie per i più futili motivi.

La polemica più spinosa è però quella contro il Pelagianesimo. Nel V secolo Pelagio, monaco irlandese, viveva a Roma, città ove venne a conoscenza della dottrina agostiniana della grazia. Il suo punto di vista consisteva nel negare che la colpa originaria di Adamo impedisse all’uomo la possibilità di fare il bene,  in quanto sia prima sia dopo il peccato originale l’uomo è comunque in grado di operare il bene, anzi a maggior ragione grazie alla acquisizione della capacità di discernere il bene dal male “dopo” e “a causa” del peccato originale (Abbagnano – Fornero). Ma dato che secondo Agostino a tal fine, cioè la realizzazione della capacità umana di non peccare, occorre la “grazia”, cioè uno specifico  atteggiamento dello spirito che solo l’intervento di Cristo può infondere nell’uomo, allora ciò vuol dire sempre secondo Agostino che Pelagio è nell’errore.

Ora, il Papa cita Sant’Agostino, su cui il manuale Fornero – Abbagnano è assai chiaro ed esplicativo, per rappresentare all’intervistatore che il movimento cattolico è stato così duraturo e ha così incrollabilmente resistito a tutti i tentativi di confutazione del proprio edificio metafisico anche e soprattutto grazie a figure come quella del sunnominato Sant’Agostino, mentre la citazione relativa a San Tommaso D’Aquino ha il medesimo fine sebbene filosoficamente e teologicamente più complessa. Per questo motivo, come detto ad inizio lavoro, parleremo di San Tommaso a suo luogo. Per tornare al dialogo tra Messori e il Papa, la quinta domanda cui il Pontefice è chiamato, con la medesima discrezione e delicatezza, da parte di Messori, a rispondere, è propriamente relativa alla validità o meno,  al giorno d’oggi e per l’uomo di oggi, di una speculazione filosofica e teologica sulla natura, o più prosaicamente e diffusamente di porsi delle “domande di senso”


inerenti alla funzione, al messaggio, alla missione della Chiesa cattolica nel mondo. La risposta del Pontefice è per l’appunto affermativa, e muove in senso critico dalla considerazione di quel movimento filosofico, scientifico e sociologico che è stato il Positivismo, cioè quell’insieme di idee e convinzioni che, tentando di gettare le basi di un discorso gnoseologico, negano a priori la capacità per l’uomo di conoscere la realtà a prescindere dai sensi. Tutto ciò che possiamo conoscere della realtà, dicono  i positivisti, lo apprendiamo dai sensi: non c’è conoscenza priva di questa fonte, di questa causa: i sensi. Ciò che il Papa contesta a questo orientamento di pensiero, cioè sempre il Positivismo, è che la realtà che è al di fuori dell’uomo non è l’unica realtà di cui l’uomo possa fare esperienza. Esiste una realtà, ad esempio quella che attiene all’interiorità di ciascun individuo, che prescinde dai sensi, ma non si può per questo affermare che non sia una realtà tangibile, “esperibile”. Allo stesso modo la realtà della Fede è una realtà che fa riferimento a qualcosa, a un principio che trascende i sensi, ad esempio nel fenomeno della “estasi mistica”. Può la  scienza, ciò che il Papa chiama Positivismo, giungere ad una conclusione certa sulla inesistenza del fenomeno della estasi mistica solo e soltanto sulla base della osservazione di fenomeni meramente empirici? Cosa vuol dire questo? Vuol dire che oltre alla dimensione fisica, intesa come realtà tangibile, esiste un’altra dimensione la quale si sostanzia in ciò che riguarda questioni come l’esistenza dell’anima, dello spirito, e quindi in senso ampio anche le verità di Fede, cioè i Dogmi.

Ed ecco che Messori passa alla sesta questione, che riguarda peraltro il cammino di Fede o non Fede di molti. La domanda è sul perché Dio non si manifesti chiaramente, perché non dia in qualche modo una prova tangibile della sua viva presenza, perché si limiti ad intervenire solo occasionalmente, ad esempio con i “miracoli” o solo in certi luoghi come Lourdes, Fatima, Santiago de Compostela, Loreto. La risposta del Papa fa riferimento, sempre in maniera velatamente critica, innanzitutto alla circostanza che con Cartesio nel Seicento vi fu una sorta di rottura tra coloro che, da un lato, credevano fermamente ai precetti della Chiesa, intesa


quest’ultima dal punto di vista diffuso tra le gerarchie e quindi dagli esegeti ma anche dai teologi laici e coloro che, d’altro lato, a quel tempo concepirono, da laici ovviamente, un nuovo modo di percepire sé stessi, i processi cognitivi, il rapporto con la realtà dei sensi, ecc. L’iniziatore di questo movimento fu come accennato il filosofo francese Cartesio, il quale fu senz’altro autore di una nuova epistemologia, cioè di nuovi modi e strumenti per avvicinarsi alla conoscenza della realtà, sia la realtà relativa a sé stessi e al proprio intimo sia la realtà sensibile. Non più “creazione”, da parte di un essere da venerare e invocare, ma “autosustanziazione”, cioè autodeterminazione in ragione e grado delle facoltà cognitive; non più fede ma freddo ragionamento, che procede per causa ed effetto; non più Dio quale principio primo d’ogni cosa ma l’individuo “pensante” come sostanza della realtà percepibile, che è quindi l’unica realtà possibile. Ed ecco che il fondamento della realtà poggia non più su un principio trascendente quale è Dio, ma invece su un principio immanente, cioè interiore all’uomo, il puro intelletto, il cui estremo distillato è la massima: “penso dunque sono”. Ma ponendo per un attimo da parte Cartesio e il suo Razionalismo, la giusta risposta alla domanda posta da Messori la dà comunque il Papa, il quale afferma, senza téma di errore, che Dio si è reso parte della realtà tangibile proprio con la venuta sulla Terra da parte di Gesù, Suo Figlio Unigenito. Se intento di Cartesio era liberare il mondo dalla superstizione, intento di Gesù era liberarlo dai peccati. Quale dei due propositi fu più ambizioso?

La settima domanda ha fondamento nel confronto che Messori “discretamente” propone tra Gesù ed altri “mistici” che la Storia ricorda, e cioè Maometto, Buddha e Socrate. In base a quale titolo Gesù è ritenuto Manifestazione terrena di Dio mentre quegli altri no? Anche a questo ovviamente il Papa dà una risposta, la quale fa riferimento a più punti. Gesù non può per niente essere accostato se non liminalmente alle predette figure storiche in forza di alcune considerazioni, relative a:

-         la natura umana/divina di Gesù;

-         la sua missione salvifica sulla Terra;


-         l’istituzione della Chiesa cristiana.

Certo, Gesù può per alcuni aspetti essere accostato a Socrate, ad esempio per la serena sottomissione con cui accetta una morte ingiusta, che Socrate accettò per non contravvenire alle Leggi, le quali nell’Antica Grecia erano peraltro considerate alla stregua di divinità; a Maometto, perché al pari quest’ultimo Gesù dettò precetti e regole di condotta al proprio popolo in funzione della salvezza eterna; a Buddha, a causa del Suo misticismo e della sua persistente anche se non totalizzante esigenza di distacco dal mondo, la stessa esigenza che sta ad esempio alla base del ritiro nel deserto per 40 giorni 40 notti da parte del Cristo come raccontato dai Vangeli.

Ma nessuna delle tre figure storiche citate da Messori può essere in tutto assimilata sia al Gesù in quanto figura storica, sia al Gesù in quanto parte di Dio o per meglio dire al Gesù che è Dio Egli stesso o si proclama tale;

La ottava domanda è particolarmente impegnativa. Messori chiede al Papa se in definitiva vi fosse davvero la necessità da parte di Dio di sacrificare Suo Figlio, cioè parte di sé, per cancellare i peccati del mondo, per redimere l’Umanità. E quali sono le analogie con le tante descrizioni di morte e distruzione contenute in tanti libri dell’Antico Testamento? La ragione non è ovviamente agevole da intendere, innanzitutto perché richiede una spiegazione complessa. Si parte dal presupposto che l’Alleanza stabilita tra Abramo, rappresentante del Popolo Ebraico, e Dio si fondava su un insieme di disposizioni legislative che Dio stesso avrebbe poi affidato in maniera tangibile, cioè incise sulle Tavole della Legge, a Mosé sul Monte Sinai al tempo della prima uscita dall’Egitto. Tali regole e disposizioni formavano ciò che Dio stesso definì “Alleanza”, un’ alleanza fondata su un rapporto di obbedienza da parte del Popolo ai precetti indicati da Dio a Mosè. Ovviamente tale Alleanza comportava dei doveri che se non adempiuti avrebbero causato lutti e sciagure sempre a carico del popolo ebraico, come d’altra parte sarebbe avvenuto il contrario allorquando quelle stesse disposizioni fossero state osservate, cioè quando in virtù di tale obbedienza, alle sciagure si sarebbero avvicendati periodi di pace e prosperità. Con Gesù Dio intende stipulare una nuova Alleanza, questa volta perenne, perché


fondata sul sangue del Suo Figlio Unigenito. Ciò sarebbe a dire che attraverso i sacramenti, cioè la liturgia eucaristica e gli altri, che concettualmente ripetono, in maniera tale da sublimarli, cioè da coglierne l’essenza, atti e gesti rituali di sottomissione e di lode a Dio funzionalmente simili ai sacrifici compiuti millenni or sono nell’Antico Tempio di Gerusalemme, più volte ricostruito sempre nell’arco di millenni, a maggior gloria di Dio stesso, lo stesso Dio di Mosè intendesse redimere “tutta” l’umanità e non solo gli Ebrei perché la stessa Umanità non peccasse più contro di Lui contro il prossimo. Il corpo di Dio di cui si parla nel Nuovo Testamento, ossia la Chiesa fondata sul capo di Pietro, ha proprio questa funzione; quanto alla sua natura anagogica, essa è il Corpo di Cristo, sia in quanto simbolo della salvezza eterna, sia in quanto essa è, per volere di Cristo, ciò che congiunge il mondo terreno e il Mondo trascendente, e la cui vocazione, ha carattere universale, cioè è diretta a tutti coloro che scelgano in coscienza e per tramite di Gesù di aderire alla Sua Chiesa. Sempre nella settima domanda Messori si chiede se sia davvero concepibile un Dio come quello Cristiano. Anche Paolo in proposito era inizialmente scettico e di poca Fede, anzi era un acerrimo persecutore dei Cristiani, ma ad un certo momento della propria vita decise di seguire Colui il quale gli si era manifestato nel pieno della propria divina luce sulla via per Damasco. Tutti i Concili che nel corso di secoli si sono avvicendati all’interno della Chiesa tra coloro che su Gesù, sulla Sua natura Divina, sulla Sua missione salvifica, sulla Sua Umanità e insieme Divinità, nutrivano le più diverse convinzioni, compreso tutto il novero delle eresie che di quando in quando minacciavano le fondamenta stesse della Chiesa; i suddetti Concili e senz’altro sino al Vaticano II erano periodicamente impegnati a ricondurre alla ortodossia (dal greco “retta opinione”) una quantità di false convinzioni circa la figura di Cristo tra le quali assai diffuso era ad esempio l’Arianesimo, eresia che negava che Gesù potesse condividere una duplice natura, al tempo stesso umana e divina. Questa dunque la funzione dei Concili: ricondurre ad unità le idee e le posizioni intellettuali di tutti coloro che sulla questione “cristologica” nutrivano dubbi, convinzioni teologicamente inesatte, o addirittura,


come gli Ebrei, il rifiuto di considerare Gesù quale incarnazione terrena del principio o “logos” divino. Finalmente durante Concilio di Nicea, dice il Papa, si trovò un accordo di massima, cioè si proclamò che Gesù “è il figlio unigenito dell’eterno Padre, generato e non creato, della Sua stessa sostanza, per mezzo del quale tutte le cose sono state create”.

La ulteriore domanda che l’intervistatore pone al Pontefice è ancora più esplicita e sempre relativa alla ragione della necessità da parte di Dio di inviare Suo Figlio per la salvezza di tutti gli uomini, e in un “eccesso di zelo” di “suggellare” questa missione di salvezza con il sangue e con la Croce. Perché la storia della salvezza che il cristianesimo ci racconta è così “complicata”?

La domanda muove ovviamente da un punto di vista totalmente “laico” perché non considera l’imponderabilità del volere divino. In altri termini Messori sa benissimo che la risposta alla sua domanda poggia semplicemente sulla Fede, cioè su un sentimento che si trova all’opposto del ragionamento e di tutto lo strumentario di cui il procedimento razionale si serve per attingere alla “verità”. Verità che però sebbene attingibile razionalmente non è certo Verità di Fede, perché quest’ultima non ammette come parametro veritativo la ragione o la logica o quant’altro. Il papa, compresa la natura provocatoria della domanda di Messori, risponde con un  ulteriore riferimento, ripetendo il “già detto” per maggiore sicurezza, a ciò che avvenne a livello filosofico agli inizi del XVII secolo con la fondazione di un nuovo sistema filosofico, e ciò ad opera, in massima parte di un filosofo francese, il già nominato Cartesio. Ciò che Cartesio concepì ed elaborò in merito alla conoscenza umana fu in sostanza l’asserire che tutto ciò che non è razionalmente concepibile non esiste. Dice Cartesio che lo stesso essere umano, se fosse privo di intelletto, se cioè vi fosse in esso una sorta di separazione tra la materia di cui esso uomo è composto e la sua facoltà di pensare razionalmente, allora vi sarebbero dei problemi a livello gnoseologico, il che concettualmente implicherebbe che si dovrebbero operare delle distinzioni non solo tra uomo e Dio ma anche tra uomo e uomo. Se invece l’uomo pensa secondo ragione, se percepisce sé stesso come essere pensante,


allora tutto ciò che non può essere verificato attraverso i sensi, l’intelletto e la ragione non è di questo mondo: è impossibile perché non  “rilevabile razionalmente”. La storia della salvezza cristiana si fonda ovviamente su presupposti speculari a quelli da cui muove la analisi cartesiana. Non si riesce a comprendere il mistero della incarnazione, morte e resurrezione di Gesù se non si opera un atto di Fede. Ed è a compiere questo atto di Fede che è chiamato chiunque voglia avvicinarsi al Cristianesimo.

La decima domanda è anche essa relativa alla religione cristiana come religione della salvazione. Tutto ciò che essa religione ha dato al mondo a partire dalla venuta di Cristo, non può essere compreso razionalmente, ma occorre sempre un atto di Fede. Il cui opposto è ovviamente e ad esempio un’altro aspetto della filosofia e della storia dell’uomo: l’Illuminismo. Il Papa continua a descrivere ciò che può accadere quando il messaggio del Salvatore resta lettera morta, resta inascoltato. E allora nel corso della storia dell’Umanità occorre pensare ad esempio a quella pura follia che diede luogo alla Rivoluzione francese, la quale non solo fu causata da uomini privi di Fede, ma giunse persino alla negazione della stessa Fede, definendola “superstizione”.

La domanda successiva è ovviamente relativa al “perché” dell’esistenza nel mondo, nonostante il sacrificio della Croce, del male, della violenza, di tutto ciò che sembra negare che il Redentore abbia davvero redento tutti. Come spiegare questa contraddizione? Ovviamente la risposta del Papa fa riferimento anche a tale proposito, ad una verità di Fede, e cioè che una volta compresa la differenza che corre tra l’inconsapevolezza dell’uomo appena creato nel Giardino dell’Eden e la successiva acquisizione di consapevolezza della differenza tra Bene Male da parte di quello stesso uomo, egli – l’uomo – è divenuto capace di scegliere tra il Bene e il Male, e conseguentemente tutte le sciagure lontane e recenti che hanno colpito l’Umanità, a volte in maniera terribile, e si pensi in proposito quanto meno alle Guerre mondiali e all’Olocausto, hanno un senso. Hanno un senso in riferimento  alla dualità della umana natura, la quale è a volte portata a compiere il male, o


meglio ciò che Dio, da saggio Legislatore, aveva indicato come Male sin dai tempi dell’Alleanza con Mosè; altre volte a compiere il Bene. Insomma il problema del Male nel mondo può essere risolto concludendo che esso male non dipende da Dio ma dalla libera facoltà di scelta che l’uomo acquisì a causa del peccato originale, cioè la facoltà di scelta tra Bene e Male. Insomma il vitello d’oro diviene a volte una tentazione così forte da allontanare l’uomo da Dio. Ma allora come giustificare ulteriormente l’esistenza del male nel mondo? Il male nel mondo esiste, perché coloro i quali sono parte di esso mondo, che in di esso vivono e agiscono, sono incapaci il più delle volte di comprendere il mistero della morte e della resurrezione, e ciò perché in sostanza non hanno Fede, perché pur conoscendo ciò che è Bene e ciò che è Male, spesso sono portati a operare nel senso del Male piuttosto che del Bene.

Continuando nel discorso si potrebbe dire che la Morte e la Resurrezione sono senz’altro un messaggio di inaudita potenza nei confronti di coloro che non conoscono Dio o in cuor loro lo rifiutano;  nei confronti di coloro che non hanno  una coscienza o per meglio dire non “sanno” di averla, una coscienza. Ma allora il motivo rimane lo stesso: ed è lo stesso motivo per cui Dio primamente allontanò Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre, cioè l’acquisizione della capacità di discernere il Bene dal Male. Se è questo che l’uomo da allora, cioè dai tempi della esclusione dal Paradiso, porta dentro di sé, ossia il Peccato Originale, Peccato che tormenta i non battezzati, cioè i non liberati da quel peccato attraverso il Battesimo, si potrebbe affermare che la Misericordia divina abbia voluto scegliere tra coloro che, membri di una embrionale Umanità, simbolizzata da Adamo ed Eva nelle scritture, una Umanità rea di aver ceduto alla tentazione della conoscenza, fossero degni del perdono relativamente a quel peccato, grazie alla circostanza di essere scelti da Dio attraverso i propri ministri, cioè il Clero, a tal fine introducendo, a seguito della Discesa del Suo Figlio Unigenito sulla Terra, il Sacramento del Battesimo, il quale sacramento è volto a conferire al battezzando il perdono salvifico dalla colpa originale di cui ciascuno è responsabile alla nascita perché ne sono responsabili i


propri antenati, a cominciare da Adamo ed Eva, che per primi contravvennero al divieto posto dal Padre Eterno di attingere ciò cui del Giardino dell’Eden non avrebbero mai dovuto attingere: cioè sempre il frutto della conoscenza del Bene e del Male.

Per tornare alla finalità soteriologica del Cristianesimo, va detto che la dottrina della salvezza, che dal Cristianesimo discende in virtù di Cristo e della Sua morte e Resurrezione, potrebbe essere convenientemente elaborata asserendo che essa religione, sempre il Cristianesimo, grazie al dono della Fede, possa sì essere intesa come religione della salvezza, ma non soltanto della salvezza dal peccato, che, ove presente e in assenza del sacramento della penitenza, determina dopo la morte corporale, la dannazione della stessa anima peccatrice, ma in definitiva e in aggiunta la salvezza dalla stessa morte corporale, la quale secondo la teologia di Paolo sarebbe una condizione transitoria nella prospettiva che tutti i vivi ma soprattutto tutti i defunti, nel Giorno del giudizio saranno giudicati per le loro colpe e per il loro meriti secondo il vaglio insindacabile di un unico giudice: Gesù Cristo.

Altro discorso riguarda la pluralità quasi infinita di “credi religiosi” compresenti nel mondo. Come è possibile concepire che il Dio di Abramo, pur essendo unico, non sia il Dio di Maometto, pur esso unico e soprattutto non quel Gesù che i musulmani considerano solo un profeta e gli ebrei soltanto un “sovversivo”?  La soluzione che  il Papa prospetta è il dialogo costante con tutti i credi e le religioni del mondo, nella consapevolezza che la rivelazione del principio Divino non è unica ma molteplice e che ovviamente sarebbe impossibile schierarsi in maniera ostile nei confronti di religioni e credi che sono diffusi nel mondo tanto quanto il Cristianesimo, ed alcuni anche più diffusi. Diffusi ad esempio in estremo oriente: la Chiesa è ben consapevole che la presenza delle missioni cattoliche in Asia, cioè nel continente territorialmente più esteso del mondo, è assai limitata, ciò in quanto le credenze e le conseguenti pratiche di vita delle antiche religioni e Chiese in quei luoghi sono radicate da millenni. Altro confronto che i Cristiani sono costantemente chiamati a risolvere, si spera positivamente, è quello che interessa le “fedi” animiste, vicine


peraltro al Cristianesimo perché anch’esse professano l’esistenza di una sostanza invisibile, l’”anima”, che darebbe vita, essa stessa, ad ogni cosa. Ovviamente questo tipo di generalizzazione non può, dice il Papa, essere accettato in toto dalle  gerarchie ecclesiastiche, ma aperture di questo genere sono comunque considerate un elemento di vicinanza, non solo nelle credenze ma anche nelle pratiche di culto e nell’estremo rispetto che questi culti manifestano per mezzo  dei fedeli nei riguardi di ogni essere vivente, e persino verso ciò che comunemente noi occidentali consideriamo “inanimato”. Tra i culti non cristiani ma ricchi di proseliti nel mondo occorre menzionare, su tutti, Induismo e Buddhismo. Il primo dei due è un insieme di credenze che fanno perno sul concetto di “incarnazione”, cioè a dire che per gli induisti non esiste per lo stesso individuo una sola vita, limitata nel tempo e destinata ad una trascendenza conforme alla maniera in cui essa vita è stata vissuta in questo mondo, ma un numero infinito di esperienze esistenziali che, sempre secondo gli induisti, gli uomini sperimenterebbero nel corso di millenni. Ovviamente la ragione di una tale credenza è sempre quella che sta alla base delle tradizionali religioni non soteriologiche. Ogni buon induista è fermamente convinto che il ciclo nascita/morte sia lo stesso per tutti, anche “per gli animali” e sia funzionale ad una progressiva acquisizione di coscienza “distribuita” su molteplici esistenze. Il fine, il termine del procedimento di reincarnazione dovrebbe essere definibile come la condizione in cui l’individuo non ha più necessità di reincarnarsi perché ha raggiunto un livello di coscienza in corrispondenza del quale si instaura una totale liberazione dalle “impurità” spirituali che imponevano all’individuo, per essere cancellate, cioè per arrestare il ciclo nascita/morte/rinascita, di vivere più esistenze. Ora, una similitudine tra Induismo e Cristianesimo potrebbe essere la seguente: allo stesso modo in cui gli Induisti ritengono che il progresso sociale sia un male, cioè a dire un male nei confronti della pace sociale e dell’etica comunemente accettata, poiché vale la regola secondo cui ciò che è sulla Terra rispecchierebbe un ordine Divino che sta al di sopra di ogni cosa terrena; così i Cristiani, ovviamente Cattolici (per i Protestanti vale il contrario) ritengono che


l’ascesa nell’ambito del contesto sociale sia un qualcosa che dipende massimamente dalla posizione e dal ruolo sociale del singolo individuo e dei propri ascendenti eche ad essi deve necessariamente essere conforme. Non vi sarebbe quindi, neanche per i cattolici, la possibilità di elevarsi al di sopra della propria “casta”, come dicono gli induisti o “classe sociale d’appartenenza” come diciamo noi occidentali. Per passare all’altra grande corrente religiosa presente in Asia e assai diffusa anche al giorno d’oggi, sebbene più risalente nel tempo persino in confronto al Cristianesimo, essa  è il Buddhismo. Il Buddhismo prende nome dal pensiero di un uomo, Siddartha Gautama : successivamente definito “maestro”, “illuminato”, “guida spirituale”, cioè, soprannominato il “Buddha”, il quale visse nel VII secolo a.C., e dal cui insegnamento deriva l’insieme di pratiche e credenze che da lui stesso prendono il nome, cioè il “buddhismo”. Scopo dell’esistenza, dice Buddha, è la realizzazione di un confronto attivo con tutto ciò che di male vi è nel mondo, a cominciare dalle malattie, per arrivare alla morte, e finanche alla pazzia. L’insieme delle pratiche che il Buddha suggerisce a coloro che intendono seguirne l’insegnamento per raggiungere la pace spirituale, è di rinunciare ai desideri terreni, fonte di sofferenza, fisica e spirituale, per adottare una condotta di vita che si liberi da ogni contaminazione da parte di ciò che sempre Buddha definisce “passioni” ossia desideri che divengono talmente ossessivi da causare a volte casi di pazzia conclamata, o per il meno di scarsa serenità: oserei dire anche al giorno d’oggi. Ma per fare tutto ciò, per raggiungere questo fine, cioè in sostanza la liberazione dal dolore, dice Buddha, è necessario esperire l’unico strumento che può consentire una totale liberazione dai desideri, dalle angosce, dalla pazzia e dal dolore: la meditazione. La meditazione opera nel modo seguente: attraverso l’isolamento occorre preservare la propria sfera personale da ogni e qualsivoglia disturbo, insomma rimanere soli in un luogo appartato e lì tentare di eliminare dal propria mente ogni forma di pensiero, non importa se buono o malvagio. Il tempo  necessario per eliminare del tutto i propri pensieri, buoni o cattivi che siano, è differente da persona a persona, ma una volta raggiunto lo stadio del “non pensare”,


ovviamente prolungato per quanto è necessario, si ottiene ciò che i buddhisti chiamano Nirvana, il quale vocabolo tradotto nella nostra lingua vorrebbe dire qualcosa come la “completa liberazione” da ciò che di male è nel mondo, e soprattutto entro sé stessi a causa del mondo: in una parola “il Nulla”, il che è sostanzialmente come dire “Illuminazione”. Il Nirvana è assenza di desiderio e quindi di passione e in ultima istanza di dolore, quest’ultimo riferibile essenzialmente al modo di porsi nei confronti della realtà da parte dell’individuo, che nella gran parte dei casi causa sofferenza, non nella sfera fisica, ma nell’ambito latamente spirituale.

Ciò che rimane, una volta attinto ad un discorso sulle maggiori religioni del mondo, quale è quello di Giovanni Paolo II, è la necessità di accennare all’ultima delle tre religioni monoteistiche del giorno d’oggi, cioè la religione musulmana, tutto ciò sempre, come finora fatto, prendendo le mosse dalle parole del Pontefice Giovanni Paolo II pronunciate in risposta al vaticanista Messori nel libro/intervista “Varcare  la soglia della speranza”, oggetto del presente commento. E ovviamente tentando di chiarire in questa parte della presente scrittura, il portato di quelle parole per un comune cristiano quale anche io sono. La religione islamica, dice il Pontefice, non è una religione cristologica, cioè una religione “della salvezza per mezzo di Cristo”. Gesù è in essa considerato un profeta e non l’incarnazione di Dio. Il rapporto del musulmano con la propria religiosità, quindi con il proprio Dio è esclusivamente personale. Non vi sono promesse nascoste. Eppure il musulmano è connotato quale portato della propria fede da un senso di devozione al proprio Dio che ad esempio non hanno i Cristiani o gli Ebrei. Ad esempio Ebrei e Cristiani pregano molto meno degli islamici, per i quali la preghiera è obbligatoria almeno cinque volte al giorno. Altra peculiarità da attribuire all’Islam è l’assenza di rappresentazioni di Dio. Le moschee, cioè i luoghi di culto, sono spesso capolavori di architettura ma è impossibile trovare su di esse una raffigurazione del volto di Dio. In compenso esistono ricchissime decorazioni sia dell’interno che dell’esterno delle moschee, decorazioni il cui nome è “arabeschi” che non hanno nulla da invidiare quanto a


bellezza, alle rappresentazioni di tradizione cristiana aventi come soggetto Gesù o l’Onnipotente.

Con riferimento all’Ebraismo e ai suoi rapporti con il Cristianesimo, ciò che mi pare di capire dalle parole del Pontefice è che essi rapporti vanno intesi nel senso dell’unità e della continuità, e non della divisione e della contrapposizione. Il Pontefice afferma che la Santa Alleanza che Mosè instaurò sul Sinai con il Dio Javhè a favore del suo popolo non fu minacciata dalle opere e dalla predicazione di Gesù come invece gli Ebrei del tempo in cui Egli visse morì e risorse, ritennero di dichiarare ai Romani per provocarne la condanna a morte prima da parte di Pilato e poi della folla incosciente. Al contrario la vita e la predicazione di Gesù furono soltanto il compimento dell’ insieme di profezie messo per iscritto dai redattori della Bibbia sia nella versione occidentale in lingua greca che, prima ancora, nella Torah, cioè il compimento di tutto ciò che nell’Antico Testamento era stato profetizzato, ad esempio da Isaia, sulla venuta di un Messia che avrebbe liberato il Popolo Ebraico dalla schiavitù di potenze nemiche assicurando un’epoca di pace e prosperità eterna al Popolo Eletto.

Per continuare l’analisi e, per quanto possibile, l’interpretazione delle parole del Papa, occorre ora far riferimento al discorso formulato dal Santo Padre secondo un punto di vista dal quale considerare la storia delle prime comunità cristiane e di come, in esse comunità fosse assai forte e radicato, al tempo in cui Paolo era ancora in vita, l’impegno missionario. Per quanto riguarda le comunità ebraiche del tempo, esse credevano ancora in Javhè e mostravano segni di inquietudine nell’udire la buona novella del Cristo risorto. Le comunità greche erano a loro volta legate a doppio filo alle credenze politeistiche dei pagani. Tuttavia nonostante questa iniziale debolezza, i numerosi Concili che in quei tempi furono convocati gettarono le fondamenta del messaggio cristiano anche in comunità che di Cristo non avevano ancora sentito parlare. Un esempio di fervore missionario è quello che ci è dato dai Santi Cirillo e Metodio, che trasmisero i Vangeli tradotti in greco ai popoli dei Balcani, rendendo possibile anche a loro avvicinarsi alle scritture. Secolo dopo


secolo l’opera di conversione raccoglieva i suoi frutti man mano che il mondo conosciuto andava espandendosi. Si giunse così, dopo la scoperta delle Americhe, all’inizio di un’opera di conversione e proselitismo che da allora avrebbe interessato tutto il nuovo continente, e ciò proprio nei secoli della Riforma Luterana che in Europa aveva privato la Chiesa di Roma di gran parte del proprio ascendente e – diciamolo pure – del suo potere. Ovviamente l’opera di evangelizzazione portata avanti dalla Chiesa non cessa all’epoca di Cristoforo Colombo, ma arriva fino ai nostri giorni. In tal senso vanno viste le numerose encicliche che di volta in volta inneggiano alla conversione e alla redenzione qui sulla Terra, che è preludio della redenzione futura. Due su tutte: Redemptoris missio e Evangelii nuntiandi.

Continuando nel commento del dialogo tra Messori e Papa Giovanni Paolo II, si parla ora di gioventù. L’intervistatore chiede al Pontefice di esprimere un giudizio sui giovani di oggi in riferimento alla Chiesa. Il papa dice che fondamentalmente i giovani sono, in tutte le epoche, sempre gli stessi. Che sono molto attenti al messaggio evangelico, ma che hanno anche delle esigenze, ad esempio quella a che il loro modo di approcciarsi alle cose del mondo sia quanto più consono ai propri principi e alle proprie aspirazioni. I giovani cercano di realizzare sé stessi all’interno del contesto sociale e per farlo utilizzano gli strumenti tradizionali del lavoro, della professione, del matrimonio e alcuni anche del sacerdozio. Sulle giornate mondiali della gioventù, dice il Papa che la prima di tali giornate non fu Sua iniziativa ma un qualcosa che partì dal basso e che nondimeno Egli ne fu lietissimo. D’altra parte il Pontefice considera i giovani di oggi fortunati per non aver dovuto essi condividere o perfino sperimentare sulla propria “persona” quelle che sono state le grandi tragedie del secolo passato. E’meglio o peggio, non aver vissuto una guerra, se non altro a livello di consapevolezza e formazione personale? E’possibile trasmettere ai giovani dei valori senza che sia necessario un nuovo conflitto mondiale che attraverso la morte di milioni di persone abbia l’effetto di riconciliare con “la vita” coloro che restano “vivi”? Il papa pensa di si.


Con specifico riguardo all’esperienza della guerra mondiale, il papa è invitato da Messori a posare per un momento lo sguardo sulla tragedia dei totalitarismi che furono la causa prima dell’ultima guerra. Uno in particolare: il comunismo. Come interpretare le immani tragedie del XX secolo alla luce del messaggio evangelico? Dov’era Dio quando milioni di persone morivano in guerra, nei lager e nei gulag? In proposito la risposta del papa è innanzitutto un accenno a tutto ciò che di buono il cristianesimo ha fatto in favore della pace, della giustizia e della verità nel mondo ed Egli ci dice anche, in riferimento all’esperienza comunista, che coloro i quali instaurarono sistemi comunisti avevano anche essi le proprie ragioni come traspare dall’enciclica “Laborem exercens”. Il papa prosegue dicendo di apprezzare il movimento comunista nella misura in cui esso movimento è, al pari del Cristianesimo, ma sempre a “suo modo”, un movimento di redenzione, che tende a modificare la sostanza morale dell’individuo, in opposizione ai movimenti democratico/liberali in cui predomina il fenomeno deteriore del consumismo, cioè dei consumi in sostituzione dei valori fondamentali e degni di un essere umano, quei valori che rendono un semplice individuo “persona” anziché “consumatore”. D’altra parte il papa fa anche notare che la caduta del comunismo era già stata predetta e annunciata a suo tempo dalla Madonna ai tre fanciulli semianalfabeti di Fatima, fanciulli che di per sé stessi non potevano avere conoscenza di eventi tanto lontani ed estranei alla loro quotidianità. Non a caso il Pontefice fa notare che l’attentato di cui Egli fu vittima personalmente potrebbe essere stato necessario nell’ottica della Provvidenza di Dio e conforme al Suo modo di comunicare con noi uomini e in definitiva ai Suoi disegni ultimi su noi uomini e donne cristiani.

La domanda successiva che Messori pone al Pontefice è relativa alla circostanza che, nonostante il Cristianesimo, nelle sue tante diramazioni, e ad esempio nel confronto con la dottrina Luterana, sia una religione che accoglie nel proprio seno una quantità di credenze, riti, gruppi più o meno caratterizzati da posizioni ideologiche e prerogative che a volte vanno anche contro quelli che sono i dogmi cattolici, cioè le Verità di Fede quali predicate dalla chiesa di Roma; dicevo che ciò


nonostante la Fede cattolica continua ad essere diffusa in tutto il mondo, e nella figura del Santo Padre e nelle gerarchie a professare le medesime verità di fede, senza curarsi di coloro, ma anzi favorendo il dialogo con coloro che, sempre nel seno del Cristianesimo, aderiscono a posizioni teologiche differenti, e a volte persino contrarie ad alcuni dogmi cattolici di cui il Pontefice è custode. In definitiva la domanda che Messori pone è la seguente: si può ad oggi affermare che la Chiesa cattolica sia l’unica tra tutte le Chiese cristiane, a detenere il “monopolio” della Verità?

La risposta del papa attiene alla metafora, presente in molti testi ufficiali e non ufficiali della Chiesa, e che risale a San Tommaso, secondo cui il corpo di Dio che è la Chiesa, ha tante diramazioni, come per l’appunto lascia intuire la similitudine del corpo umano e delle sue membra risalente sempre a San Tommaso D’Aquino. Detto ciò il Papa ricorda che la Chiesa cattolica è incentrata su Cristo, che essa è una Chiesa “cristologica”, ma che nonostante i dogmi relativi a Cristo siano immutabili, e non possano essere “scardinati” dalle credenze e dai culti affini a quello prettamente cattolico, vero è comunque che il dialogo con tali diramazioni da parte del Cristianesimo cattolico è molto intenso, nonostante le  inconciliabili differenze. A giustificazione di ciò e soprattutto a difesa dei dogmi di Fede, la Chiesa cattolica dispone di alcune istituzioni, ad esempio la Congregazione per la dottrina della Fede, che garantiscono l’uniformità e la coerenza del messaggio evangelico, a scanso di deviazioni dalla retta “opinione” sulle Sacre scritture. E tale prerogativa non discende dall’alto, non ha alcuna altra derivazione che la vita, la morte e la resurrezione di Cristo, colui che quella Chiesa a suo tempo ha fondato. Fu Cristo, come è più che noto, ad istituire in Pietro il primo Papa. Questo dovrebbe essere un monito per tutti coloro che vorrebbero inficiare il messaggio evangelico con interpretazioni posticce ovvero con la contestazione e il rifiuto rivolti ad alcuni dogmi di Fede, che i Pontefici, nel corso della storia, hanno introdotto al fine di completare e armonizzare la Dottrina Cattolica con l’insegnamento iniziale di Cristo, ciò di cui Gesù stesso aveva ad essi conferito il compito con la fondazione


della Chiesa cristiana, per mezzo di Pietro, attribuendo a quest’ultimo e a tutti i suoi successori “le chiavi” del Regno. Tuttavia, nonostante l’unicità e sostanziale coerenza del messaggio evangelico, quale inteso dalla Chiesa di Roma, continua il Papa, esistono all’interno del movimento cristiano alcune divisioni in merito all’interpretazione dei Vangeli. La prima divisione interessa i rapporti tra Cattolicesimo occidentale e Chiesa ortodossa orientale di rito bizantino. Si tratta tuttavia di una divisione meno intensa di quella che interessa i rapporti, ad esempio, tra la Chiesa protestante anglicana e sempre la Chiesa di Roma. L’unico modo per appianare i contrasti, dice il Papa, per quanto possibile, è l’instaurazione di un dialogo costante che tenga conto dei caratteri peculiari di ogni confessione che si dica cristiana, e anche purtroppo della esigenza da parte di tali confessioni, di discostarsi a volte in maniera persino intollerabile, dalla Verità cattolica. Anche agli ebrei il Papa si rivolge nell’ottica di un dialogo costante, e nella consapevolezza di quella immane tragedia che è stato l’Olocausto per il popolo Ebraico. Ma in che modo sarebbe oggi possibile ricondurre ad unità le tante divisioni all’interno del Cristianesimo, anche tralasciando il dialogo con altre Fedi? Il Papa in proposito ricorda il valore della tolleranza e il “principio” del “buon vicinato”, e fa notare che le differenze a volte sono fonte di ricchezza, anche quando riguardano la totalità dei movimenti che ad ogni modo si richiamano al messaggio cristiano.

E poi il Concilio Vaticano II, su cui Messori chiede l’opinione del Pontefice, il  quale paragona il Concilio a qualcosa che abbia a che vedere con la Pentecoste, e cioè l’Unione dialogante di uomini che provengono dalle più diverse Nazioni, che si riuniscono per il Bene della Chiesa, e per indicare a tutti i credenti in un momento delicato il percorso da intraprendere. Il Concilio, una volta concluso, ispirò poi i Sinodi post/conciliari, in uno dei quali, ovviamente successivo al Vaticano II, nacque tra i Padri Conciliari l’idea di redigere il Catechismo della Chiesa cattolica, che ad oggi da decenni è uno dei libri a carattere religioso più diffusi nel mondo. Sempre per quanto riguarda il Concilio Vaticano II dalla prospettiva del Pontefice, Messori ricorda come il Papa fosse stato in più di una occasione tacciato di intenti


restaurazionisti all’interno del Concilio. Ovviamente non è così, dice il Pontefice: il Concilio è stato una grande occasione di riunificazione e di dialogo tra i rappresentanti di tutti i movimenti dichiaratamente Cristiani. Il Concilio fu sicuramente un’occasione di incontro e condivisione con una forte apertura verso la presenza dei Cattolici nel mondo, sia al livello delle gerarchie, che operano nell’ambito delle missioni diffuse nei Paesi più lontani del Continente africano, sia in Estremo oriente sia in Sud America, sia al livello della comunità dei fedeli, attraverso un dialogo costante, ricco di aperture e di occasioni di confronto. Ma il richiamo al Concilio, fa notare Messori ha introdotto nell’ambito dei credi e delle confessioni legate alla Chiesa di Roma da una origine comune, cioè il riferimento cristologico, una forte opposizione a certe decisioni di Fede adottate proprio in ambito conciliare. Il Papa ne è ovviamente consapevole nella misura in cui ci dice che, nonostante la maggiore libertà dei costumi, non del tutto invisa alla Chiesa, esiste il forte pericolo di un crescente relativismo, con il quale già Papa Paolo VI aveva dovuto confrontarsi, quando promulgava l’enciclica Humanae Vitae. Si può comunque affermare, dice il Papa, che il Concilio sia stato la causa, la fonte, di una fede rinnovata e più profonda. Infine un accenno al comunismo, la cui caduta, afferma il Papa, costituisce un fattore positivo dato che ha consentito il risorgere del sentimento religioso nelle Chiese dell’Europa dell’Est, in particolare in quella di rito ortodosso. Se poi però si guarda un attimo al recente passato e si pensa alle tragedie che gli uomini di tutto il mondo hanno vissuto durante il XX secolo, allora si può ragionevolmente affermare che il secolo XX è stato popolato di martiri della Fede, ad esempio Massimiliano Kolbe o Edith Stein, i quali sono vissuti per testimoniare ancora una volta che in millenni di storia e nonostante difficoltà apparentemente insuperabili, la Chiesa Cattolica, ma anche l’Ortodossa, sono ancora vive e presenti accanto agli uomini di buona volontà e ai veri credenti.

Per rispondere ad una ulteriore domanda di Messori, inerente alla esistenza, se sia ancora viva e presente o retaggio del passato, di Inferno, Purgatorio, e Paradiso, il Papa cita allora l’Enciclica Lumen gentium, nella quale si parla di “funzione


escatologica” della Chiesa e della sua dottrina. Noto è il significato di “escatologia”, intesa come la somma di tutto ciò per cui la Chiesa in attesa del Giudizio Universale opera qui sulla Terra. E’questa la verità che l’enciclica in parola ci ricorda, ossia essa ci ricorda che in un tempo più o meno lontano da oggi ognuno di coloro che adesso sono qui, nel mondo e vivono le proprie esistenze, magari incuranti del “domani”, dovranno al fine rendere conto finanche dei loro pensieri, perché questo è ciò che li attende al cospetto di Dio. L’uomo infatti, dice il Papa, è un essere responsabile, cioè consapevole di ciò che è bene e di ciò che è male. In tale prospettiva occorre distinguere tra Chiesa “temporale” e Chiesa “celeste”. Occorre operare sempre nel senso che tutto ciò che di santo e di giusto è in Cielo sia fonte di santità e di giustizia sulla Terra. E’ probabilmente vero, dice il Papa, che tutto ciò che di umanamente tragico è accaduto nel XX secolo abbia allontanato le coscienze dal pensiero di un inferno spirituale e quindi non terreno ma trascendente, dopo aver constatato dove l’umana crudeltà può giungere per mezzo degli Inferni terreni che hanno travagliato nel ‘900 più di una generazione e si parla ovviamente e in sottofondo sempre del Comunismo. Tutto ciò però non deve far perdere la speranza che la “sensibilità per le cose ultime” debba condurre il credente in un luogo sicuro per sé ma soprattutto per la propria anima, ossia acquisire il senso della non comparabilità tra ciò che accade in questa vita che è come ricorda il Salve o Regina “una valle di lacrime”, e ciò che accadrà dopo, ciò che per i peccatori irredenti sarà dieci, cento, mille volte più terribile di tutto ciò che può accadere qui sulla Terra, e finanche peggiore di un Inferno sulla Terra. E diciamo pure che una mano, quale è quella della Chiesa, è sempre presente nel mondo, anche quello d’oggi, per indicare una via, un cammino di Fede che, se percorso fino in fondo può portare alla salvezza eterna.

Se poi sia umanamente possibile vivere una vita retta e fondata su dei valori di riferimento, pur senza aderire ad alcun credo o fede, il Papa ammette che ciò è senz’altro possibile. Ostano però ad una pienezza di vita e di felicità, tutte le cose che derivano all’uomo da due suoi attributi: una coscienza e un senso della Verità


che se non nutriti, se non curati, possono determinare uno stato d’animo interiore molto simile a quello del marinaio che ha perduto la bussola e non riesce a riprendere terra. Va anche detto che, per restare all’esempio, “perdere la bussola” è qualcosa di molto più facile che nel passato. La società odierna ha sostituito i propri falsi dei, cioè essenzialmente i beni di consumo, con il vero Dio, nonostante Lui solo sia fonte di una vera pienezza e gioia nell’esistenza. Tuttavia anche coloro che non hanno conoscenza delle cose di fede e per i più diversi motivi, hanno la possibilità di avvicinarsi, anche proficuamente alle verità della Fede. Tutto ciò ovviamente senza scadere in quella che, tra le innumerevoli eresie, che nel corso dei millenni hanno minacciato l’Unità della Chiesa, fu definita, come già accennato, Eresia Pelagiana secondo la quale l’uomo può condurre una vita felice anche a prescindere dai Vangeli, a prescindere dalla Grazia Divina, ciò che ovviamente non corrisponde a Verità.

In tema di “diritti umani”, tema molto attuale al giorno d’oggi, Messori chiede al Santo Padre innanzitutto in che modo i diritti umani possano essere definiti da un punto di vista cristiano e in secondo luogo se si tratti solo di diritti intesi in senso meramente materiale o anche  in senso spirituale. Insomma se vi sia o no qualcosa  di più profondo.

La risposta del Pontefice parte dalla considerazione del marxismo come dottrina sostanzialmente fondata sulla violenza dell’uomo contro l’altro uomo, ma ciò, questo carattere del marxismo, è in contraddizione con ciò che il marxismo intende realizzare, cioè la felicità dell’uomo su questa Terra. Il Papa ci dice che questa strada, quale esempio di tante altre, è sbagliata, da tutti i punti di vista e sulla base di qualsiasi dottrina, se non ci si apre alla consapevolezza e alla pratica quotidiana di un unico messaggio, il “comandamento dell’amore”, messaggio portato da un unico “messaggero”: il Cristo. E’soltanto donando sé stessi agli altri che si può realizzare un mondo migliore, amando cioè il prossimo come sé stessi, come solo Cristo ci ha amati e come solo in Lui e con Lui possiamo trovare lo stesso tipo di apertura spirituale verso il prossimo.


E’ chiaro però che il comandamento dell’amore deve confrontarsi con alcune realtà che non solo ignorano tale comandamento ma che anzi cercano di negarlo, di relegarlo su un piano soggiacente e subordinato, per rivendicare istanze che per ipotesi possono anche essere considerate “giuste”, ma che senz’altro esulano dalla messa in pratica del messaggio cristiano. Si parla in primissimo luogo di diritto all’aborto in contrapposizione al diritto alla vita del nascituro. Va detto che il Papa si è molto esposto su questa tematica, tanto che i suoi continui messaggi pubblici e le sue esternazioni sono state spesso definite “ossessive”. Il Papa spiega che il diritto alla vita è un diritto non solo civile ma anche fortemente legato alle dottrine e ai principi della Chiesa di Cristo. L’interruzione di gravidanza non è niente altro che  la compressione, o peggio la repressione di questo diritto, il diritto alla vita, che non per niente molti vorrebbero fosse postposto a quello della madre che decide per l’aborto. Abortire, tranne forse in casi estremi non può costituire un diritto, o quanto meno un diritto da contemperare con altri diritti: ad esempio il diritto/dovere di avere figli in costanza di matrimonio, il dovere di praticare l’astinenza sessuale per quanto è possibile, il dovere cui ogni donna è tenuta di scegliere, di preferire la vita alla morte. Grazie anche alle forze politiche cattoliche dei tempi che furono, l’aborto è oggi regolato da una legge, che dovrebbe essere intesa a regolarizzare il fenomeno e a ricondurlo nell’alveo dei comportamenti “a rischio” e pertanto doverosamente renderlo oggetto di un controllo la cui esplicazione è ovviamente da ascrivere alle autorità preposte: per questo esiste una legge sull’aborto, ed è già qualcosa.

E’ noto che il Pontificato di Giovanni Paolo II è stato costantemente ispirato alla devozione, particolarmente intensa, da parte del Pontefice, per la Madre di Dio. Ovviamente la domanda di Messori non può che evocare alla mente  del Papa episodi antichi, cui il Santo Padre ebbe facoltà di assistere, episodi di devozione al culto mariano, a cominciare da quando, bambino, Papa Woytila contemplava con profonda devozione l’immagine della Madonna del Perpetuo Soccorso, oppure il ricordo del culto della Vergine di Jasna Gora, rappresentata da una statua a immagine di donna “di colore” e venerata da secoli come la Regina della Polonia. A


parere del Papa, tutto quel movimento libertario che riguarda molte donne odierne, ossia una riproposizione delle posizioni del femminismo degli anni ’60, si deve ad uno scarso rispetto per la figura della donna, che si sente fortemente sminuita e oltraggiata da certi comportamenti prettamente maschili, che tuttavia derivano spesso da una scarsa conoscenza del problema dei rapporti, anche nei luoghi pubblici, tra uomini e donne, e ciò sia da parte degli uomini che delle donne.

E per finire questa lunga intervista della quale ho tentato di sviluppare le tematiche e dalla quale ho tentato di estrapolare gli insegnamenti più significativi, c’è un’ultima affermazione che vorrei sottolineare, e che ci riconduce all’inizio del colloquio tra Messori e il Papa: il “non abbiate paura” con cui il dialogo in parola ha avuto inizio. Per rendere ulteriormente chiaro il significato attribuito dal Papa a tale esortazione, Egli pone a confronto da una parte la dialettica “padrone/servo” formulata a suo tempo dall’eminente filosofo tedesco Hegel, e dall’altra il rapporto padre/figlio su cui si fonda il messaggio evangelico, nella fattispecie della parabola del “figlio prodigo”. Mentre infatti la prima delle due relazioni menzionate si riferisce a un qualcosa di imposto per mezzo della violenza, la seconda, quella tra padre e figlio, è fondata sull’Amore. E alla fine della storia l’Amore è tutto ciò che rimane. Gesù lo sapeva prima di chiunque altro, Padre a parte.

 

Parte terza: considerazioni di storia delle religioni. Ebraismo, Cristianesimo, Islam.

 

Ebraismo

Innanzitutto una breve analisi del presente.

Sento l’esigenza di rammentare al lettore quella che è la realtà dell’Ebraismo odierno al di fuori dei confini dello Stoto di Israele e nella fattispecie dell’Ebraismo considerato in un ambito nazionale interessato da una forte presenza ebraica, quali sono oggi gli Stati Uniti. In questo Paese vivono oggi circa 7.500.000 Ebrei, cioè la


metà dei 15.000.000 di ebrei sopravvissuti all’Olocausto. Probabilmente la crescita della popolazione ebraica avvenuta nel Paese ha favorito una maggiore apertura alle tradizioni esterne da parte di alcune comunità, le quali ormai accettano ad esempio la prassi dei matrimoni misti, cioè fra ebrei e non ebrei, matrimoni che ormai hanno raggiunto il 55% del totale. Questa apertura ha dato luogo ovviamente ad una divisione se non frammentazione tra le comunità ebraiche che tale apertura hanno favorito e le comunità ortodosse che sono ancora legate alle tradizioni ancestrali che prescrivono ai fini della validità del vincolo, matrimoni tra persone che appartengano al popolo ebraico dalla nascita, che cioè siano figli o figlie di madre ebrea. Non si può negare poi che all’interno del movimento religioso ebraico i suddetti due atteggiamenti corrispondano a due diverse accezioni del culto ebraico, che può essere considerato in senso etnico o religioso. Nel primo senso l’ebraismo conserva, attraverso la tradizione, l’osservanza delle prescrizioni contenute nella Bibbia, ovviamente considerando i soli Libri che fanno parte del canone ebraico, e quindi esso ebraismo continua a ritenere fondamentale la preservazione dell’unità di popolo, che nel nostro modo di sentire vorrebbe dire “etnia”. Ciò viene reso possibile attraverso matrimoni tra uomini e donne ebrei per nascita, in ottemperanza alle tradizioni, e considerando i matrimoni misti una aberrazione, un atto contrario alla legge mosaica, ed anche un pericolo per la sopravvivenza dell’ebraismo in quanto insieme inderogabile di prescrizioni normative, in ragione del fatto che sempre i matrimoni in parola, cioè i matrimoni misti, vengono contratti da ebrei con persone non di origine ebraica, quanto a discendenza, e quindi ignoranti in fatto di tradizione ebraica e di osservanza delle norme tradizionali, osservanza che è fondamentale affinché si compiano le profezie contenute nei testi sacri, ma anche affinché si conservi un rapporto positivo con Dio. Tuttavia l’aspetto etnico va contemperato con quello religioso, che cioè prescinde dal vincolo di sangue e si fonda invece su una scelta a carattere personale, atteggiamento che contraddistingue, per rimanere alla realtà dell’incremento dei matrimoni misti, sempre gli Stati Uniti, ossia la ben radicata regola che in quel Paese tutti coloro che


provengono dall’estero e intendano risiedervi stabilmente, siano tenuti a riconoscere gli USA come la propria unica Nazione, o per meglio dire tutti coloro che entrano nel territorio USA per risiedervi, debbano essere consapevoli che la Nazione ospitante è per loro e deve necessariamente esserlo, una sorta di patria di adozione e che non devono esservi, quanto meno a livello di relazioni esterne, cioè al di fuori dell’ambito domestico, infrazioni alle regole di una sana convivenza anche tra persone di diversa origine, e perfino se per ipotesi le persone in questione provengano da Nazioni situate agli antipodi. Tutti coloro che si stabiliscono in USA devono “desiderare” di essere americani USA, tutto ciò sempre ai fini di una piena integrazione. Ma ovviamente una piena integrazione deve essere fondata sull’abbandono, in parte almeno, degli usi e dei costumi estranei alla realtà USA, e quindi sull’adozione dei costumi o di parte dei costumi del Paese ospitante. Ed ecco in sostanza spiegata la ragione della apertura di molte comunità ebraiche ai matrimoni misti, niente altro che un risultato di politiche accorte di coesione tra genti che in comune spesso non hanno neanche il linguaggio.

Esistono di conseguenza e in virtù di tale realtà politica due volti dell’Ebraismo: il primo che guarda tenacemente al passato ed è più che mai legato alle proprie tradizioni di osservanti delle prescrizioni Divine; e il secondo che guarda al futuro e intende la pratica e l’osservanza dei precetti come un modo per accelerare la venuta del Messia grazie alla invocazione in tal senso del favore divino, per il tramite dell’osservanza delle antiche pratiche, cosicché si adempiano le profezie contenute nelle Scritture. E’ quest’ultimo Ebraismo ad aver favorito la nascita dello Stato di Israele. Noto è il detto attribuito a Theodor Herzl, uno dei fondatori del Sionismo, ossia del movimento favorevole alla nascita dello Stato di Israele, pronunciato durante un discorso pubblico negli ultimi decenni del XIX secolo: “Se lo vuoi con forza non è un sogno”. La storia del Popolo Ebraico e della sua religione è, comunque sia, da sempre una storia di diaspora, cioè di dispersione dell’Ebraismo in tutto il mondo. Non dimentichiamo che lo Stato di Israele è nato proprio con la finalità di dare al popolo di Dio un posto dove risiedere stabilmente, non a caso


collocato in quei territori che erano in un tempo lontano già abitati da ebrei; si tratta della Terra Promessa di cui parla il Pentateuco ossia l’odierna Palestina. Ovviamente la creazione dello Stato israeliano è un fatto relativamente recente, in quanto risale al 1948. Nondimeno ci si potrebbe interrogare su quale fosse il tipo di rapporto che gli Ebrei erano soliti intrattenere, e forse continuano ad intrattenere con i popoli che condividevano o condividono il medesimo territorio, Stato di Israele a parte, popoli assai differenti da quello ebraico e anche abbastanza diffidenti nei confronti di una comunità che sosteneva e sostiene di essere l’unico tra i popoli  della Terra ad essere stato scelto da Dio per abitare il mondo, l’unico popolo tenuto a rifiutare sistematicamente i rapporti con gli altri popoli ancorché detti popoli condividessero il loro stesso territorio. Sicuramente tali rapporti, stando alle premesse, non potrebbero che essere non positivi. Ed è per queste ragioni che la storia del popolo ebraico è una storia di intolleranza da parte dei popoli e delle Nazioni che ospitavano e ospitano le comunità ebraiche, nei confronti di quelle stesse comunità. Ad esempio il periodo ellenistico fu uno dei più crudeli e difficili per gli Ebrei, e così il “dopo” fino ad arrivare al 1492, quando gli ebrei furono espulsi dalla Spagna e dal Portogallo. A partire da allora, durante l’evo moderno e fino ad oggi tuttavia gli ebrei hanno saputo rispondere con grande forza e intelligenza alle sfide che di volta in volta sono stati chiamati ad affrontare,  anche  ai nostri giorni, ad esempio questioni come la fecondazione in vitro o i progressi della biologia e quindi l’intera tematica relativa alla bioetica. Tuttavia è un fatto che oggi esistono “tanti” ebraismi, tanti gruppi sociali di religione ebraica che concepiscono il rapporto con Dio in maniere finanche speculari le une alle altre: si pensi agli ebrei sefarditi e askenaziti, suddivisione che risale almeno alla già ricordata espulsione da Spagna e Portogallo. Nel XX secolo poi l’ebraismo ha dovuto confrontarsi con due grandi fenomeni storici: l’Olocausto e la già menzionata nascita dello stato di Israele dopo la guerra. Ora, tutto ciò, come si è tentato di accennare, ha avuto delle conseguenze, come ad esempio la nascita di una contrapposizione tra ebrei americani ed ebrei israeliani, ciò che vorrebbe dire tra


liberali e fondamentalisti. Altra differenza tra ebrei americani ed ebrei israeliani è che i primi considerano l’adesione alla religione ebraica un fatto meramente interiore, mentre gli israeliani la considerano una religione nazionale, anzi forse perfino una sorta di sostrato normativo posto a fondamento della realtà statale, ricalcato sulle prescrizioni bibliche e il cui vigore normativo non è andato spegnendosi nei secoli. Insomma la conclusione della presente analisi mi pare possa essere quella secondo cui la religione ebraica “oggi” non è più un insieme di riti e pratiche di culto, ma un insieme di “modi di vivere”, di usi, costumi, tradizioni, ma altresì privi di un riferimento trascendente, e ciò massimamente nello stato di Israele dove la religione è pura forma, in quanto incorporata in una entità statale, la quale  ne fa strumento di governo ed è quindi divenuta, se non altro nelle parti narrative e descrittive contenute nei sacri testi, un qualcosa da “ricordare” più che da “osservare” e “praticare”.

 

Considerazioni sulle vicende bibliche di Israele su base testuale. Valutazione delle fonti bibliche. Cenni al conflitto Israelo/Palestinese.

 

E’ un dato di fatto che la Bibbia cui fa riferimento l’Ebraismo contiene molti testi in comune con l’Antico Testamento cristiano, ma molti libri raccolti nel canone cristiano non sono inclusi nel canone ebraico. Ricostruire la genesi dei testi biblici accettati dagli ebrei costituisce pertanto un lavoro assai impegnativo, e nondimeno fondamentale per risolvere questioni come la corrispondenza cronologica dei testi in parola e la maggiore o minore esattezza del racconto contenuto in ciascuno di essi. Tuttavia una prima ricostruzione può essere effettuata sulla base di un intervallo di tempo che parte dal III secolo a.C. giungendo al I – II secolo d.C.

Il primo dei problemi da affrontare è però la datazione dei canoni: a partire dal canone ebraico palestinese, il canone samaritano, quest’ultimo comprendente il solo


Pentateuco e pochi altri testi, per finire con i vari canoni cristiani, canoni che, tutti, sono ancora oggi privi di una corretta datazione.

Tuttavia, anche sulla base del rinvenimento di testi assai risalenti, i cosiddetti rotoli del Mar Morto, databili fra III secolo a.C. e I secolo d.C., i testi greci dei Settanta e il testo masoretico, cioè “tradizionale” (in cui le vocali ebraiche furono paradossalmente introdotte dagli studiosi “dopo” l’introduzione delle consonanti) consentono in via ipotetica di operare una datazione che va dall’ XI secolo a.C. alla fase post – esilica. Il canone ebraico è ad oggi costituito da tre insiemi di libri: il Pentateuco (la Torah), i Profeti anteriori e i Profeti posteriori, oltre ai Salmi, il Libro del Profeta Daniele, e altri libri minori. Il rapporto tra Yahveh e il suo popolo è caratterizzato, secondo il racconto della Bibbia ebraica, dall’essere un “patto”, in ebraico “berit”, di cui sarebbero contraenti da un lato la Divinità, dall’altro il popolo ebraico, a cominciare dai suoi antenati. La Bibbia non sarebbe altro che la storia di questo patto, che tante volte Israele avrebbe disatteso, suscitando l’ira divina e le conseguenti sciagure a proprio danno, in quanto popolo legato a Dio da un particolare rapporto. Ma il termine “berit” vuol dire anche “promessa”, che in latino ha il significato di “testamento”, da cui la terminologia biblica che ne indica le partizioni.

Per cominciare occorre dire che la narrazione biblica si articola in sei grandi periodi. Il primo è quello che inizia con la creazione del mondo e giunge sino a Giacobbe, cui Dio diede nome Israele, a lui e a tutta la sua discendenza.

Il secondo è relativo alla permanenza di Israele in Egitto, periodo oscuro nella storia del popolo di Dio, che si conclude con l’uscita dal Paese per tramite di Mosè, con la consolidazione dell’alleanza con Yahveh attraverso la consegna da parte di Questi a Mosè sul monte Sinai delle Tavole della Legge, e con l’ingresso, che però Mosè non riuscì a veder compiersi perché venne meno poco prima che il popolo vi entrasse, nella terra “promessa”, cioè la terra di Canaan.

Il terzo periodo è narrato nel libro dell’Esodo, e racconta le vicende relative alla definitiva conquista della Terra di Canaan.


Segue il quarto periodo, il quale fa riferimento all’ascesa di David al trono, cui fa seguito quella di Salomone, con la costruzione del Tempio e la divisione del regno, dopo la morte del monarca, in due diversi stati: il settentrionale, con capitale Samaria e il meridionale cioè il territorio di Giuda con capitale Gerusalemme.

Il quinto periodo si colloca tra l’VIII e il VI secolo a.C., quando i suddetti due regni crollano a causa della penetrazione da parte degli Assiri il primo, il secondo da parte dei babilonesi di Nabucodonosor II . Comincia così il periodo dell’esilio babilonese, cioè il quinto periodo della storia di Israele, mentre il sesto e ultimo periodo si ha con la caduta di Babilonia ad opera del re di Persia Ciro (siamo a metà circa del VI secolo a.C.) e coincide col ritorno in Palestina di una parte di coloro che precedentemente erano stati deportati in Babilonia.

Per quanto riguarda la attendibilità storica di ciascuno dei sei periodi considerati, costituisce un dato di fatto che il quarto periodo, cioè il periodo  monarchico, insieme ai due successivi sia piuttosto verificabile a livello storiografico. Per quanto invece concerne i tre periodi più antichi, a partire dall’”Età dei Patriarchi” (da Abramo a Giuseppe) fino all’età mosaica, alla colonizzazione del territorio di Canaan, e poi al tempo dei Giudici, esiste una certa concordanza tra gli studiosi nel ritenere questi periodi invenzioni o per meglio dire “finzioni” bibliche. In realtà la funzione di questi libri, che sono in definitiva racconti, cioè opere narrative, è voluta. Si tratta dello stesso movente che induce Omero a scrivere Iliade e Odissea, cioè quello di raccontare in forma allegorica, il rapporto di un popolo con la propria fede. Il rapporto con la divinità presso gli ebrei è essenzialmente giustificazionista: se il popolo patisce è per volere di Dio, se prospera è sempre per volere di Dio. Insomma un giustificazionismo che aiuta il popolo ad attraversare i momenti più duri, sia nel caso di eventi bellici conclusi da una sconfitta a carico di Israele, sia a causa della pratica sempre da parte di Israele di altri culti e altre religioni, sia nel caso del ritorno da parte di Israele ai comportamenti malvagi e alle turpitudini del periodo pre – abramitico, ecc. Si tratta di vicende in cui il Popolo si è lordato di peccati che a Yahveh causano sdegno e che ne suscitano la collera. E’quindi


compito delle figure di riferimento della comunità israelitica operare in modo da riconciliare sempre la comunità con Yahveh attraverso offerte sacrificali, riti espiatòri e purificatòri. In ultima istanza dal punto di vista psicologico si potrebbe considerare il testo biblico come un poema che trasuda di un processo “dissociativo” a carattere di mania o psicosi collettiva, di un popolo che si dà delle leggi che poi puntualmente viola, calpesta, oltraggia, per poi attribuire ad una sorta di proiezione ingigantita di sé stesso la colpa delle infrazioni. E se mi è consentito dirlo traspare dal testo anche un senso di vittimismo e di autocommiserazione che fu forse carattere distintivo dei primi gruppi di individui appartenenti al ceppo ebraico, come fu, sempre se mi è consentito dirlo, carattere distintivo di alcune formazioni o gruppi di pastori della Palestina del tempo che fu, tentare di nobilitare, ambiziosamente, le proprie tradizioni inventandosi un Dio che non era solo il “loro Dio”, ma anche e soprattutto l’unico Dio esistente e per di più legato al suo popolo da un patto di alleanza. In realtà l’atteggiamento autopunitivo del popolo di Israele non è altro che una sublimazione del desiderio di potere, cioè del desiderio di credere nella grandezza e onnipotenza del loro Dio anche, paradossalmente, quando quest’ultimo infliggeva al popolo i peggiori castighi. Anziché coltivare l’atteggiamento disincantato nei riguardi della realtà che era peraltro proprio ad altri popoli dell’epoca, come ad esempio i Greci o i Romani, ma anche gli Egizi o i Babilonesi, Israele restava avvinto, in maniera a un tempo feroce e infantile, a un Dio che ne rispecchiava perfettamente il carattere di popolo e che era niente altro che una giustificazione alle proprie nefandezze e alle proprie sventure e una forma di proselitismo nei riguardi di popoli che Israele voleva destinare ad essere proprie colonie, loro, il loro territorio e i loro beni.

Per tornare alla periodizzazione e limitatamente alla parte sulla cui veridicità possiamo fare affidamento, va detto anche a mio parere che le figure storiche che hanno in qualche modo guidato gli ebrei come popolo a partire dal periodo monarchico e poi dopo con gli avvenimenti successivi, fra quelli per i quali è ottenibile un qualche riscontro storiografico o filologico, e parlo di figure storiche


come i legislatori, i re, innanzitutto, e poi i profeti, i nazirei, i sacerdoti, i giudici, chiamati di volta in volta e a seconda sempre del preteso volere di Yahveh, a guidare la Nazione, tutti costoro sono ovviamente figure in un modo o nell’altro legate al capriccio di un Dio che utilizza il proprio potere di “far accadere” gli avvenimenti al solo scopo di sondare sempre la fedeltà del popolo a sé medesimo e quindi l’ossequio all’unico Dio “creatore del cielo e della terra”, il Dio di Israele. Se per quanto detto si volesse ricostruire la storia del popolo ebraico considerando la Bibbia niente altro che una fonte storica, peraltro finanche attendibile e priva di contraddizioni o incoerenze, quanto meno sul piano della concordanza sulle datazioni dei testi oltreché ovviamente della veridicità dei fatti narrati, si giungerebbe in un vicolo cieco, in cui peraltro molti studiosi si sono smarriti. La Bibbia così come raccontata nel testo che ho avuto il piacere di leggere per intero al fine della redazione della presente scrittura, è un coacervo di generi letterari, anacronismi, narrazioni incentrate su avvenimenti che farebbero orrore a chiunque abbia un minimo di umanità o quanto meno di senso di commiserazione, non tanto per sé stesso e per le porcherie che legge quanto per via di un giudizio privo di infingimenti o sofismi su un testo che non ha niente di concreto da dire e che si caratterizza, persino nella versione edulcorata della CEI, per una sequela di turpitudini, che se davvero avessero un intento monitorio per i posteri sulla potenza di Dio non dovrebbero neanche essere raccontate con quell’intento perché sono solo e soltanto atti di “barbarie”. Non diversamente si comportavano i seguaci di altre divinità come Baal, Astaroth, Astarte, Belial, cui non facevano altro che dedicare, semplicemente, altari o stele votive, anche se spesso anch’essi commettevano atti di estrema violenza e ferocia, come l’immolazione per scopi votivi finanche dei propri figli e figlie. Perfino in altri contesti e seguendo i dettami di altre religioni, si verificavano atti disumani del tipo appena descritto, ad esempio nella Grecia antica. E tuttavia l’atteggiamento dei Greci nei confronti della morte, penso a Sparta, era non solo più ricco di coraggio, ma altresì se ad esempio la morte coglieva un soldato in guerra, essa era fonte di onore e gloria per il caduto e per la sua famiglia, cosa che


non accadeva presso il popolo ebraico, che considerava la morte un disonore e una punizione divina, soprattutto quando gli eserciti di Samaria e Levi erano rudemente battuti e anzi trucidati dalle popolazioni vicine, cioè sempre assiri, babilonesi, i non meglio noti “popoli del mare”, e infine i cocciutissimi Filistei, che diedero le più grandi delusioni in battaglia al Popolo di Dio. Ovviamente i responsabili delle tragedie belliche cui periodicamente gli ebrei erano incorsi, dichiaravano a gran voce che quelle tragedie non potevano essere causate dalla maggiore organizzazione del nemico in battaglia, ma ovviamente dal disfavore divino. Era quindi Yahveh il responsabile e non il suo popolo, come a dire che se il Popolo Eletto avesse beneficiato del favore divino, probabilmente non avrebbe perduto tanti soldati in  una guerra che per giunta lo stesso Yahveh, questa volta nelle vesti di “causa ultima”, aveva deliberatamente provocato allo scopo di provare la dedizione del popolo al suo unico Dio, cioè a Lui medesimo. In questo tipo di ragionamento sono presenti alcune distorsioni cognitive che nel caso degli ebrei interessano non un singolo individuo, come nelle ordinarie psicosi, ma un popolo intero che attribuisce ad altri che a sé qualcosa che dipende esclusivamente dalle proprie scelte e dalla propria condotta. Insomma ciò che lo scrivente sta tentando di dire è che di ciascuna azione nei suoi effetti concreti, è buona e sana regola che se ne assuma la responsabilità colui che quella azione ha compiuto. In altri termini quando il Codice Penale, all’art. 575, dispone che l’omicidio è reato, allora per individuare il responsabile del predetto reato è indispensabile che vi sia un rapporto di “causa/effetto” tra reato e “condotta materiale”, cioè che il reato sia conseguenza di un comportamento dell’agente e solo dell’agente e che tra tale comportamento e il fatto concreto della morte di un uomo esista un nesso di causalità. Ora se questo tipo di ragionamento costituisce un ragionamento valido e quindi estensibile ad altri ambiti, ad esempio all’interpretazione della Bibbia, bisogna concludere che il rapporto causativo di un conflitto tra Israele e ad esempio un popolo vicino come i Moabiti, che veda Israele avere la peggio, il predetto rapporto causativo non è tra Israele e il suo Dio, che non ha colpe, ma tra Israele e i Moabiti, rapporto che


sottosta all’evento “sconfitta di Israele” come sottosta al concetto che la sconfitta di Israele è opera dei Moabiti e non di Jhavhè. Credo che il ragionamento sia abbastanza chiaro.

Ma tornando per un attimo indietro e lasciando per un attimo da parte il rapporto tra ebrei e Javeh, mi preme considerare in maniera specifica tre aspetti della civiltà ebraica quali emergono dalla lettura della scrittura biblica: il rapporto col cibo; i rapporti tra uomini e donne relativamente al matrimonio e infine il concetto di “purità/impurità” proprio alla civiltà ebraica.

Per quanto riguarda il cibo va detto che il cibo preparato alla maniera ebraica, detto cibo “Kosher”, è un elemento che denota una straordinaria capacità di opinare su ciò che è commestibile e ciò che non lo è. L’opinione è la seguente: esistono cibi che possono essere consumati, ovviamente dopo essere stati depurati e adeguatamente cucinati; e cibi che non sono commestibili, non perché dannosi in senso biologico, ma perché derivati da animali impuri. Per l’ebreo è puro il vitello, è puro l’agnello, non è puro il porco, non sono puri alcuni volatili, ecc. Ma perché questa distinzione tra animali puri e impuri? Esistono due possibili risposte a questa domanda: la  prima è il ricordo di ciò che nel libro della Genesi Dio disse a Noè, cioè la prescrizione relativa al tipo di animali da salvare per il ripopolamento della Terra dopo il Diluvio, cioè solo gli animali puri a giudizio insindacabile di Javheh; la seconda spiegazione possibile è che le regole sulla pulizia, preparazione e cottura degli animali puri derivi da un elemento meramente attinente al sostrato di usi e costumi, e quindi consuetudini, di una civiltà, quale è anche, e tra le altre, la civiltà ebraica. Per meglio specificare: una consuetudine è un comportamento ripetuto nel tempo da un gruppo sociale organizzato che, dopo un certo tempo inizia ad elaborare a livello sub – coscienziale , la persuasione che quella pratica, quel comportamento, sia una regola di comportamento a tutti gli effetti e quindi ad essa si abbia il dovere di adeguarsi. Deve essere questa l’origine della alimentazione kosher.


Quanto al secondo motivo o esigenza di chiarificazione, sempre sulla base delle scritture bibliche, essa è relativa al rapporto tra uomo e donna per come esso è regolato sulla base di quelle stesse scritture. Va detto innanzitutto che, a differenza che nel culto cattolico, dopo il matrimonio, che viene reso possibile solo a condizione di una cospicua dote portata dalla nubenda e acclusa al patrimonio del marito, ove uno o entrambi gli sposi decidano di porre termine al vincolo, è sufficiente uno scambio di scritti, in maniera meno che formale, nei quali viene dichiarata la volontà consensuale ovvero unilaterale, di sciogliere il vincolo. Non serve altro, tutto ciò in correlazione alla liceità dei rapporti poligamici che non sono per niente fonte di riprovazione in Israele. Mi domando se il concetto ebraico di matrimonio sia accettabile dal punto di vista della morale cristiano – cattolica: ovviamente non lo è. Senza annoiare il lettore con un elenco di ciò che rende più conveniente il matrimonio cattolico perché più “religiosamente” connotato, mi si lasci la possibilità di valutare il concetto di purità – impurità degli ebrei non più questa volta in riferimento agli animali da cibo, ma al singolo individuo, uomo o donna. Gli ebrei conoscono alcune forme o condizioni fisiche che denotano impurità che sono perfettamente sconosciute a noi occidentali. Ad esempio la donna: è impura se puerpera o se ha appena partorito, se ha le mestruazioni, se perde la verginità prima del matrimonio. L’uomo è impuro se ha contribuito al trasporto di una salma presso il luogo di sepoltura, se ha toccato o mangiato animali immondi,  se ha appena avuto un rapporto sessuale. Mi pare di capire che il concetto di igiene dell’ebreo sia molto più minuzioso e complicato di quello di noi occidentali, e molto simile a quello dei musulmani. Se posso, vorrei aggiungere un’ultima considerazione: non riesco a capire perché il concetto di pulizia corporea di uomini e animali sia più rilevante per l’ebreo del concetto di moralità nel matrimonio. Ciò che critico è l’eccessiva libertà di costumi in materia sessuale cui non si accompagna un analogo arbitrio in materia di cibo o igiene personale. E  francamente non riesco a spiegarmene la ragione se non facendo riferimento a ciò che costituisce usanza frequente tra pastori: la promiscuità. Se è vero che i primi


Patriarchi non provavano alcun pentimento nell’avere rapporti sessuali anche con le proprie figlie, allora va da sé che residuo di quelle pratiche sono i comportamenti che a livello sessuale gli ebrei manifestano oggi, cioè comportamenti sessuali molto più liberi di quelli occidentali e sto parlando non di comportamenti non oggetto di legislazione ma di comportamenti regolati in ogni loro aspetto.

Sempre nell’augurio che il lettore mi segua ancora in questo sforzo divulgativo, mi si consenta di illustrare alcuni altri aspetti della civiltà ebraica quali traspaiono dalla Bibbia. Innanzitutto quali sono ad oggi e quali furono in tempi biblici le figure che reggono e regolamentano, anche esercitando il potere di fare come si dice “giustizia”, la vita del popolo? Se penso alla mia epoca, quella in cui vivo, penso ad Israele come ad una grande Democrazia, in cui le questioni religiose sono per così dire un prolungamento delle convinzioni politiche: ci si riferisce alla Bibbia per meglio giustificare scelte politiche che sono strettamente legate ad un conflitto che si trascina dal 1948, anno di fondazione dello Stato di Israele, e che ha ad oggetto questioni di guerra preventiva e di espansione territoriale dovuta non solo alle differenze religiose tra ebrei d’Israele e altri popoli dell’area, ma in definitiva relative alla sistemazione “costituzionale” da attribuire ai popoli che occupano ad oggi la Palestina perché anch’essi Palestinesi da millenni, cioè i musulmani dell’area. Esiste inoltre e non potrebbe essere diversamente, una questione demografica che produce la seguente dinamica: l’aumento della popolazione israeliana dà luogo alla sottrazione da parte degli ebrei di sempre più vasti territori  ai musulmani palestinesi, che ovviamente non sono per niente d’accordo con tutto ciò. A livello internazionale, oltre ad alcune risoluzioni ONU esistono dei trattati tra alcuni stati e i musulmani di OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) che riconoscono questa organizzazione come uno Stato a tutti gli effetti. Altri Stati, primo fra tutti Israele, non riconoscono alla OLP la qualifica internazionale di Stato e pertanto la considerano priva del diritto ad avere un territorio, cosa che tutti gli Stati hanno, una personalità internazionale, cosa che tutti gli Stati hanno, un esercito, cosa che tutti gli Stati hanno, e soprattutto il potere di


darsi delle regole che non siano quelle che vorrebbe imporre Israele, cioè le leggi ebraiche, ricalcate sui canoni biblici ebrei, ed applicate senza che chi ha un’altra storia di popolo, un altro testo religioso di riferimento, cioè il Corano, e un altro concetto degli aspetti più comuni del vivere quotidiano possa esercitare liberamente le facoltà e i diritti che da tutto ciò derivano quasi come conseguenza “necessaria”.

Ad ogni modo sui rapporti tra Israele e Palestinesi musulmani sino a tempi abbastanza recenti proverò ad essere più esaustivo nel prosieguo dello scritto.

 

 

Cenni a elementi teologici e filosofici introdotti nella cultura ebraica prima e dopo il periodo ellenistico

Si è detto che a un certo momento della loro storia, approssimativamente con l’inizio della deportazione in Babilonia, poi sotto la dominazione persiana, e infine con la colonizzazione da parte di Alessandro il Macedone, gli Ebrei si aprirono progressivamente all’influenza, per quanto attiene alla sfera teologica e filosofica, della civiltà innanzitutto persiana, poiché fu Ciro il grande, dopo la distruzione di Babilonia, a concedere che alcuni ebrei, ma soltanto dopo un certo tempo, potessero essere rimpatriati a Gerusalemme. Relativamente alla permanenza presso i persiani, un positivo influsso teologico è presente in Isaia II (VI secolo a.C.) il quale diede prova di conoscere in parte la teologia persiana, la quale teologia postulava l’esistenza di due Dei, uno buono e uno cattivo, ciò che per un ebreo era ovviamente inconcepibile. La reazione a tali nozioni e credenze da parte degli ebrei fu la chiusura nel più rigido monoteismo. Rimaneva però un problema: se Yahveh era il creatore di ogni cosa, allora in che modo spiegare il problema dell’esistenza del male? Non sappiamo se e come Isaia II avesse dato una soluzione al problema.

Sempre    per   quanto   riguarda    una    chiara    analisi   dei   fondamenti  teologici

dell’Ebraismo, di eccezionale importanza è il libro di Giobbe. Dall’affermazione di Giobbe secondo cui Dio ricompensa sempre i giusti, il Satan, una sorta di spirito


maligno capace di tentare anche Dio, ricava che questa convinzione non è esatta ma che anzi i giusti non avrebbero nessun merito nel ricevere ricompense da Yahveh, perché per essi valeva la mera logica del baratto, con una divinità interessata soltanto all’osservanza delle sue regole, della religiosità con la prosperità. In altre parole il Satan ritiene che l’amore degli uomini verso Dio non sarebbe più tale se essi sperimentassero le peggiori sventure. Poiché Yahveh ritiene vero il contrario, Egli decide di mettere alla prova Giobbe, inviandogli le peggiori piaghe, dalla morte della moglie e dei dieci figli alla perdita della salute fisica e mentale. Ma poiché Giobbe rimane saldo nella propria fede, e nega altresì di aver mai peccato, allora Yaveh gli si mostra in tutta la propria potenza e gli restituisce tutto ciò che precedentemente gli aveva tolto.

Per continuare negli esempi narrativi dotati di un fondamento teologico di cui la tradizione ebraica è costellata, va senz’altro ricordata la corrente di pensiero che nel IV secolo a.C. si formò in Giuda, una corrente teologica persino dotata di testi di riferimento come il “Libro dei Vigilanti” e il “Libro dell’Astronomia”, il primo derivante da un più antico “Libro di Noè”. I postulati di tale teologia furono in primo luogo l’origine preterumana del male insieme alla accettazione del principio dell’immortalità dell’anima. Sull’origine del male si dice nei suddetti testi che il male deriva da una trasgressione, ma che tale trasgressione a suo tempo si produsse al di della sfera umana. Cioè a dire che nella notte della creazione alcuni angeli scesero dal cielo perché invaghitisi di alcune donne, con l’intento di sposarle. Da questa unione, contraria alla legge del cosmo, nacquero i cc.dd. Nephilim, cioè una stirpe di giganti, malvagi e assassini di uomini. Le invocazioni di giustizia da parte degli uomini fecero eco presso Dio, che rinchiuse gli angeli adulteri sotto il deserto di Dudael e uccise i giganti, ma nulla poté contro le loro anime, che continuarono ad abitare la Terra nella forma di spiriti malvagi. Il nesso che emerge dal racconto è quello che sta tra “male”, inteso come cattiva condotta e “impurità”.


Altro spunto teologico, che si ritrova nel Libro di Noè, è quello relativo al peccato di Caino, che fu posteriore agli eventi appena narrati, per concludere che il male risale agli inizi dei tempi e che Caino uccise Abele proprio a causa della maligna conseguenza della caduta degli Angeli fornicatori.

Altro mito teologico vorrebbe che all’inizio dei tempi alcuni angeli perversi mutassero l’orbita dei Pianeti che ruotano intorno alla Terra, così da alterarne l’influsso sulle vicende umane, tutto ciò disobbedendo a Dio.

Con la diffusione della credenza nell’immortalità dell’anima si cominciò a interrogarsi sul destino dell’anima dopo la morte e all’elaborazione di scarni racconti di genere teologico come quello secondo cui vi sarebbe dopo la morte una separazione tra le anime dei buoni e quelle dei cattivi.

Dal punto di vista filosofico, il riferimento più rilevante dell’intera scrittura biblica è quello al libro di Qohelet o “Ecclesiaste”. L’autore del libro si interroga in maniera abbastanza primitiva sull’origine della conoscenza, che egli ovviamente riconduce  ai sensi e all’intelletto, ma non tenta, diversamente dai Greci, di indagarne i fondamenti e soprattutto manca di chiedersi se ciò che vede o sente esiste davvero o è frutto di una illusione. Tuttavia ammette che sulla base dei soli sensi non può mai aversi una conoscenza assoluta e la morte non è che un’affievolirsi delle capacità sensorie. L’autore del libro in parola ammette anche che esistono cose conoscibili perché visibili, altre inconoscibili perché sottratte ai sensi. Insomma la figura di Qohelet può essere accostata a quelle dei filosofi presocratici, e come questi ultimi egli si pone un gran numero di domande senza però dare risposte adeguate, o almeno adeguate per l’epoca. Ma è un inizio.

Dopo la conquista di Gerusalemme da parte di Alessandro il Macedone, quest’ultimo concesse agli Ebrei di vivere secondo le proprie tradizioni e i propri costumi. Dopo la morte del Macedone gli Ebrei cominciarono gradualmente a coltivare  i costumi greci.  Questo periodo,  anche  in riferimento alla  storia ebraica,

prende il nome di Ellenismo. Nelle nuove città ci sono il teatro e la palestra, ai


giovani si impartisce la cultura più vasta possibile, in ogni centro urbano sorgono le acropoli con i templi in cui adorare gli dèi pagani. I legami originati dalla comunanza di sangue tra gli ebrei lasciano il posto o comunque convivono con i legami imposti in termini di diritti e doveri anche agli ebrei in quanto cittadini della polis, sebbene posti a un grado inferiore a quello dei polìtai, in quanto popolo di stranieri. Dopo i primi contatti con la Grecia ellenistica, si diffuse nel Giudaismo la tendenza a sviluppare gli elementi più razionali e autonomi dello spirito e quindi principalmente tutto ciò che attiene alla riflessione filosofica. Nonostante tutto ciò, l’Ellenismo ebbe anche per gli ebrei degli aspetti negativi e soprattutto una funesta tendenza alla frammentazione del popolo ebraico in più sette o gruppi tra cui vi erano anche divergenze profonde in merito all’interpretazione dei testi sacri: movimenti religiosi come il farisaismo, il rabbinismo, il sadocitismo, il caraitismo e anche il nascente Cristianesimo, che, vale la pena dirlo, fu sempre un movimento di fede primariamente nato per opera di ebrei, furono potenti fattori di frammentazione in riferimento alle convinzioni di fede del Popolo di Dio, e forse anche di sempre più scarsa adesione al culto di Yahveh. Uno dei dati che consentono di capire che davvero qualcosa nell’interno dell’ebraismo era cambiato è ad esempio una relativa apertura nel non considerare la circoncisione una pratica rituale ineludibile, oppure una maggiore apertura sul consenso alla partecipazione dei giovani ebrei alle gare atletiche.

Sempre riguardo alle divisioni interne all’ebraismo, lo storico Giuseppe Flavio attesta che nel I secolo d.C. esistevano tra gli ebrei i seguenti gruppi: farisei, esseni, sadducei e zeloti.

Sempre Giuseppe Flavio ci fornisce informazioni intorno a quel gruppo di fedeli ebraici detti “esseni”, la cui attività può essere collocata nel II secolo a.C. Inizialmente sempre gli esseni si rifugiarono nel deserto di Giuda sulle sponde  nord

– occidentali del Mar Morto dove iniziarono a condurre vita ascetica. Grazie alla scoperta, negli anni ’40 del secolo scorso, nella località di Qumran, presso il Mar


Morto, di circa ottocento testi scritti da esseni, possediamo ad oggi una vasta conoscenza di quel movimento di pensiero e di fede.

Per quanto riguarda il loro pensiero e le loro convinzioni di fede, innanzitutto relativamente al problema del male, gli esseni affermano che il male ovvero l’inclinazione al male è presente in tutti gli uomini in quanto parte della loro natura. Per eliminare il male all’interno dell’individuo occorrono due cose: la fede e una vita di purificazione. Quest’ultima pare essere una anticipazione del rito del battesimo, mentre un’altra prescrizione essenica, imponendo all’uomo che, una volta libero dall’impurità del peccato e del male, commetta nuovamente peccato, si dichiari colpevole per non aver osservato la legge di Dio, gli assicura il perdono divino, è un qualcosa che “in nuce” sembra anticipare il sacramento della penitenza, oggi ancora annoverato tra i sacramenti della Chiesa cattolica.

Per quanto attiene al problema della giusta retribuzione divina delle opere dei giusti, ad esempio Giacobbe, questa questione si pone nella logica dell’assenza di un aldilà, ossia di una realtà che implica un’esistenza dopo la morte. Tutto ciò fin quando gli ebrei entrarono in contatto con dottrine che propugnavano l’esistenza in ogni individuo, di un’anima immortale. Fu allora che essi cominciarono a interrogarsi sul destino ultraterreno dell’anima e quindi sul concetto di ricompensa – salvezza in contrapposizione a castigo – dannazione. Gli esseni risolvono il problema con l’asserire che l’uomo può salvarsi dalla perdizione dell’anima solo attraverso la purificazione e attraverso la liberazione dal male che egli porta in sé dalla nascita.

Sul problema dell’origine del male esisteva all’epoca un disaccordo tra esseni e enochiani. Secondo gli enochiani la impurità da cui deriva il male nel mondo derivò primamente da una caduta angelica, a seguito di un atto di ribellione a Dio.

Gli esseni ritenevano invece che la causa del male fosse in qualche modo riconducibile a Dio stesso, il quale all’inizio dei tempi, o forse prima di tale inizio, creò due Arcangeli, uno buono e uno cattivo, l’uno per amarlo e l’altro per odiarlo.

Il primo ebbe  il nome di Arcangelo Michele,  il secondo  ebbe  nome  Satana,  ma è


altresì conosciuto come Belial, Beliar, Mastema. Al primo appartengono le anime buone, cioè dei soli esseni; al secondo quelle malvagie.

Quanto all’idea della immortalità dell’anima, gli esseni non ne parlano mai esplicitamente, tuttavia sulla base delle fonti disponibili sappiamo che gli esseni si ritenevano, già allora, cioè in vita, cittadini del Cielo e che vivevano già nel presente in una dimensione nuova. Insomma rigettavano il concetto di morte fisica.

Con riferimento agli elementi teologici che si rinvengono presso gli esseni, se ne ritrovano di analoghi nel già nominato “Libro dei vigilanti”, nel quale è presente, quale spiegazione dell’origine del male, una sorta di contaminazione o corruzione della natura che non dipende però dalle azioni umane ma che si svolge su un piano super – umano. Si è già fatto cenno al racconto relativo agli angeli caduti che si accoppiarono con donne umane e della nascita da tale unione dei Nephilim ossia di quei giganti che successivamente Dio distrusse ma le cui anime avrebbero continuato a vagare sulla Terra.

Con il “Libro dei sogni” viene meglio definita la figura del primo angelo peccatore che può essere accostato al Diavolo del Cattolicesimo. Come già accennato in precedenza l’angelo peccatore è definito anche come “Principe delle tenebre”, il re di un regno in cui Dio invierebbe tutti coloro che Egli non ama. Ancora nel “Libro dei Giubilei” è presente il racconto della caduta degli angeli, e anche i racconto secondo cui dopo il diluvio purificatore una nuova creazione fu posta nelle mani dei sopravvissuti. Gli spiriti dei Nephilim però, ancora vaganti sulla Terra continuavano a tormentare gli uomini, cosicché Noè chiese a Dio di confinarli “nel luogo della condanna infernale”, cosa che Dio non mancò di fare. Tuttavia un messaggero di Satana si recò presso Dio chiedendogli di affidargli un certo numero di angeli caduti, cosicché potesse conservare un certo potere anche nei riguardi del genere umano, ciò che Dio gli concesse. Si costituì così un Regno parallelo a quello umano e a quello Divino. La figura del diavolo, cioè il primo angelo peccatore è descritta in


maniera analoga a come concepita dagli esseni, anche se dell’origine di Satana non si dice di più.

Per tornare a parlare del Messia tante volte nominato nella Bibbia, con l’avvento della repubblica sadocita, il messianismo, cioè l’attesa del salvatore del popolo di Israele, entrò in crisi, una crisi che perdurò per circa tre secoli, dal V al III a.C., per quanto riguarda la produzione di opere riferite a quella figura. Tuttavia pian piano la figura del Messia venne concepita come qualcosa che trascende l’umana natura,  cioè come un’entità superumana. Ovviamente non se conosceva l’identità, ma le ipotesi erano molte. Da un lato si parlava del ritorno del profeta Elia, dall’altra di Enoch il “giusto”, e ancora della figura di un angelo, il Melchisedec “celeste”. L’ultima figura superumana è non meglio definita che come Figlio dell’Uomo. Il mondo che sarà retto dal Figlio dell’uomo sarà un mondo di Giustizia e di Sapienza, ed Egli avrà una conoscenza assoluta della Legge. Compito eminente di questa figura di Messia sarà compiere il Grande Giudizio, nel quale saranno degni di salvezza i poveri e i sofferenti, mentre i potenti verranno annientati.

Sempre presso gli esseni intorno al I secolo a.C. si consolidò la dottrina della attesa di una duplice figura messianica cioè un sacerdote e un laico e addirittura di una terza figura, una figura di profeta.

Nell’opera “I salmi di Salomone”, sempre risalente al I secolo viene delineata la figura di un liberatore, questa volta non una figura metafisica ma a carattere politico e militare, che libererà Israele dal dominio di Roma. Questo capo sarà discendente di Davide.

Brevi considerazioni sul giudaismo del Secondo Tempio

Oltre agli esseni lo storico Giuseppe Flavio descrive altre due sette ebraiche risalenti al II secolo a.C., i Farisei e i Sadducei. Il pensiero dei Farisei si distingue da quello degli esseni in quanto essi ritenevano che Dio agisse concretamente nella storia, ma anche che l’uomo fosse dotato di scelta. Credevano anche nell’immortalità


dell’anima e nella resurrezione. Diversamente i Sadducei non avevano alcuna credenza in merito a ciò che costituiva la dottrina farisaica e politicamente erano favorevoli al dominio di Roma, a differenza dei Farisei.

Per tornare agli esseni, sempre da Giuseppe Flavio sappiamo che al suo tempo il loro numero doveva aggirarsi intorno ai quattromila mentre circa seimila erano i Farisei, e assai inferiore era il numero dei Sadducei.

La distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. segna un momento di grande rilevanza nella storia del popolo giudaico. Verso la fine del I secolo Israele appare diviso in due correnti di fede. Da una parte il cristianesimo, che pian piano si faceva strada nelle coscienze, anche ebraiche, e che indicava a tutti i popoli il Dio cristiano uno e trino come unico vero Dio; dall’altra il Rabbinismo che predicava la continuità dell’Israele storico insieme ai valori collegati all’osservanza della Legge.

Il giudaismo nell’età tardo antica

Nei primi due secoli dell’età successiva alla nascita di Cristo, si compì la consolidazione dell’identità ebraica con l’introduzione di innovazioni che rendono molto simile il giudaismo dell’epoca a quello dei tempi attuali. A tale evoluzione contribuì chiaramente una serie di elementi che fanno parte della storia tardo antica del popolo di Dio. Essi sono in sintesi: la distruzione del Tempio, la scomparsa della liturgia e della casta sacerdotale, la sostituzione della Sacra Scrittura al Tempio come elemento di culto; la nascita dei dottori della legge o rabbini; l’eliminazione della distinzione tra sacro e profano a favore del concetto di santità esteso a tutto il popolo; l’istituzione della sinagoga e la sostituzione delle preghiere ai sacrifici propiziatori; una pressoché completa estraneità alle vicende politiche dei paesi ospitanti.

Carattere fondamentale della età tardo antica fu per l’ebraismo l’affermarsi dell’aspetto normativo sull’aspetto trascendente, cioè a dire una sostituzione delle norme che scandiscono la vita del popolo agli elementi teologici, peraltro già scarsi in origine. Coloro i quali raccolsero e interpretarono l’enorme mole di prescrizioni che si erano andate accumulando nei secoli precedenti furono i maestri delle scuole


palestinese e babilonese, cui veniva conferito il titolo di rabbino. L’età tardo antica viene definita Talmudica essendo il Talmud l’opera fondamentale della cultura rabbinica. I rabbini si costituirono come classe dirigente ritenendosi i legittimi prosecutori di istituzioni del passato come la monarchia, i sacerdoti e i profeti, e lo fecero proclamando che la cosa più importante all’interno della vita del popolo ebraico era la Scrittura e quindi non più il Tempio o l’autonomia politica. Essi si proclamarono unici interpreti della Legge. Tra i rabbini e la popolazione comune fu eretta una barriera che i rabbini stessi elevarono a consacrazione del loro ruolo di casta privilegiata, con annesso il privilegio di cui era da considerare destinataria la famiglia che desse in sposa una delle proprie figlie ad un rabbino.

Per quanto attiene ai rapporti con altri popoli e civiltà va detto che all’interno del rabbinismo, lasciando per un attimo da parte la mistica e il messianismo, considerati elementi secondari, si affermarono due tendenze: una tendenza tesa a valorizzare esclusivamente la conoscenza della Legge e quindi del Talmud; e una corrente più propensa a confrontare il giudaismo col pensiero religioso e filosofico di  altri popoli. E questo atteggiamento di chiusura/apertura ha sempre, per secoli caratterizzato l’ebraismo rabbinico. Sta di fatto che dall’incontro/scontro con altre culture il giudaismo uscì sempre arricchito e rafforzato, attraverso ovviamente un processo di rielaborazione di tutto ciò che proveniva dall’esterno e un lavoro costante di adeguamento delle conoscenze provenienti dall’esterno alla propria dottrina, cioè sempre quella rabbinica. Tutto ciò ebbe fine a partire dal XVI secolo quando gli Ebrei furono costretti a vivere in un ambito chiuso, il ghetto, situazione che si protrasse fino al XVIII secolo, e che produsse una totale estraneità degli ebrei a movimenti come l’illuminismo e l’emancipazione delle masse. Cionondimeno il modo di vivere degli ebrei, almeno a partire dalla distruzione del Tempio, fu sempre caratterizzato da un movimento diasporico, che li poneva costantemente in contatto con altri popoli, dai quali tuttavia la componente rabbinica minoritaria volle sempre mantenersi lontana.


Per quanto riguarda gli eventi storici relativi agli ebrei dell’epoca tardo antica, dopo la distruzione del secondo Tempio nel 70 d.C., la Palestina fu riorganizzata dall’imperatore Tito in provincia romana autonoma. L’imperatore Adriano fondò sulle rovine di Gerusalemme una nuova città, che prese il nome di Colonia Elia Capitolina. Ovviamente prima di fare ciò, represse nel sangue una rivolta ebrea guidata da Bar Kochba e deportò come schiavi gli ebrei sopravvissuti. Fu in quel tempo che probabilmente la regione fino all’ora chiamata Giudea mutò il proprio nome e divenne nota come Palestina. Gli imperatori successivi a Tito considerarono il giudaismo con relativa tolleranza. Il sinedrio, cioè il più alto organo di governo della comunità ebraica fu collocato a Jamnia, e il suo presidente assunse il doppio titolo “principe” e di “patriarca” riconosciuto dai Romani. In quanto patriarca il presidente del sinedrio adottò un comportamento verso il popolo che non aveva niente di diverso da quello di un monarca. Nel 425 l’imperatore Teodosio II abolì il patriarcato e il tributo versato dagli ebrei al fisco imperiale non fu più prerogativa del presidente del sinedrio ma cominciò ad essere prelevato autonomamente da funzionari regi. Dopo una serie di conflitti fra Bizantini e Babilonesi per il controllo sulla regione palestinese, cui parteciparono anche gli ebrei, la Palestina finì sottomessa agli Arabi. Altra comunità ebraica degna di nota accanto alla romana, fu quella babilonese, la quale probabilmente godette di maggiore autonomia rispetto alla comunità romana. Il capo degli ebrei babilonesi era chiamato “esilarca”, in ricordo della deportazione, quindi dell’esilio (da cui il nome) degli ebrei a Babilonia, e di questi ultimi, cioè gli ebrei di Babilonia, gli esilarchi si  proclamarono discendenti. L’esilarca era, per le autorità persiane, un funzionario imperiale e godeva del titolo di “re” della regione abitata dagli ebrei sul suolo imperiale. A un certo momento le due comunità ebraiche già dette, cioè la palestinese e la babilonese entrarono in conflitto, al cui termine prevalse l’autorità dei rabbini babilonesi.

Per quanto riguarda l’interpretazione dei sacri testi e la loro codificazione, ne fu compilato un elenco intorno al III – IV secolo. Si trattò di selezionare e amalgamare


testi di diversa redazione e provenienza, alcuni composti dai sadducei, altri dai sadociti, altri ancora dai farisei e dagli esseni. Questa opera di selezione e raccolta  fu svolta da un gruppo di rabbini che erano riusciti ad imporre la propria autorità. Tuttavia molti libri furono esclusi dal novero della raccolta.

Nella Bibbia ebraica si distinguono tre parti: la Torah, ossia la “legge”; i Neviim o “profeti”, all’interno del cui insieme i profeti anteriori da quelli posteriori, a loro volta distinti in maggiori e minori; i Ketuvim, ossia “scritti”. Fra tutti i libri della Bibbia ebraica i “Salmi” occupavano una posizione particolare perché ritenuti composti da Davide e da Salomone.

I rabbini palestinesi non accettarono la versione alessandrina della Bibbia cioè la versione elaborata dagli ebrei di Alessandria d’Egitto, Bibbia che conteneva un numero maggiore di testi. Tuttavia fu sul testo alessandrino in traduzione greca che venne elaborata, secondo la tradizione, la Bibbia detta dei “Settanta”.

Uno dei motivi che indussero i rabbini palestinesi a rifiutare l’opera dei settanta, fu la reazione al nascente cristianesimo, che fondava la sua predicazione proprio sul testo alessandrino.

La lettura della Bibbia era per gli ebrei una parte fondamentale del servizio  liturgico, tuttavia essendo compresa solo da un numero ristretto di fedeli che conoscevano l’ebraico, era seguita da una traduzione in aramaico, lingua maggiormente diffusa tra il popolo. Quando, dopo la fissazione del canone palestinese, il testo biblico divenne immodificabile, chi non avesse gli strumenti culturali per accedere al testo originale, poteva leggere la bibbia in maniera personale e privata secondo il linguaggio conosciuto dal singolo lettore, attraverso traduzioni apposite. Tuttavia nonostante questa limitata libertà nella lettura del testo originale, causata da insufficiente conoscenza dell’ebraico, quando la Bibbia dei settanta fu resa pubblica ciò venne interpretato dai rabbini ortodossi alla stregua dell’episodio del vitello d’oro della Genesi, cioè assai negativamente. Tuttavia da allora in avanti fu elaborato un metodo per rendere l’interpretazione della bibbia del tutto coerente nelle diverse interpretazioni, ossia un metodo chiamato midrash, ossia


“ricerca”, ovviamente ricerca applicata alla Legge, cioè alla scrittura biblica. Le regole della midrash furono codificate da tre Maestri: Hillel il Vecchio, Yshmael ben Elisha e Elezier ben Yose ha–Gelili. Le raccolte di testi derivanti dall’applicazione della midrash, dette midrashim, non sono a tutt’oggi di facile datazione, ambientazione, interpretazione e tuttavia contengono informazioni preziose per coloro che al giorno d’oggi si interessano alla vita delle comunità ebraiche del tempo. I midrashim si classificano in due gruppi: i midrashim di commento e di esegesi dei sacri testi; e i midrashim composti negli ambienti sinagogali durante le funzioni sacre.

Per quanto riguarda sempre la codificazione della legge rivelata a Mosè sul Sinai, si ritiene che solo una parte sia stata messa per iscritto e che un’altra parte sia stata conservata e tramandata per via orale. A partire dai primi secoli d.C. i rabbini cominciarono a mettere per iscritto la legge orale, perché non andasse perduta. In particolare fu, tra le tante sette ebraiche dell’epoca, quella dei farisei, a rendere  meno rigida la lettera della legge e a diffonderla tra il popolo, suscitando largo consenso e rendendo minoritaria l’interpretazione ortodossa. La raccolta che si impose su tutte tra la fine del II secolo e l’inizio del III fu chiamata Mishnah, parola che in ebraico vuol dire “ripetizione”. Essa conteneva la parte codificata della legge orale, e indicava dettagliatamente le singole regole e la loro applicazione. La Mishnah è scritta in un ebraico differente da quello prettamente biblico, che per questo è chiamato mishnico.

Tra III e VI secolo i rabbini babilonesi e palestinesi si dedicarono allo studio della Mishnah, utilizzando il metodo midrashico, grazie al quale giunsero a comporre un grande commentario detto Ghemarà. Mishnah e Ghemarà costituiscono il Talmud Torah (Studio della legge). Ovviamente le differenze tra ebrei palestinesi e ebrei babilonesi si mantennero, così che si hanno due versioni di Mishnah e Ghemarà, una palestinese e una babilonese, quest’ultima costituente il Talmud Bavli o babilonese, che alla fine si affermò come il Talmud per antonomasia. I materiali, assai compositi, confluiti nel Talmud babilonese sono distinti in base al contenuto in due


insiemi: halakàh e haggadà: i primi contengono norme relative al diritto e alla vita pubblica dell’individuo; le seconde contengono regole attinenti alla sfera interiore. Per quanto riguarda la liturgia e le feste dell’ebraismo di epoca tardo – antica, l’elaborazione delle formule e dei riti ha inizio nel tempo successivo alla caduta del secondo Tempio e costituisce un lungo processo di elaborazione e rielaborazione di quelle formule e di quei riti che si conclude con alterne vicende nel XVI secolo, soprattutto a causa dell’invenzione della stampa che dà veste scritturale alle suddette pratiche e ai suddetti riti. La rielaborazione delle formule e delle liturgie si rese indispensabile a seguito della istituzione della sinagoga, parola che sta per “assemblea” in sostituzione del Tempio come luogo di celebrazione e di culto, emerso a seguito della diaspora cioè dell’allontanamento dal Tempio, ormai distrutto. Scopi della sinagoga erano la liturgia e l’istruzione dei fedeli, sempre ovviamente attraverso la rievocazione dei riferimenti biblici, e attraverso i canti di adorazione e di preghiera rivolti alla Divinità. Le letture bibliche erano parte integrante del rito, così come l’omelia. Lo studio della legge era considerato anch’esso una forma di culto e di preghiera.

Una delle prescrizioni religiose più importanti ma anche tra le più diffuse è il sabato, festività istituita per analogia con il riposo di Yahveh dopo i sei giorni della creazione, cioè a dire che se Dio riposò nel settimo giorno è cosa santa che anche il fedele nel settimo giorno della settimana ebraica si astenga da ogni tipo di attività, a parte lo studio della bibbia e le funzioni sinagogali. Per quanto attiene più nello specifico alle festività, esse vengono celebrate secondo un calendario che non è quello occidentale, sostanzialmente perché gli ebrei contano gli anni a partire dalla creazione, quale descritta e cronologicamente collocata nella scrittura biblica.

Tre sono le festività maggiori: Pasqua, Settimane, Capanne. La Pasqua ha la durata di una settimana secondo il calendario ebraico, ed è riferibile alla commemorazione del lieto evento per gli ebrei della decima piaga inviata da Yahveh ai danni del faraone durante la schiavitù in Egitto, cioè l’uccisione dei primogeniti egiziani, che indusse lo stesso faraone a concedere agli ebrei la liberazione dalla schiavitù. La


festa delle “Settimane” ha la durata di 50 giorni dopo la Pasqua, e con essa si commemora la consegna delle tavole della legge a Mosè sul Monte Sinai da Parte di Javeh. Infine la Festa delle capanne è istituita in ricordo delle tende, o capanne in  cui dimorarono gli ebrei dopo l’uscita dall’Egitto.

Ogni mattina, durante la festa delle capanne, ha inizio il servizio liturgico, caratterizzato dal suono di un corno di montone che risveglia alla penitenza e alla speranza della redenzione.

Fra le feste minori vanno ricordate la festa di Hannukkah (Inaugurazione) e la festa di Purim, che si celebra per ricordare la liberazione del popolo dalla sottomissione al regime persiano.

L’ebraismo in età medievale

Durante i primi secoli del Medioevo, come già accennato, gli Ebrei subirono la dominazione araba. Com’è noto gli Arabi sono un popolo in qualche modo affine a quello ebraico anche perché da un punto di vista etnografico discendono entrambi da un’unica radice, la radice o ceppo “semita”. Il tempo della dominazione araba fu per gli ebrei un periodo di splendore in tutti gli aspetti della propria identità di popolo.

Vi fu un certo incremento demografico, di ricchezza materiale e anche un arricchimento culturale. Anche dal punto di vista economico gli ebrei passarono da professioni come l’agricoltura e il piccolo artigianato a occupazioni più remunerative come il commercio e la finanza. Gli ebrei smisero di parlare aramaico, linguaggio che risaliva al periodo babilonese e adottarono l’arabo, la lingua internazionale dell’epoca, in cui peraltro furono scritte le opere religiose ebraiche durante il medioevo.

Nel basso medioevo, su tali basi, l’ebraismo si diffuse nei paesi in cui si parlava arabo e quindi in Spagna, Francia, Germania e Italia. Due fenomeni diedero un termine a questo rigoglioso sviluppo della cultura ebraica: da un lato il loro commercio cominciò a declinare quando subì la concorrenza delle repubbliche marinare, mentre le Crociate allontanarono definitivamente gli ebrei dalle attività


commerciali. L’unica professione che da quel momento fu loro consentita fu il prestito di denaro su base di pegno, attività che essi praticarono, in assenza d’altro, con l’eccezione di Spagna e Italia, in tutti i territori europei in cui risiedevano. Fu quindi quasi automatico il passaggio delle attività lavorative ebraiche dal prestito di lieve entità alla finanza vera e propria, cioè alla nascente attività bancaria e finanziaria. Ciò li rese, si era nei secoli XII–XIII, invisi alle genti autoctone dei Paesi ospitanti e ne determinò la cacciata innanzitutto dall’Inghilterra, poi un secolo dopo dalla Francia tutta, tranne che dalla Provenza. Voce isolata fu quella del papa che consentì loro di stabilirsi nei suoi possedimenti francesi di Carpentras e Avignone. Nel XV secolo in Germania essi subirono massacri ed espulsioni in massa. Nel 1492 furono espulsi dalla Spagna, nonostante per tanti secoli questo Paese fosse stato dominato dagli arabi, che come detto erano un popolo “affine” a quello ebraico per molte ragioni e per niente ostile alla presenza ebraica.

Nell’VIII – IX secolo sorse nell’attuale Iraq un movimento teso a propugnare un ritorno all’interpretazione letterale del testo biblico che, come detto, non costituiva più da qualche secolo il tipo di approccio consueto alle scritture. Coloro i quali propugnavano l’abbandono della tradizione biblica dei Settanta, appartenevano probabilmente alla setta dei Caraiti, e rifiutavano innanzitutto l’introduzione degli insegnamenti orali nel Talmud a scopo conservativo, e in seconda istanza volevano che la Bibbia tornasse ad essere interpretata letteralmente, senza considerare l’avvenuto mutamento dei tempi, e con atteggiamento assai più rigoroso di quello dei rabbini. I Caraiti quindi cominciarono a compilare una serie di codici, primo e più importante dei quali è il “Libro dei precetti”, codici di cui oggi si conserva solo il “Libro delle luci e dei posti di guardia”, che ci è pervenuto per intero. Dopo qualche tempo il Caraitismo entrò in crisi, sia per ragioni di esaurimento della spinta creativa e modificativa della tradizione precedente, sia a causa della violenta resistenza opposta dai seguaci della dottrina Talmudica, i “rabbaniti”. In un tale contesto “rara avis” l’opera dell’ultimo teorico caraita di una qualche importanza: Yehudah Hadassi, nei cui scritti è contenuta una prima partizione dei principi


fondamentali del giudaismo: creazione ex nihilo; esistenza di un Creatore; Sua unità e incorporeità; Mosè profeta inviato da Dio; immutabilità della Torah e necessità, anzi obbligo di leggerla nella lingua originale; sacralità del Tempio di Gerusalemme; resurrezione dei morti; giudizio divino post – mortem; futuro avvento del Messia.

Per tornare alla Bibbia si presume che il testo definitivo dei libri che ne fanno parte sia stato scelto tra più versioni differenti in base all’orientamento ideologico degli editori, mentre tutti i testi biblici difformi pian piano sparirono. Per quanto riguarda l’adattamento del linguaggio ebraico alle esigenze dei tempi vennero introdotti nel testo una serie di segni grafici ad esempio per indicare le vocali intervallate ai suoni consonantici. Si tratta tuttavia di accorgimenti che vennero interpolati molto tempo dopo che l’ebraico antico era diventato una lingua morta. Questo complesso apparato filologico si avvaleva anche di interpolazioni sulla base della frequenza dei termini sinonimi e delle varianti grafiche e fonetiche. Esso sistema di conservazione, per quanto possibile, del testo biblico fu realizzato da coloro che presero il nome di Masoreti, ossia “osservanti della tradizione”. La traduzione, tra le molte che utilizzavano questo sistema, che prevalse su tutte fu quella apprestata dai Masoreti tiberiensi, cioè originari della regione attigua all’omonimo lago di Tiberiade. Il testo tradotto dai masoreti nei secoli successivi si impose anche presso i lettori comuni oltre a determinare l’obsolescenza degli altri testi, peraltro redatti in maniera simile quanto al metodo compilativo adottato. Molti secoli dopo con l’invenzione della stampa si impose un testo più recente, detto Bibbia rabbinica, a cura di Daniel Blomberg e pubblicato a Venezia.

Fu a partire dall’VIII secolo dell’era successiva alla nascita di Cristo che si  cominciò a ragionare criticamente sui testi biblici, ciò grazie all’influsso della teologia islamica e della cultura greca, cosicché gli elementi teologici contenuti nel testo biblico furono sottoposti ad una indagine razionale più profonda di quella che aveva caratterizzato i primi, seppur timidi tentativi su base archetipica tentati secoli prima. Per condurre questa analisi e questo tentativo speculativo i dotti ebraici


fecero riferimento, come a suo tempo faranno anche i Cristiani, a due autorità filosofiche: Platone, per il tramite del movimento neoplatonico e Aristotele. Si formarono due correnti di pensiero: una detta razionalista, un’altra detta antirazionalista, ciascuna con i propri autori di riferimento e le relative opere.

A compiere il tentativo più ardito di dimostrare che la religione ebraica può essere dotata di un fondamento filosofico fu l’ebreo Maimonide, con l’opera intitolata “La guida dei perplessi”. Maimonide trovò il modo di sciogliere la contraddizione tra Fede e Ragione, interpretando la Bibbia in modo allegorico e spiegandola come avrebbe fatto Aristotele, cioè ricorrendo al commento filosofico, e indicando come scopo ultimo dell’uomo non l’osservanza dei precetti ma la conoscenza intellettuale, che dipende però anche dalla capacità di riconoscere la bontà divina in ogni manifestazione della natura. Maimonide fu anche autore di un Catechismo rivolto a tutti coloro che non avevano il tempo o le capacità per dedicarsi alla vita speculativa, fissando in esso catechismo delle regole e dei principi che bisognava osservare sulla base dell’autorevolezza dell’autore, cioè sempre Maimonide. Ovviamente l’opera di Maimonide suscitò discussioni sia fra i dotti che fra i semplici fedeli, ed anche la redazione di opere che su basi questa volta metafisiche, ne confutavano gli assiomi di pensiero. Ad esempio un tale Crescas propose un argomentatissimo ritorno alle origini del rapporto del credente con lo scritto di riferimento, e quindi rigettò in toto tutti gli argomenti filosofici di Maimonide, ad esempio quello che asseriva la primazia della conoscenza intellettuale rispetto all’osservanza dei precetti, i quali ultimi sono invece per Crescas qualcosa di fondamentale e irrinunciabile e che soli pongono il fedele in stato di “grazia” nei confronti della Divinità.

Per quanto riguarda il genere letterario noto come Poesia religiosa, e con specifico riferimento a quella ebraica, questa nasce dalla codificazione delle preghiere e dei riti sacri. Il primo testo unitario e soprattutto, scritto, in proposito, delle preghiere religiose ebraiche fu l’”Ordine del rabbino Amram”, cui seguirono altri testi rituali redatti presso le comunità ebraiche egiziane, e destinati alle comunità francesi,


siriache, e anche a quelle tedesche, in Italia per le comunità residenti a Roma e finanche per le comunità residenti nella Grecia bizantina.

La poesia religiosa vera e propria nasce tra gli ebrei allo scopo di arginare un divieto posto dall’imperatore Giustiniano I alla lettura durante le celebrazioni dei testi tradizionali ebraici. Per aggirare tale divieto nacque la pratica di recitare le preghiere e gli insegnamenti in componimenti poetici che si presentavano come  inni sacri, cioè religiosi.

Per quanto riguarda gli sviluppi delle discipline giuridiche essi si articolano attorno a quattro insiemi di attività: sistemazione della liturgia, spiegazione del Talmud, codificazione del diritto, soluzione di questioni giuridiche concrete. Relativamente a quest’ultimo punto si affermò il genere dei responsi, cioè le opinioni degli esperti che diventavano legge perché accettate da tutte le comunità. Questa prassi giuridica di risoluzione delle controversie fu accettata anche quando cominciò ad essere praticata dagli ebrei di Francia e Germania. Nell’ambito della letteratura dei responsi forse il più grande autore della fine dell’epoca altomedievale fu Yaaqov ben Meir, che introdusse nel ragionamento giurisprudenziale il metodo dialettico e la disquisizione erudita giungendo ad attribuirsi una tale autorevolezza da porsi in condizione di correggere quelle parti del Talmud che erano secondo la sua incontestabile valutazione, inficiate da errori commessi nella trascrizione.

Il primo compendio di diritto fu compilato da Yishaq Alfasi nell’ XI secolo d.C., opera che venne intitolata “Piccolo Talmud”, e nella quale l’autore operò una selezione tra il materiale giuridico e giurisprudenziale pre – talmudico e quello post

– talmudico. Al contrario Maimonide non operò alcuna selezione nel suo “Libro dei precetti”, indicando in tale opera tutti i versetti biblici che contenevano una prescrizione o un precetto. Dieci anni dopo la pubblicazione di questo manuale Maimonide scrisse la sua opera definitiva, e cioè un ampio trattato di grande respiro che intitolò “La ripetizione della legge” o “Seconda legge”, opera nella quale è lo stesso Maimonide a fornire la giusta interpretazione dei passi biblici a contenuto precettivo, omettendo il ricorso alle opinioni dei rabbini.


L’ultimo grande codice medievale detto “I quattro ordini” fu compilato da Yaaqov ben Asher, un ebreo di origine tedesca che visse prevalentemente a Toledo, che modificò in parte il codice maimonideo, riducendolo alle disposizioni essenziali, così eliminando quelle non più valide. Questo il contenuto dei quattro ordini: “Il sistema di vita” sul servizio sinagogale, sulle preghiere, sulle feste e sui digiuni; “Maestro di sapienza” su ciò che è permesso e ciò che è vietato; “La pietra dell’aiuto” su matrimonio e divorzio; “Lo scudo del giudizio” incentrato sulla legge, quella civile e quella penale.

Per quanto riguarda la mistica ebraica medievale , cioè quella che in ebraico è detta “cabala”, essa attraversa l’intera storia del popolo ebraico. I primi cabalisti appaiono in Palestina nel I secolo d.C. La cabala si connota come disciplina esoterica che contiene elementi fortemente teologici e a contenuto metafisico, il cui obiettivo è il raggiungimento della pura contemplazione della Divinità attraverso pratiche ascetiche la cui conoscenza è riservata ad un ristretto novero di adepti.

Le prime espressioni documentate delle pratiche cabalistiche risalgono al XII secolo, e provengono in particolare dalla regione francese della Provenza. Tali fonti storiche indicano gli attributi divini col nome di Sefiroth, elementi mistici di collegamento tra la sfera celeste e quella terrestre. Nel XIII secolo, nell’ambito cabalistico si diffusero due tendenze: una speculativa e una pratica. Il maggiore esponente della prima tendenza fu lo spagnolo Abraham Abulafia. Egli afferma che ciò che conduce alla condivisione della vita divina è la meditazione basata sul potere esoterico delle lettere dell’alfabeto ebraico. Un altro spagnolo, il castigliano Mosheh ben Shem Tob, nello stesso periodo storico, scrive il testo esoterico intitolato “Il libro dello splendore”. L’opera è costruita su una conversazione immaginaria tra un gruppo di amici, che parlano di principi filosofici e teologici. Gli elementi essenziali della dottrina che il testo esprime sono una serie di discorsi su quattro argomenti: il Dio della Creazione e il Dio della Rivelazione, l’uomo e infine i suoi rapporti con Dio. Obiettivo del mistico è come sempre la contemplazione.


L’altra tendenza della cabala, cioè quella pratica, si sviluppò tra il XII e il XIII secolo in Germania, in particolare nella regione tedesca chiamata Renania. Tale tendenza produsse “Il libro dei devoti”, nel quale viene ritratta una nuova figura di fedele, che si distingue per la sua condotta e non per le sue idee. Per mezzo di un lavorio interiore e dell’affinamento spirituale della propria condotta il devoto si accosta all’altruismo, alla umiltà, alla sopportazione delle offese, al contempo facendo esperienza della divinità. Per questa corrente cabalistica Dio è un essere puramente spirituale, infinito, illimitato e onnipresente. La conoscenza di Dio, pur muovendo da presupposti peculiari, è comunque sempre fondata sulla pratica del culto.

 

Il giudaismo in età moderna e contemporanea

Secondo la storiografia più accreditata, per gli ebrei il Medioevo si sarebbe protratto fino alla fine del XVIII secolo. Tuttavia riguardo sempre agli ebrei, si ritiene di poter applicare la definizione di Età Moderna anche al periodo di storia compreso  tra i già nominati secoli, perché comunque in quel periodo gli Ebrei vissero trasformazioni che ne modificarono la fisionomia di popolo e di religione. L’inizio dell’età moderna coincide per gli ebrei con la espulsione dalla Spagna e dal Portogallo (1492). Le comunità tedesche, francesi e spagnole si estinsero. Le restanti comunità si spostarono nell’Europa orientale, in Polonia e in Lituania. In Italia invece convennero molti dei profughi di altre Nazioni. Ma il grosso dell’emigrazione ebraica si verificò verso i territori dell’Impero turco dove gli Ebrei, a parte l’obbligo di pagare l’imposta ascritta ai non musulmani furono relativamente tollerati e poterono, insieme ad armeni e greci, monopolizzare l’esercizio del commercio. Altre comunità si mossero verso i Balcani, ma soprattutto a Costantinopoli e a Salonicco; quest’ultima per quattro secoli fu una città a maggioranza ebraica. Altri profughi dalla Spagna fondarono colonie a Gerusalemme, Tiberiade, Hebron e Safed.


In Italia e nelle regioni dell’Europa Orientale gli ebrei furono costretti a vivere separati dai non ebrei. Il primo ghetto fu istituito a Venezia nel 1516, altri in Polonia e Germania. La comunità del ghetto era amministrata da un piccolo consiglio che si occupava della ordinaria amministrazione, ad esempio dei rapporti fra la comunità del ghetto e il governo del Paese ospite, per quanto concerneva il pagamento delle tasse, ma anche dell’ordinamento interno alla comunità. L’isolamento cui gli ebrei dei ghetti erano assoggettati produsse due risultati: favorì il consolidamento della identità ebraica ma al contempo ne determinò l’isolamento dal resto della società non ebraica, e ciò innanzitutto per ragioni culturali. La situazione dei contatti con l’esterno non è sempre uniforme. Mentre gli ebrei dei Paesi musulmani erano in buoni e promiscui rapporti con gli islamici, gli ebrei polacco – lituani non lasciarono mai che l’elemento slavo, anche esso islamico, contaminasse la loro cultura e la loro vita sociale.

Fenomeno altresì degno di nota è il “marranesimo”, cioè la condizione di coloro  che, ebrei, accettavano il battesimo pur restando fedeli nella sfera privata alla religione ebraica. Marrano – parola che in spagnolo vuol dire “maiale” – era la condizione di chi, esteriormente cristiano, godeva per questa stessa sua condizione, di libertà che non erano concesse agli altri ebrei. Ad esempio poteva conseguire titoli accademici, che spesso gli erano utili per instaurare dialoghi con le altre fedi e anche per fare proseliti. I comportamenti dei marrani nei riguardi degli ebrei si possono raggruppare in quattro categorie: la prima comprende coloro che, marrani, vissero dopo la conversione secondo la fede cristiana; la seconda altri che pur essendo battezzati e quindi cristiani in maniera “pubblica”, pure nel privato conservavano usanze ebraiche; la terza comprendeva coloro che erano indecisi circa la fede da seguire; la quarta coloro che pur inseriti nelle comunità cristiane, successivamente fecero ritorno alla confessione ebraica. Fu un marrano olandese, a nome Baruch Spinoza, a iniziare la moderna esegesi biblica, basata su fonti e documenti razionalmente commentati.


Quando nel 1553 la Chiesa vietò la lettura del Talmud, gli ebrei compilarono una serie di codici che consentirono loro un costante approccio alle verità di fede. Dopo un certo tempo però i codici divennero difficili da consultare a causa della discordanza nella loro redazione tra le varie sette ebraiche, due su tutte: sefarditi e ashkenaziti. L’intento di ricondurre le scritture ad una qualche uniformità fu compiuto da Yosef Caro che diede alle stampe la sua “Tavola preparatoria”, che ebbe una importanza decisiva nella storia della legislazione ebraica, e in cui vengono magistralmente amalgamati due aspetti della cultura ebraica: il diritto e la mistica. L’opera di Caro non tiene però conto delle deduzioni e delle verità accolte dagli ashkenaziti, a ciò che dovette essere successivamente integrata da autori posteriori.

Lo studio del Talmud fu massicciamente ripreso in Polonia dove venne costantemente commentato in maniera orale, ossia sulla base del confronto tra opinioni in base alla lettera del testo con un metodo particolare e assai raffinato detto “pilpul”.

Per quanto attiene alla mistica essa venne tenuta in vita in un villaggio della Palestina detto Safed, in cui furono elaborati complessi teoremi teologici e iniziatici, su base cabalistica. Per rimanere alla cabala sviluppata a Safed essa si basa sul concetto di “contrazione”, la quale sarebbe stato il primo atto della divinità, che si contrae per far posto al mondo. Nel vuoto così prodottosi Dio creò il primo uomo, Adam Qadmon, il quale era talmente simile alla divinità da emanare dall’intero suo corpo fasci di luce, che il teologo identifica con le Sefirot, ossia le lettere delle parole che Yavhè pronunciò durante la creazione, le quali furono successivamente inserite in vasi, alcuni dei quali però si ruppero, compromettendo il rapporto tra sefirot superiori e sefirot inferiori e così introducendo una compromissione tra mondo superiore e mondo inferiore. La realtà divenne bipolare, cioè un conflitto tra i due principi cosmici del bene e del male. Questo evento interessò anche il novero delle anime create da Dio, alcune buone altre malvagie, che per il fenomeno della rottura dei vasi si mescolarono, cosicché nessuna anima fu più soltanto buona o


soltanto cattiva ma ciascuna partecipe di entrambe le nature. Solo alla venuta del messia la situazione di confusione e incoerenza sarà interrotta, attraverso il ripristino dell’ordine cosmico e quindi per riflesso dell’ordine umano. Tuttavia l’uomo può già oggi intercedere presso il futuro messia con le preghiere e con l’osservanza dei precetti. In tutto questo discorso si inserisce la dottrina della trasmigrazione delle anime. Tra queste quelle che hanno osservato i precetti sono esentate dalla trasmigrazione, mentre quelle ancora in preda alla contaminazione del male devono continuare a vivere nuove vite.

Nel XVII secolo si affermò quel movimento sempre a carattere mistico che venne conosciuto come Sabbatianesimo. Esso fu fondato Shabbetay Zevi ed era incentrato sul rifiuto delle prescrizioni bibliche e sulla contravvenzione alle regole della Torah, così come osservate e praticate dalla comunità di appartenenza. Le sue prese di posizione in tal senso, anche a volte molto plateali, fecero che egli fosse prima scomunicato e poi reso oggetto di controllo da parte delle autorità, che vedevano in lui un pericolo per l’ordine pubblico. La sua vicenda personale, che include anche un episodio di proclamazione di sé stesso come Messia, e la conversione di molte sétte ebraiche alla sua dottrina, sétte i cui membri, a causa della sua predicazione, partirono per Gerusalemme, si concluse con l’abbandono da parte di Zevi della religione ebraica e con la sua conversione all’islam, nonché con il conferimento da parte delle autorità turche a Zevi del titolo di “membro permanente della Porta” con l’assegnazione di una piccola elargizione periodica in forma di pensione. La  teologia sabbatiana nasce dall’esigenza di interpretare gli atteggiamenti stravaganti e paradossali della personalità di Zevi e soprattutto di indagare la ragione della sua apostasia. Tuttavia i veri rappresentanti del giudaismo rabbinico, consapevoli del pericolo costituito dalla rivelazione del suo pensiero, continuarono a combattere con forza il sabbatianesimo e ne censurarono sia i seguaci sia i documenti che ad esso si riferivano. Tuttavia il movimento penetrò soprattutto in Galizia e in Podolia, poi tra i Turchi dei Balcani, in Italia e in Lituania; in seguito anche in Germania, Boemia e Moravia.


L’ultima espressione della mistica ebraica è, in ordine cronologico, il Chassidismo. Si tratta di una nuova forma di chassidismo che non ha nulla in comune con il vecchio Chassidismo medievale ashkenazita. La vera novità di questo movimento sta nella trasmissione della via mistica dal singolo alla collettività. Elementi costitutivi del Chassidismo tardo medievale furono: il proselitismo tra i ceti sociali più poveri; il rapporto di venerazione nei confronti di chi comunicava la via mistica da parte di coloro che ne apprendevano i fondamenti; la diffusione del messaggio chassidico tra le persone di scarsa cultura, ciò che ne favorì una maggiore diffusione; l’incentramento dell’insegnamento chassidico attorno ai valori della vita individuale.

 

La realtà dell’ebraismo contemporaneo

La rivoluzione francese e l’illuminismo posero le comunità ebraiche in contatto con problemi del tutto nuovi. La “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” coinvolse anche gli ebrei, che il nuovo ordine tentò con forza di integrare all’interno della nuova compagine sociale. Tuttavia occorre ricordare che all’epoca dell’illuminismo tra ebrei e resto del mondo, quanto a evoluzione degli usi e dei costumi correvano tre secoli di differenza, cioè che gli ebrei conservavano ancora gli usi e i costumi del tardo medioevo, in sostanza quelli che avevano al momento della cacciata dalla penisola iberica. In riferimento al processo di reintegrazione sociale in atto, alcuni ebrei vi si opposero rigorosamente; altri invece giunsero perfino a guardare alla Francia come a una seconda Patria. Tuttavia tra alterne vicende il periodo successivo alla rivoluzione e il diffondersi dei nazionalismi, con annesso diffuso antisemitismo pose una duplice possibilità: o considerare gli ebrei cittadini della Nazione come tutti gli altri; oppure riconoscerne e favorirne la diversità e la tendenza all’isolamento. La prima soluzione fu adottata in Europa occidentale e centrale. La seconda soluzione fu adottata solo da una parte degli ebrei dell’Europa orientale. Tuttavia finanche la Russia periodicamente non tollerava, per un motivo o per un altro la presenza ebraica, da cui i numerosi pogrom che


periodicamente funestavano le comunità ebree. Tuttavia al fine di porre fine alle persecuzioni nacquero nel XIX secolo tre movimenti destinati a incidere sulla storia del giudaismo nel XX secolo: il socialismo, il sionismo, e l’emigrazione verso gli USA. Il socialismo come movimento di stampo internazionalistico e favorevole ad obliterare le differenze tra i popoli non fu visto di buon occhio dagli ebrei, sempre a causa della loro naturale tendenza all’isolamento. Il sionismo, invece, movimento politico che tendeva a propugnare un ritorno degli ebrei in Palestina riscosse maggiore favore, ed è inutile dire che tale movimento portò alla fondazione dello Stato Israeliano nel 1948. Infine l’emigrazione in massa negli Stati Uniti contribuì a gettare le basi di formazione di una notevole popolazione ebraica che è anche oggi in USA molto numerosa e potente. Le reazioni degli ebrei ai cambiamenti politici dovuti al movimento illuminista furono diversi. In Europa occidentale essi reagirono o con l’assimilazione e la modernizzazione oppure sulla base di tre diverse soluzioni: quella ortodossa, quella riformatrice e quella riformata. In Europa orientale l’ostilità ai cambiamenti non fu vinta in quanto lì gli ebrei formavano una comunità numerosa, autosufficiente e soprattutto godevano di una situazione territoriale ad essi conveniente e gradita, cioè territorialmente in grado di favorirne la crescita demografica. Una reale integrazione degli ebrei fu realizzata nel XVIII secolo in Germania, dove si pose in atto, anche grazie a politiche adeguate, la realizzazione di istituzioni, soprattutto culturali che ebbero la finalità di una piena integrazione. Un programma simile fu posto in atto in Austria dall’Imperatore Giuseppe II. Questi tentativi di integrazione ebbero un ottimo risultato e proseguirono per tutto il corso del secolo. Vennero scritti saggi che illustravano la necessità di riforme anche a carattere scolastico, che consentissero non solo agli ebrei di entrare in contatto con gli altri popoli, ma anche a questi ultimi di conoscere meglio la civiltà e la cultura ebraiche. Il rinnovamento interessò due settori dello scibile: la storiografia e la filologia. Un’opera in particolare, quella dello studioso Abraham Geiger tentò di gettare nuova luce sull’evoluzione dell’interpretazione dei testi biblici da parte dei rabbini, che egli concepì appunto in senso evolutivo cioè


con un “prima” e necessariamente un “dopo”, suscitando peraltro le ire dei rabbini ortodossi.

Una visione completa della storia ebraica e una sua interpretazione organica si debbono all’opera di Heinrich Gratz, il quale sostenne la teoria, modellata sulla filosofia hegeliana, che la storia del popolo ebraico fosse conoscibile solo con metodo storiografico cioè individuando i modi in cui l’idea di Dio rivela sé stessa e continua ad essere elaborata nel tempo, applicando a questa opzione di metodo la dialettica hegeliana. Graz riconobbe nell’ebraismo due tendenze: una creativa chiamata “la vita del mondo” e l’altra conservatrice e strettamente legata all’insegnamento e al testo talmudico. L’opera di Gratz ebbe un grande successo e fu più volte tradotta e ristampata.

Pian piano a partire dal XIX secolo si affermarono all’interno del giudaismo due tendenze: una ortodossa e legata a filo doppio alla Torah e al Talmud; l’altra tendente ad una piena integrazione degli ebrei con gli altri popoli europei. Uno dei punti di partenza fu la costruzione di un “Tempio rinnovato” da parte di Israel Jacobson a Seesen in Germania, ciò che suscitò ovviamente le ire degli ortodossi, poiché anziché di sinagoga si parlò per la prima volta di Tempio al di fuori di Gerusalemme. A Jacobson si deve inoltre l’introduzione nel cerimoniale dell’uso dell’organo musicale, venendo meno al divieto per gli ebrei di utilizzare strumenti musicali durante le sacre celebrazioni. Altre innovazioni introdotte dal movimento riformatore furono la riformulazione dei precetti in senso ecumenico e non più strettamente legato ai fedeli ebraici e alla loro storia; la reinterpretazione della fede nella venuta del Messia limitatamente al solo ebraismo e la sostituzione di questa idea con quella di un’era messianica che avrebbe interessato tutta l’umanità e non solo gli ebrei. Il rito del Bar Mitzvah fu esteso anche alle giovani che avessero compiuto il tredicesimo anno, e non interessò più i soli maschi di quell’età. Queste novità ed anche altre, che tralascio per esigenze di brevità, misero in discussione tutto il sistema religioso ebraico. La tendenza riformistica nata in Germania si tradusse senza problemi negli USA. Il giudaismo riformatore al momento, distingue


tra il giudaismo “profetico”, che esalta la condotta morale e l’atteggiamento “universalistico”; e il giudaismo sacerdotale legato al Tempio e ai suoi riti. La riforma e i riformatori furono inizialmente scettici riguardo al movimento sionista ma a partire dalla metà degli anni ’30 assunsero un atteggiamento meno sfavorevole. Gli USA sono diventati, dopo la riforma, il più importante centro degli ebrei riformati.

A questo punto è necessaria una piccola disamina di ciò che anche oggi è detto giudaismo ortodosso. Esso si basa sulla convinzione che i testi sacri, cioè il Talmud e la Torah contengono, essi soli, la vera parola di Dio. L’ebraismo ortodosso è praticato da una minoranza, e ricalca gli usi e i costumi giudaici presenti in Europa nel XVI e nel XVII secolo. Anche l’aspetto esteriore di questi fedeli ebraici è ispirato a quel periodo. In USA vi è inoltre una forte presenza dei seguaci del già descritto movimento chassidico, tuttavia la maggioranza dei fedeli segue le regole della variante neo-ortodossa, meno rigorosa di quella strettamente ortodossa sia nella liturgia che nelle altre pratiche di culto.

All’interno del movimento riformista, di quello ortodosso e di quello conservatore i confini sono talvolta molto sottili. Sta di fatto che in via definitiva l’adesione da parte degli stessi ebrei alle regole del culto ortodosso, non è mai stata costante né uniforme e lo dimostra la stessa storia raccontata nella Bibbia, in cui a momenti di fervore e di fede si alternano nel popolo di Dio momenti di allontanamento ed abiura.

 

Considerazioni sulle condizioni di vita degli ebrei in particolare antecedentemente al 1870 e sui loro rapporti con i cristiano- cattolici

Ciò di cui, giunto a questo punto del discorso, vorrei parlare, non è il rapporto degli ebrei con la propria “coscienza collettiva”, personificata e divinizzata in Javheh, ma del rapporto tra gli ebrei e le due altre religioni monoteistiche con cui l’ebraismo ha


dovuto, volendo o non volendo, sempre in qualche modo relazionarsi nel corso di qualche migliaio di anni: un confronto che, armi alla mano, continua ancora oggi in alcune zone “calde” del mondo. Sto parlando innanzitutto del Cristianesimo, il quale è definito da alcuni come nato da una “costola” dell’ebraismo, come l’islamismo è da taluni definito una prosecuzione della tradizione prima ebraica e poi cristiana, ovviamente non in senso continuativo ma in senso oppositivo. Insomma gli islamici pretendono che l’ultima Rivelazione di Dio sia contenuta non nella Bibbia o nei Vangeli ma nella loro scrittura di riferimento, cioè il Corano, il libro scritto, sotto la dettatura dell’Arcangelo Gabriele, da Maometto, l’ultimo dei profeti, successivo a Cristo, anche quest’ultimo considerato dai musulmani un profeta, il profeta immediatamente precedente Maometto.

Mi si lasci cominciare un discorso che sia incentrato sulle interrelazioni innanzitutto tra Cristiani ed Ebrei, e su quanto riguarda le ripercussioni di queste Fedi e dei propri dogmi sulla concreta vita quotidiana di coloro che a ciascuna di esse appartengono. E’ mia intenzione porre massimamente in risalto le enormi difficoltà che la convivenza tra le due categorie di fedeli ha comportato nei secoli precedenti il presente, presente in cui, a parte come detto la presenza di alcuni focolai di conflitto, come la Palestina e alcune altre zone del Medio Oriente, la situazione è abbastanza pacifica, anche in virtù della presenza rassicurante dello Stato di Israele, che è fonte di tutela anche internazionale per tutte le comunità ebraiche del mondo.

Quindi e per quanto detto sento l’esigenza di fare un discorso relativo al passato, nell’intento di ricostruire tutto ciò che è avvenuto nel corso dei secoli immediatamente precedenti il presente, prima che agli ebrei fossero concessi in tutti i Paesi del mondo, gli stessi diritti e gli stessi doveri degli altri cittadini, ciò che non vale per il passato. Per costruire il discorso ho scelto di incentrare l’analisi nel secolo XIX dal punto di vista cronologico; negli Stati Vaticani immediatamente prima della presa di Roma, dal punto vista spaziale.

Va detto innanzitutto che, mentre negli altri Stati europei tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo le idee medievali, anche quelle relative alla religione, mutavano


col mutare dei tempi e divenivano più vicine, in termini valoriali a quelle delle società attuali, ciò che fu di beneficio anche agli ebrei. Ma va detto anche che ciò non avvenne negli Stati pontifici, luoghi in cui le idee in materia di fede generalmente diffuse, conobbero un punto di svolta solo grazie all’occupazione francese e che la sconfitta di Napoleone e la conseguente restaurazione dell’”antico regime” ebbero come principale effetto il ripristino della autorità e dei confini di detti Stati. Insieme alle rivoluzioni politiche, come quella napoleonica, le tendenze conservatrici all’interno degli Stati pontifici erano nondimeno minate alle fondamenta dalla crescente e contraddittoria rilevanza della Rivoluzione industriale, a causa degli effetti di quest’ultima sulla vita economica e sociale del Continente.  Le nuove idee portate da Napoleone sulle punte delle sue baionette, nonostante la sconfitta militare dell’invasore, non persero vigore nella coscienza dei popoli, e diedero luogo, anche negli Stati Pontifici, a periodiche rivolte popolari, che preannunciavano il futuro ordine laico dell’Europa. Tornato dall’esilio francese, Papa Pio VII non volle cedere e decise di non accogliere in seno alla Chiesa e al suo apparato le nuove idee portate dalla Rivoluzione. Nondimeno l’autorità del papa era stata minacciata fin dalla seconda metà del XVIII secolo, minacce che avevano indotto, nel 1773 Papa Clemente XIV a sciogliere l’ordine dei gesuiti. Il suo successore, Pio VI, fu costretto a concludere i suoi 25 anni di papato al di fuori dei propri territori, cioè in Francia. Nell’ottemperare alle intenzioni dichiarate in apertura alla presente sezione e cioè discorrere in merito ai rapporti tra cristiani ed ebrei, inizierò a partire dall’antisemitismo dei papi, proprio muovendo concettualmente dal papato di Pio VI, la cui figura costituisce un ottimo esempio di papa rigorosamente antisemita. Più tollerante fu Clemente XIV che in sostanza riaprì i ghetti, consentendo agli ebrei di svolgere tutte le attività normalmente svolte da cattolici. Per Pio VI come detto, tutto ciò era intollerabile, tanto che dopo la sua elezione al soglio emanò una bolla, l’”Editto sopra gli ebrei” (1775), in cui con rinnovato vigore ribadiva le scelte in merito agli ebrei compiute dai suoi antecessori, che erano peraltro la maggioranza, a parte alcune eccezioni. Le disposizioni della


bolla furono fatte osservare dalla Santa Inquisizione, come avveniva nel ‘500. Pio VI riaffermò con forza che gli Ebrei avrebbero dovuto essere confinati nei ghetti per non infettare la comunità cristiana. Ovviamente con ciò era vietato agli ebrei svolgere qualsiasi attività che non fosse quella di cenciaioli o di rigattieri. Il ghetto di Roma era situato sulle rive del Tevere, in una zona malsana e frequentemente inondata dalle acque del fiume, e i cui cancelli venivano chiusi al calar della notte. Individuare un ebreo era semplicissimo in quanto un provvedimento papale del XVI secolo imponeva di indossare uno speciale distintivo sugli abiti. Agli ebrei era proibito servire nelle case dei cristiani, e anche farsi servire da servitù cristiana. I cristiani e gli ebrei non potevano accedere se non ai rispettivi luoghi sacri, cioè rispettivamente le chiese e le sinagoghe. Agli ebrei era proibito incidere iscrizioni sulle lapidi dei loro defunti, che dovevano restare bianche. Per finire con il ritorno al passato voluto da Pio VI, il ripristino degli usi dei cristiani nei confronti degli ebrei fu coronato dall’obbligo della predica. Periodicamente un sacerdote denunciava come immorale, dinanzi a un pubblico composto da ebrei, la stessa legittimità del culto ebraico. Problemi di stabilità politica nei territori del papato, Pio VI li dovette affrontare quando nel 1796 i soldati francesi, portatori delle idee rivoluzionarie, invasero i territori pontifici. E nel 1798 i francesi per ordine di Napoleone, marciarono su Roma. Subito dopo il papa fu costretto a lasciare la sede vaticana per essere deportato in Francia, dove morì nel 1799. I francesi riaprirono le porte del ghetto e ripristinarono i diritti degli ebrei, conculcati dal defunto papa. Tuttavia quando le truppe provenienti da Napoli ripresero possesso della città, gli ebrei furono costretti a portare l’odiato distintivo giallo. Di nuovo.

Il nuovo papa si diede nome Pio VII e il primo atto di nomina da lui compiuto fu di ordinare cardinale Ercole Consalvi, che divenne anche Segretario di Stato. Consalvi sarebbe divenuto nel corso degli anni, uno dei maggiori statisti d’Europa svolgendo brillantemente il ruolo di segretario di stato vaticano. Tuttavia nei primi anni del XIX secolo Napoleone era tornato in auge e nel 1809 i francesi occuparono Roma costringendo Pio VII all’esilio, ancora una volta ripristinando i diritti degli ebrei dei


ghetti, le cui porte tornarono ad essere aperte. Tuttavia ciò si concluse solo cinque anni dopo con la definitiva sconfitta di Napoleone. La successiva riacquisizione in sede di trattativa internazionale, trattativa che si svolse prima a Parigi poi a Vienna, dei territori pontifici parte della Santa Sede si deve all’abilità diplomatica di Consalvi. Ma mentre Consalvi si trovava all’estero, in patria cioè in Santa Sede, si discuteva animatamente sul ripristino degli antichi provvedimenti restrittivi nel confronti degli ebrei. A colloquio con il pontefice Consalvi giudicò qualsiasi tentativo di ritorno al passato come improponibile dati i tempi e data la portata dei recenti avvenimenti. Ma Consalvi non riuscì nell’intento di convincere il papa in tal senso, cosicché ancor prima della chiusura del Congresso di Vienna i cancelli dei ghetti tornavano a chiudersi e fu ripristinata la Santa Inquisizione. Ciò avvenne a Roma ma in altri territori dello Stato Pontificio le cose andarono diversamente. Per proteggere gli abitanti da un ritorno di fiamma delle idee d’antico regime, quei territori furono provvisoriamente affidati agli Austriaci i quali non vedevano di buon occhio la presenza dei ghetti ebraici. E ovviamente nell’atto di restituzione delle Legazioni pontificie alla Santa Sede, e mossi anche dalle pressioni degli ebrei ravennati, gli austriaci posero la condizione che in quelle terre agli ebrei fossero riconosciuti pieni diritti.

Dicevo che Consalvi non riuscì nell’intento di combattere le chiusure del papa alle nuove idee e alle nuove realtà politiche degli Stati d’Europa, tanto che, sempre per le solite ragioni nel 1817 gli ebrei di Ancona lo pregarono di intervenire presso l’arcivescovo della città. La battaglia diplomatica perduta da Consalvi nel 1814–15 si dimostrò esiziale. Fino alla morte il papa continuò a ritenere gli ebrei uccisori di Cristo e ad agire di conseguenza. Se Consalvi fosse riuscito nei propri intenti probabilmente la situazione dei rapporti tra Chiesa ed ebrei nel secolo successivo sarebbe stata molto diversa e forse migliore.

Mi si consenta di accennare alla pratica dei battesimi forzati a carico di ebrei, soprattutto degli ebrei del ghetto, alcuni dei quali periodicamente sceglievano di diventar cattolici, spesse volte sotto la pressione delle autorità ecclesiastiche, altre,


più rare, di propria spontanea volontà. Si ricorda in proposito l’episodio di tale Geremia Anticoli di ventiquattro anni, sposato e padre di un bambino. Il giovane intendeva abbracciare la fede cristiana, egli soltanto, ma su pressione delle autorità ecclesiastiche responsabili del catecumenato, egli consentì a che sempre le autorità ecclesiastiche si recassero nel ghetto per prelevare sua moglie e suo figlio. Ciò avvenne con grande difficoltà in quanto gli abitanti del ghetto si ribellarono al magistrato incaricato del prelievo e giunsero anche a minacciare i due fattori del ghetto, cioè i responsabili dell’ordine all’interno del quartiere ebraico. Fu necessario l’invio di tre squadre di uomini legati ai catecumeni per rendere possibile l’uscita dal ghetto degli interessati. Una volta giunti moglie e figlio di Geremia all’interno della casa dei catecumeni, pian piano e con decoro si tentò di convincerli della fondamentale importanza per le loro anime, altrimenti condannate alla dannazione, di ricevere il sacramento battesimale. Alla fine dei quaranta giorni prescritti dalla Regola per tentare la conversione di un ebreo, soltanto il piccolo Lazzaro, cioè il figlio di Geremia, si lasciò convincere, mentre Pazienza, cioè la moglie di Geremia fu riportata nel ghetto insieme al marito, che intanto aveva maturato una disposizione d’animo contraria al battesimo.

Ad ogni modo la casa dei catecumeni aveva più volte e non solo nel caso del piccolo Lazzaro, assistito al “miracolo” della conversione di un ebreo alla vera fede.

La casa dei catecumeni fu fondata da Paolo III nel XVI secolo. Era destinata ad accogliere musulmani ed ebrei, ma la gran parte degli ospiti era di origine ebraica. Un secolo dopo papa Urbano VIII trasferì le sue branche in un’unica sede a Madonna dei Monti. L’edificio esiste ancora oggi. Le tre sezioni comprendevano innanzitutto la casa dei catecumeni, che era aperta ai battezzandi; la seconda sezione ospitava le donne; la terza parte, il Collegio, era il luogo in cui i convertiti ricevevano una educazione religiosa approfondita, e dove venivano preparati coloro che si avviavano al sacerdozio. Che cosa induceva alcuni giudei ad abbandonare il ghetto per chiedere accoglienza nella casa dei catecumeni? Si potrebbe pensare a persone che avessero esigenze spirituali da soddisfare, ma il più delle volte la scelta


del catecumenato dipendeva dalla possibilità che essa offriva di sfuggire alla povertà e di godere di maggiori libertà.

Per tornare alle vicende del secolo di allora, si era, non dimentichiamolo, in età immediatamente precedente al Congresso di Vienna, a seguito della sconfitta dei francesi si ebbe la fine delle libertà che questi ultimi garantivano, prima fra tutte quella di uscire dal ghetto, che fu revocata. Si tornò rapidamente ai costumi del passato. Come dicevo, col ritorno del papa a Roma dopo il ritiro delle truppe napoleoniche anche l’attività della casa dei catecumeni riprese. In particolare vi furono due casi che meritano di essere riportati: il primo è quello del battesimo di una bambina ad opera di una cristiana in visita nel ghetto; il secondo quello di un ebreo che, pur battezzato, aveva scelto di tornare all’ebraismo.

Per quanto attiene al primo dei due casi menzionati, cioè quello della bambina ebrea che ricevette il battesimo da parte di una donna cattolica di nome Maddalena, e all’insaputa della madre, il caso fu preso talmente a cuore dal Rettore della casa catecumenale, che sempre il rettore chiese udienza al papa per convenire il da farsi. Cinque anni dopo il fatto, allontanati i francesi, Maddalena si recò nuovamente presso la casa catecumenale per chiedere informazioni in merito alla sorte della bambina, che intanto era stata riportata nel ghetto. Il rettore inviò una squadra di polizia nel ghetto per prelevare la ragazzina, ma gli abitanti rifiutarono di consegnarla. Fu allora che il reggente dei catecumeni si rivolse alla Santa Inquisizione per avere il permesso di far tornare la ragazzina presso la casa catecumenale. L’inquisizione si espresse favorevolmente nei riguardi della richiesta del reggente, e qualche tempo dopo sanzionò pubblicamente la propria decisione.

Altro caso rilevante per il discorso in parola fu quello di tale Salvatore Tivoli, il quale alla età di 24 anni era comparso presso la casa dei catecumeni chiedendo di essere battezzato, cosa che avvenne. Il giovane fu assunto come cuoco dei catecumeni. Dopo circa un anno il giovane scomparve. Solo più tardi si seppe che si era imbarcato per la Turchia e che, abbandonata la fede cristiana viveva ora nel ghetto di Adrianopoli. Dopo qualche tempo il rettore scoprì che il giovane sia era


nel frattempo trasferito a Livorno, era sposato e sua moglie era incinta. Quando ne ebbe materialmente la possibilità, il rettore partì alla volta di Livorno per catturare l’apostata e consegnarlo nelle mani dell’Inquisizione. Per far ciò, a seguito  di iniziali difficoltà nell’attivare le autorità preposte a tali questioni, il rettore si rivolse al Vaticano. In breve la coppia fu individuata, la donna, di nome Rebecca diede poco dopo alla luce una bambina, mentre del marito si persero le tracce.

La vicenda si risolse con l’intervento delle autorità vaticane in Toscana. La bimba fu battezzata a Livorno e le fu imposto il nome di Fortunata. Il certificato di battesimo la indicava come figlia illegittima perché secondo la dottrina ecclesiastica in merito il matrimonio tra un ebreo, per di più apostata, e un ebrea non era valido.

Questi due casi sono esemplificativi di una prassi, ad esempio quella del battesimo occulto della bambina da parte di Maddalena, che suscitò le preghiere degli ebrei presso il Santo Padre, il quale si pronunciò affermando che il battesimo occulto era vietato ma che una volta formalizzato rimaneva valido. Anche così però si verificavano problemi di una certa rilevanza relativamente alla possibilità di preservare l’unità delle famiglie ebree a uno dei cui membri venisse impartito quel particolare sacramento. In questo tipo di situazioni era compito della Santa Inquisizione stabilire se le modalità del battesimo fossero coerenti con la dottrina e con la prassi. Ad esempio nel caso di Maddalena, questa affermò che la bimba era in cattive condizioni di salute e avrebbe potuto morire, senza che la sua piccola anima potesse essere salvata dal battesimo. In un caso del genere infatti, il battesimo era del tutto ammissibile.

Altro caso fu quello di Perla Bises, quando nel 1814 due ragazzine ebree e due ragazzine cattoliche fecero amicizia e recatesi presso un fonte battesimale una delle due ragazze cristiane battezzò una delle due ragazze ebree. Ciò, date anche le circostanze storiche in cui il fatto avvenne, cioè l’uscita dei francesi dal Vaticano, persuase la famiglia della ragazza ebrea battezzata, a rifugiarsi a Livorno, dove visse indisturbata per tre anni, dopo di che sperando che le acque si fossero calmate la famiglia tornò a Roma. Si era nell’anno 1817. La sorella della ragazza ebrea


battezzata, di nome Perla, cominciò a manifestare i segni di una vocazione al battesimo, così un giorno uscì di casa e si recò presso i catecumeni, pregandoli di battezzarla e di accogliere presso di loro anche la sorella, che era già stata  battezzata. Adita la Santa Inquisizione e fatte le verifiche del caso, risultò che il battesimo di Perla era valido mentre quello di sua sorella, di nome Sara non lo era perché frutto di un gioco tra bambine. Cosicché Perla rimase tra i  catecumeni mentre Sara fu lasciata tornare a casa.

Altro caso peculiare si verificò nel Gran Ducato di Toscana, laddove una levatrice cristiana battezzò segretamente una neonata che poco dopo morì. Dato che il prete locale era stato informato del fatto, volle che la piccola fosse seppellita in terra consacrata, ma a causa delle proteste della potente comunità ebraica di Livorno si verificò un diffuso malcontento sia nella comunità ebraica che in quella cattolica e tra le due comunità relativamente al luogo e alle modalità della sepoltura. Venne adita allo scopo di sedare gli animi, una commissione composta da tre teologi, i quali giunsero alla conclusione che il battesimo era valido. L’indagine durò sei mesi dopo i quali il corpicino della neonata fu traslato in terra consacrata.

Altro caso si verificò nel 1851 quando un anziano ebreo di nome Sabato Pavoncello morì in un ospedale romano. Quando i suoi cari richiesero la restituzione del corpo, appresero che era stato sepolto in terra consacrata. I rappresentanti del ghetto chiesero spiegazioni al cardinale vicario, il quale rispose dicendo che quella mattina era stato accompagnato al capezzale di un ebreo morente, e aveva pregato quest’ultimo di convertirsi al cristianesimo. Poi aveva chiesto al morente, che era ormai incapace di comunicare, che se intendeva essere battezzato avrebbe dovuto chiudere gli occhi e stringere la mano del cardinale in segno di accettazione del battesimo, cosa che Sabato non mancò di fare.

Tuttavia gli episodi appena raccontati sono solo casi particolari perché di regola coloro che accedevano alla casa dei catecumeni erano giovani uomini sposati con moglie e prole al seguito, intenzionati a ricevere il battesimo. Ovviamente il battesimo avrebbero dovuto riceverlo tutti i componenti di ogni singola famiglia, in


quanto era cosa nota che le autorità cattoliche non tolleravano che un battezzato condividesse lo stesso tetto con una donna ebrea, la quale quindi avrebbe dovuto ricevere il battesimo insieme al marito e ad una eventuale prole. Nei quattro anni compresi tra il 1814 e il 1818 la polizia entrò nel ghetto ben 22 volte, sempre di notte per trascinare ebrei nella casa dei catecumeni.

Il modo con cui i catecumeni agivano nei confronti delle donne ebree era sostanzialmente fondato sul ricatto. Una volta battezzati i loro figli alle madri veniva detto che se rifiutavano la conversione non li avrebbero più rivisti perché sarebbero rimasti nella casa catecumenale e cresciuti ed educati secondo principi cristiani, ed esse madri sarebbero tornate nel ghetto. Tuttavia alcune donne furono così ostinate che rifiutarono di convertirsi anche a costo di perdere la prole.

Problemi diversi si presentavano quando le donne che entravano nella casa dei catecumeni erano incinte, perché tutto ciò implicava di salvare due anime e non solo una, cosicché alla madre veniva chiesto se intendeva convertirsi e se la risposta era positiva si riteneva battezzato anche il nascituro.

Il settembre del 1823 fu un anno memorabile per la Santa Sede. Pio VII era appena morto. Ma questo evento non occupava come avrebbe dovuto i pensieri del rettore della casa dei catecumeni, che era impegnato con il caso di tale Pellegrino, il quale anelando al battesimo aveva portato con se anche sua moglie, che era incinta, di nome Flaminia. Tuttavia poco tempo dopo Pellegrino dichiarò di voler tornare nel ghetto, tuttavia i catecumeni si opposero fermamente alla volontà di Pellegrino di portare con sé moglie e nascituro, e nondimeno gli fu detto che anche se sua moglie fosse rimasta ebrea il bambino, ove fosse nato, avrebbe dovuto essere battezzato, e lei non avrebbe più potuto tenerlo con sé. Flaminia per tutto il tempo in cui rimase presso i catecumeni, rifiutò costantemente di mangiare cibo che non fosse kosher, e continuamente piangeva e si lamentava di essere tormentata dai religiosi. Fu per questo che la donna venne rimandata nel ghetto. Tuttavia tra i catecumeni e i fattori del ghetto venne raggiunto il seguente accordo. Se il bimbo fosse nato, avrebbe dovuto essere affidato ad una balia cristiana, che se ne sarebbe presa cura. Il giorno


successivo la donna ebrea partorì un maschietto, che la levatrice portò subito nella casa dei catecumeni, dove fu battezzato.

Si potrebbero citare molti di questi casi ma il contenuto cambierebbe poco. Il timore che aleggiava nei ghetti negli anni successivi al ritorno del pontefice, a causa delle visite notturne della polizia e del sequestro di donne e bambini, continuò fino a quando esistettero gli stati pontifici.

Nel 1823 avvenne l’ascesa al soglio pontificio di Annibale della Genga. Le discussioni che precedettero la nomina furono molto accese all’interno del Conclave, con due fazioni contrapposte, da un lato gli “zelanti”, cioè coloro che erano più inclini a mantenere nei confronti degli ebrei le restrizioni che Pio VII aveva voluto; dall’altro coloro i quali avrebbero voluto che le “aperture” nei confronti degli ebrei che erano state ottenute dal segretario di stato Consalvi venissero conservate. Non si riusciva a trovare un accordo tra le opposte fazioni in termini di voto, così le preferenze caddero su un candidato condiviso, per l’appunto il Della Genga. Tuttavia il Consalvi poteva contare sulla stima di coloro che erano a capo delle grandi nazioni europee, primo fra tutti il principe Metternich, cancelliere austriaco e il più importante artefice del Congresso di Vienna, evento che aveva portato alla Restaurazione dopo la sconfitta di Napoleone. Metternich si pose in contatto con altri leader europei per favorire l’elezione al soglio dello stesso Consalvi, ma senza esito. Il risultato di complicate trattative in cui intervennero anche i rappresentanti di molte corti europee, fu che al candidato inizialmente scelto per l’ascesa al soglio, cioè il cardinale Antonio Severoli, venne sostituito il Della Genga, appoggiato coattivamente dai voti del Severoli. Il Della Genga assunse il nome di Leone XII, ciò che voleva essere un tributo al Leone XI che secoli addietro aveva conferito agli antenati del Della Genga lo status nobiliare. Grazie a Della Genga, lo Stato Vaticano ritornò alla pratica di costumi sociali molto più spartani di quelli che Pio VII, grazie alle iniziative del segretario di stato Consalvi, aveva consentito. In particolare furono introdotti, in ottemperanza a tale nuovo orientamento pontificio, provvedimenti, in relazione ai costumi e alle usanze


popolari, che alienarono al nuovo papa le simpatie del volgo. Leone XII proibì di vendere alcolici nelle taverne, disapprovò la diffusione del valzer definendolo un ballo osceno, fece rimuovere le statue raffiguranti donne nude, e dispose che chiunque per strada si avvicinasse troppo ad una donna nuda potesse essere arrestato. Sta di fatto che le riforme volute da Consalvi furono abbandonate, con grande soddisfazione dei cardinali appartenenti al novero degli “zelanti”, gruppo contrapposto a quello dei riformisti. Riguardo poi ai tentativi di sovversione del nuovo ordinamento degli Stati pontifici, specialmente nel caso di Ravenna, che fu il più eclatante, il nuovo papa inviò sul posto il cardinale Agostino Rivarola, il quale represse la sedizione con centinaia di condanne alla pena capitale per impiccagione. Per quanto riguarda i ghetti, come detto le aperture inizialmente introdotte con la mediazione del Consalvi divennero lettera morta. Tutti coloro che uscivano dai ghetti erano tenuti a rientrarvi per non uscirne più. Altro principio restrittivo e degradante fu quello delle prediche obbligatorie, istituzione che risaliva a secoli addietro e di cui mi pare di aver già detto. Nondimeno oltre all’adozione di provvedimenti a carattere amministrativo, principalmente in ordine alle limitazioni alla circolazione, nei confronti degli ebrei, l’opposizione del papato agli ebrei del ghetto  iniziò a  poggiare  anche  su una base ideologica.                                                                       Uno dei primi segnali di questa offensiva ideologica fu la pubblicazione, nel 1825, di un lungo trattato sugli ebrei pubblicato sul “Giornale ecclesiastico” di Roma ad opera del domenicano Jabalot. L’opuscolo in parola riproponeva molte delle accuse tradizionalmente mosse agli ebrei, dall’accusa di “deicidio” alla imputazione al popolo ebraico di aver tentato di abbattere la Chiesa cattolica attraverso la riduzione del numero dei cristiani mediante impoverimento, quest’ultimo indotto da pratiche aberranti come l’usura. Nondimeno veniva loro attribuita una orrenda colpa , cioè che fossero soliti lavarsi le mani nel sangue di cristiani all’uopo assassinati, di mettere a fuoco le Chiese, calpestare le ostie consacrate, rapire i bambini cristiani e scannarli, e  abusare delle donne consacrate a Dio e delle battezzate e così via. Infine l’opuscolo


aggiungeva che ovunque essi vivessero, gli ebrei costituivano uno “Stato nello Stato”.

Un esempio tipico della verificabilità delle accuse mosse agli ebrei da Jabalot nel suo opuscolo era costituito dalla città di Pesaro, nella quale città gli ebrei godevano di una maggiore libertà che negli altri luoghi sottoposti alla dominazione vaticana. Anche a causa delle frequenti lamentele dei cittadini cristiani degli Stati pontifici il papa nel 1825 ordinò che tutti gli ebrei tornassero nei ghetti e che le restrizioni alla loro libertà decise dai papi del passato, fossero ripristinate. Per uscire temporaneamente dal ghetto, gli ebrei erano tenuti a chiedere uno speciale permesso all’autorità ecclesiastica, che dovevano poi esibire sempre alla medesima autorità una volta giunti a destinazione. A quell’epoca solo poche città disponevano di un ghetto: città come Roma, Venezia, Ancona e Ferrara che avevano i ghetti maggiori, mentre altri ghetti minori si trovavano in cittadine come Cento, Lugo, Pesaro, Senigallia e Urbino.

A Roma gli ebrei stilarono una petizione chiedendo clemenza sia al papa sia alla Santa Inquisizione. La petizione portava a conoscenza delle gerarchie ecclesiastiche la situazione in cui gli ebrei si sarebbero trovati se fossero stati costretti a tornare nei ghetti. Poiché gli ebrei esercitavano le proprie attività commerciali al di fuori dei ghetti, e poiché non potevano possedere immobili o esercitare professioni, sarebbero stati ridotti alla fame dal ripristino dell’obbligo di non poter lasciare i ghetti, i quali peraltro erano luoghi inadatti a conservare i loro beni, e ciò ovviamente per mancanza di spazio. Solleciti verso le proteste degli ebrei, alcuni prelati si  attivarono in loro favore. L’arcivescovo di Senigallia ad esempio, lamentava che l’assenza degli ebrei dalla fiera cittadina, avrebbe prodotto immani conseguenze in termini economici in quanto gli ebrei, esperti commercianti, conducevano nella città e durante la fiera i propri affari, i quali peraltro erano fonte di ricchezza per tutti coloro che con gli ebrei quegli affari concludevano, primi fra tutti i cristiani. Alcuni cardinali chiedevano anche che fosse ripristinata la possibilità per i cristiani di frequentare abitazioni e famiglie ebraiche, per aiutarle nella cura domestica. Nel


1829, dopo la morte di Leone XII, il vescovo di Foligno mandò una lettera piena di rimostranze alla Santa Inquisizione in cui perorava che non venissero allontanate dalla città tre famiglie ebraiche, le quali erano proprietarie in solido di una fabbrica tessile che dava lavoro a molti poveri della città, soprattutto donne. Poiché l’esercizio di attività economiche da parte degli ebrei era assai mal visto dalla Santa Inquisizione, il vescovo si affrettava ad aggiungere che la manifattura in parola era gestita sostanzialmente da cristiani, sebbene col benestare della comunità ebraica. La Santa Inquisizione respinse però le suppliche del vescovo e ordinò l’allontanamento degli ebrei da ogni e qualsivoglia attività economica. Nell’aprile del 1829 ascese al soglio pontificio Pio VIII che tuttavia morì dopo pochi mesi, e che nondimeno ebbe il tempo di disporre misure ancor più coercitive a danno degli ebrei. Nuovo papa fu ordinato Mauro Cappellari, un monaco sessantacinquenne che prese il nome di Gregorio XVI. Dopo due giorni dalla nomina del nuovo papa esplosero disordini a Bologna, da dove il nunzio apostolico fu cacciato e dove in segno di ribellione venne issato il tricolore italiano al posto del vessillo dello stato pontificio. La rivolta si diffuse presto in altre città, e poiché il papa non era in grado di gestire la situazione si rivolse agli austriaci che intervennero ponendo militarmente fine ai torbidi. Ma poco dopo l’allontanamento degli austriaci scoppiarono altri disordini che ancora una volta le truppe austriache furono chiamate a reprimere. Le truppe austriache sarebbero rimaste per sette anni ancora a proteggere lo stato pontificio. Nel 1832 Gregorio XVI emanò una bolla nella quale condannava la libertà di stampa e denunciava come priva di legittimazione la separazione tra Chiesa e Stato, nonché il proposito di concedere a tutti i cittadini uguali diritti a prescindere dalla religione professata.

A causa di una epidemia di colera che colpì l’intera Europa e quindi anche Roma, il papa ordinò che le condizioni del ghetto, ormai divenuto fomite di contagio a causa delle pessime condizioni igieniche, fossero vagliate da un Commissione per la salute pubblica, la quale adottò alcuni provvedimenti come un modesto ampliamento della struttura e la concessione ai grossisti ebrei di uscire dal ghetto per concludere i loro


affari. Un incaricato del papa procedette ad una nuova ispezione delle condizioni del ghetto, e ne ricavò le peggiori impressioni. In un’area che poteva ospitare fino a duemila persone, ne vivevano più di tremilacinquecento, cosicché ciò comportava che ad esempio in due camere di una stessa abitazione vivessero tra le otto e le dodici persone e che in tre camere fossero costrette ad abitare sette famiglie.

Una lunga supplica da parte della comunità ebraica raggiunse il papa nel frangente della suddetta epidemia di colera, supplicando il pontefice di adottare provvedimenti riguardo al carnevale e di porre fine alle umiliazioni che, durante quelle celebrazioni avevano ad oggetto gli ebrei, ad esempio l’obbligo di correre nudi per le strade della città. Il papa, sensibile alla richiesta, dispensò gli ebrei dal partecipare al carnevale imponendo però loro di pagare una pesante tassa per le spese inerenti le celebrazioni della ricorrenza.

Tuttavia il perdurare di altri momenti celebrativi e assai umilianti per gli ebrei indusse il popolo di Dio ad inoltrare una ulteriore supplica a papa Gregorio XVI, il quale però questa volta non vi prestò orecchio e dispose il mantenimento delle celebrazioni. Dato che per tutta risposta gli ebrei cominciarono ad adottare di nuovo i comportamenti che le gerarchie ecclesiastiche e in particolare la Santa Inquisizione avevano loro vietato, ad esempio uscire dai ghetti anche di notte, allora il pontefice ripristinò i provvedimenti a suo tempo adottati dal suo predecessore Pio VI, ma questa volta senza il consenso degli ebrei. Tuttavia, in virtù della pressione delle comunità ebraiche in tal senso, vennero introdotti anche provvedimenti meno restrittivi: gli ebrei avrebbero potuto assumere personale cristiano, ma solo di età superiore ai quarant’anni e in caso di donne solo se sposate. Tuttavia i servi non erano autorizzati a passare la notte in casa di ebrei. Quanto alle balie cristiane, esse non potevano allattare figli di ebrei a meno che all’esterno del ghetto. Tuttavia le idee dell’illuminismo avevano permeato anche gli Stati pontifici cosicché a un certo momento si diffuse nei territori della Santa Sede un opuscolo che inveiva non solo contro il papa ma anche contro l’inquisitore di Ancona. Sulla base dell’opuscolo gli ebrei di Ancona e degli altri ghetti presero nuovamente a protestare e contestare


l’autorità pontificia, con il pericolo evidente di nuove sollevazioni. Si era addirittura sparsa la voce che gli ebrei avessero adottato l’usanza di scrivere sulle lapidi dei loro morti i nomi di questi ultimi, mentre la chiesa imponeva che le lapidi restassero bianche.

Nell’estate del 1843 si ebbe una svolta nella vicenda. Il papa ricevette una lettera dal barone Metternich, nella quale quest’ultimo lamentava la intollerabile continuazione delle restrizioni antiebraiche, la quali peraltro avevano dato luogo a sommovimenti che proprio Metternich aveva represso inviando l’esercito austriaco nei territori pontifici per ben due volte. Per di più la lettera di Metternich era motivata da una protesta avanzata dal finanziere e barone Salomon Rothschild, di Vienna. Il barone ebreo era stato mosso a pietà da una supplica pervenutagli dagli abitanti del ghetto di Ancona, che chiedevano fosse interrotta da parte del pontefice la campagna favorevole alla ghettizzazione, che infine cessò proprio grazie all’indiretto interessamento del barone Rothschild.

Nato a Francoforte come piccola attività finanziaria, l’impero dei Rothschild, fondato sulla finanza, cominciò a prosperare dopo il 1814. Ai Rothschild si deve la fondazione del mercato borsistico, e da ciò un talento nella finanza che li portò a diventare una delle famiglie più ricche e più potenti d’Europa. I rapporti tra Metternich e Salomon Rothschild erano profondi, tanto che Metternich si appoggiava a lui quando occorreva erogare prestiti ad esempio destinati al governo austriaco, come ad altri governi, compreso lo Stato Vaticano.

Gregorio XVI si trovava perciò nell’imbarazzante situazione di essere sostenuto economicamente in ultima istanza, sebbene per il tramite di Metternich, da finanziatori ebrei. Così, nel gennaio 1832, in ottemperanza al desiderio di Metternich che gli Stati pontifici non cadessero, il Vaticano ottenne il prestito, e a suggellare l’intesa vi fu un incontro tra il pontefice e Carl Rotschild che in quell’occasione divenne membro per volontà del papa dell’ordine di San Giorgio.

Una nuova missiva da parte di Metternich fu rivolta al Pontefice nel 1843. In essa Metternich giudicava superate dalla storia certe pratiche di governo, rammentando


al Pontefice che sebbene dal punto di vista religioso le convinzioni e i dogmi di  fede siano immutabili, nondimeno dal punto di vista politico alcune scelte devono necessariamente tener conto dei tempi presenti. Tempi, continua Metternich, in cui anche gli ebrei avevano perso il loro approccio fanatico alle questioni di fede, cosicché avrebbero potuto ben essere oggetto di maggiore tolleranza senza che per questo si verificassero compromissioni dell’ordine pubblico o della pubblica decenza. Nella sua missiva di risposta, affidata all’ambasciatore austriaco in Italia, il papa faceva presente che le restrizioni nei confronti degli ebrei erano motivate dalla stessa necessità di osservare la cristiana dottrina e per ragioni che attenevano anche alla conservazione dell’ordine pubblico, della pubblica moralità, e dei principi di una sana vita cristiana da parte di tutti coloro che, cristiani, vivevano al di fuori delle mura del ghetto. L’unica concessione fatta a Metternich e alle sue richieste dal pontefice era quella di concedere ai cristiani più anziani di lavorare per gli ebrei, purché lasciassero il ghetto al calar della notte.

Per quanto riguarda gli ebrei di Ancona, ai tempi dello scambio di lettere tra Metternich e il papa, essi rifiutavano di rientrare nei ghetti, dando luogo a sommosse e torbidi, situazione questa che interessava tutti gli stati pontifici in quel preciso momento storico. Il papa intervenne con una serie di missive dirette alle gerarchie di Ancona e di Pesaro e di altre città in cui vi fossero dei ghetti, affermando con forza la necessità, per la vita degli ebrei di quelle città, di non mettere alla prova ulteriormente la bontà del pontefice per non dover subire le conseguenze di una eccessiva insistenza.

Nel frattempo a Roma Gregorio XVI ripristinò le prediche obbligatorie, che se non ascoltate determinavano a carico dell’assente il pagamento di una ammenda.  Per non dover soggiacere al peso di fomentare il malcontento ebraico oltremisura, il cardinale vicario stabilì che le prediche non avrebbero avuto luogo nell’intervallo tra la morte di un pontefice e l’elezione del successore e in tutte le domeniche in cui nevica o vi è nevischio per strada, ciò per impedire la turpe abitudine dei cristiani, di lanciare palle di neve agli ebrei.


Le accuse di omicidio rituale

Nei primi mesi del 1840 si diffuse in tutta Europa una notizia agghiacciante proveniente da Damasco, Siria. Una sera di qualche mese prima Padre Tommaso, un frate cappuccino avanti negli anni, non aveva più fatto ritorno al monastero e se ne erano perse le tracce. Il giorno 5 di due mesi prima si era recato nel quartiere ebraico e non ne aveva più fatto ritorno. Il mistero della comparsa, scrivevano i giornali, era stato ben presto risolto. Il frate cappuccino era stato invitato  nella casa di un ebreo, a nome David Harrari, e lì un gruppo di ebrei gli erano saltati addosso, lo avevano immobilizzato, gli avevano fasciato la bocca cosicché non potesse parlare, lo avevano legato mani e piedi con delle funi, e infine, disteso sopra un tavolaccio, lo avevano scannato allo scopo di dissanguarlo. Una volta morto padre Tommaso, gli ebrei ne avevano bruciato gli indumenti dopo averli tolti al cadavere e, trasferito il corpo in un’altra stanza cominciarono a ridurlo in pezzi minutissimi che raccolsero in un sacco e che gettarono in un condotto di acqua sporca nei pressi del luogo dove era avvenuto lo scempio. Dopodiché versarono il sangue in un recipiente e lo consegnarono ad un rabbino presente sul posto.

Ovviamente appena si seppe della scomparsa del frate le autorità locali di Damasco avviarono una indagine, che presto portò alla cattura di coloro che si sospettava fossero stati gli autori della barbarie. Nel frattempo le autorità avevano trovato il luogo in cui erano stati gettati i resti del frate. I frammenti ossei furono raccolti e custoditi in una scatola di legno.

Per il tramite del segretario di stato per gli affari esteri, la Santa Sede seguiva con interesse la vicenda in base alle notizie provenienti dalla Siria, e pian piano anche grazie all’impegno in tal senso dei funzionari vaticani dislocati a Damasco, il papa conobbe i particolari della vicenda. Ciò che restò fino ad un certo momento oscuro fu il movente del brutale assassinio. La spiegazione venne rinvenuta nella natura delle pratiche religiose degli ebrei, i quali da tempi immemorabili erano ritenuti responsabili di praticare riti religiosi contrari alla legge e moralmente abominevoli. Gli ebrei di Damasco ritenuti responsabili del misfatto furono sospettati di aver


commesso anche altri abomini della stessa natura e con le stesse dinamiche, perché, diceva la gente, a volte scomparivano persone, tra giovani, anziani e bambini e di essi si perdevano le tracce.

In quei giorni si diffuse un libro che nei decenni successivi avrebbe avuto largo successo. Nel libro veniva svelata la ragione dei periodici assassinii motivandola con l’esigenza da parte degli ebrei di sangue cristiano in occasione della celebrazione dei loro riti sacri. Il libro era stato scritto da un ebreo convertitosi al cattolicesimo ortodosso e diventato poi monaco, il quale nello scritto rivelava i motivi dell’omicidio rituale: innanzitutto l’odio che gli ebrei nutrono nei confronti dei cristiani li porta a credere che mediante l’assassinio di cristiani essi operano un sacrificio al loro Dio; in secondo luogo hanno bisogno del sangue cristiano per operare la loro magia; in terzo luogo perché, sospettando che Gesù fosse il vero messia, credono di salvarsi aspergendosi con sangue cristiano.

Precisava l’autore del libro che l’odio degli ebrei per i cristiani veniva espresso in molti modi. Ad esempio la vigilia di Natale e in occasione dell’Epifania gli ebrei trascorrono tutta la notte giocando a carte e bestemmiando Cristo, Sua Madre e tutti  i Santi. I bambini ebrei imparano presto a odiare i cristiani e a maledirli. Gli ebrei, asseriva il testo, utilizzavano il sangue cristiano in molti modi, ad esempio durante la circoncisione dei bambini gli ebrei ponevano un po’ di sangue cristiano sulla ferita. In questo modo credevano che il bambino si salvasse dalla contaminazione con il sangue di Cristo. Durante il pranzo pasquale poi, opportuno per ogni ebreo era mangiare un pezzetto del pane azzimo contenente una certa quantità di sangue cristiano. Particolarmente pericolosa la celebrazione del rituale detto “Purim” durante il quale è prescritto dalle crudeli leggi ebraiche, di uccidere un cristiano e di berne il sangue, contenuto dentro l’impasto di alcuni pani triangolari. Tuttavia, mentre nella festività rituale di Purim era sufficiente uccidere un cristiano, nella Pasqua l’omicidio da solo non era sufficiente, in quanto in questa ricorrenza essi erano tenuti a tormentare e uccidere un cristiano come fu tormentato e ucciso Cristo.


Il Vaticano inviò il manoscritto del monaco moldavo a chi di dovere nel Ducato di Modena che si trovava fuori dai territori pontifici, nella sicurezza che da lì lo scritto si sarebbe diffuso in tutta Europa. Le conseguenze non furono però quelle attese. Molto presto quotidiani austriaci pubblicarono nette smentite sull’episodio del frate ucciso. Innanzitutto, dicevano quei quotidiani, non era affatto certo che padre Tommaso fosse stato assassinato e tanto meno da ebrei. Gli esperti avevano dimostrato che le presunte ossa del frate ritrovate nel condotto non fossero neanche umane. Contemporaneamente cominciarono a circolare in Europa resoconti delle torture inflitte agli ebrei cui si imputava il presunto omicidio, usate per estorcere le confessioni. Ad esempio le abominevoli sevizie cui era stato sottoposto il rabbino accusato di aver partecipato al presunto omicidio rituale del frate. Va detto però che nonostante le torture il rabbino non modificò la sua dichiarazione di non colpevolezza. Anche i governi inglese e austriaco lamentarono la durezza delle torture presso le autorità di Damasco. Ma nel frattempo due degli ebrei accusati erano già morti. Sottoposto alla pressione internazionale, il viceré di Damasco sospese l’impiccagione di dieci tra gli ebrei accusati. Nel frattempo anche gli ebrei di Inghilterra e Francia premevano sul governo di Damasco per ottenere che le autorità competenti ponessero fine al caso.

Intanto negli ambienti ecclesiastici, in particolare presso la Santa Sede si riteneva che l’uccisione di Padre Tommaso fosse stata certamente e fondatamente opera di ebrei. Sennonché la corte austriaca per mezzo del solito Metternich offriva una versione alternativa della morte del frate, versione che egli fece giungere alla conoscenza del Pontefice.

La versione alternativa era la seguente: tre giorni prima della sparizione di Padre Tommaso, il frate era stato visto protagonista di una rude contesa con alcuni musulmani arabi, uno dei quali gli giurò pubblicamente vendetta. Inoltre il giorno precedente la sparizione, il frate era stato visto uscire dalla stessa porta dalla quale solitamente rientrava in convento, e da cui ovviamente era solito uscire e rientrare. Colui il quale, israelita, interrogato dalle autorità, aveva fornito questa versione dei


fatti, fu ucciso a bastonate. Si poteva ritenere, spiegava Metternich, che il frate avesse voluto sottrarsi con la fuga alla vendetta del predetto musulmano, rifugiandosi in uno dei conventi situati sui monti del Libano, dove probabilmente si trovava tutt’ora.

La risposta del Pontefice, per mano del cardinale Lambruschini non si fece attendere. La lettera insisteva sul fatto che persone ben informate appartenenti alla gerarchia ecclesiastica e degne di fede, avevano in verità concluso a seguito delle dovute e necessarie verifiche, che l’omicidio di Padre Tommaso era stato opera di coloro che le pubbliche autorità di Damasco avevano considerato responsabili e che peraltro avevano confessato la propria colpevolezza. Anche ammesso come riteneva Metternich, che Padre Tommaso fosse ancora vivo, non poteva assolutamente ammettersi l’ipotesi che egli non avesse avuto conoscenza del fatto di cui veniva considerato vittima. In tal caso infatti, il frate avrebbe sicuramente trovato il modo di comunicare la propria presenza in vita anche se forse prudentemente avrebbe taciuto sull’ubicazione del luogo in cui si trovava. Inoltre una lettera inviata dal console toscano in Alessandria d’Egitto, si poneva la seguente domanda “retorica” a sostegno della tesi della colpevolezza degli ebrei imputati del misfatto. La domanda posta dal console era la seguente: dato che gli ebrei imputati appartenevano alle classi sociali più ricche e stimate di Damasco, quale altro motivo poteva giustificare la tremenda fine del frate per mano loro se non un qualche ancestrale e terribile rito sacrificale? Alla lettera il console accludeva alcuni stralci del Talmud, quelli cioè utilizzati nelle indagini da parte delle autorità di Damasco. Gli estratti del Talmud avevano la funzione di confermarne la natura, più volte e da più parti asserita, di libro satanico o comunque maledetto. Il rapporto con il Talmud da parte delle autorità ecclesiastiche era stato sempre un cattivo rapporto. Ad esempio nel 1242 sempre le autorità ecclesiastiche, condannando le pratiche che il Talmud imponeva ai fedeli ebraici, ne ordinò il rogo di tutte le copie esistenti. Nel 1553 una commissione di sei cardinali dichiarò il Talmud blasfemo e ne ordinò il sequestro e la distruzione. Da quanto detto emerge che, al di di tutto ciò che il Talmud


condensava in merito alla fede ebraica, le autorità religiose cattoliche lo considerassero e continuassero a considerarlo un libro blasfemo e pericoloso che indicava agli uomini il sentiero della malvagità in quanto in esso si rifiutava Cristo, il Messia. Eppure mentre il Talmud contiene alcuni passi in cui si dà adito ad una visione piuttosto miope della realtà della fede, in sostanza impone di accettare, quale caposaldo della religione, i dieci comandamenti e cioè la legge mosaica  come dettata da Dio al suo profeta, per l’appunto Mosè.

Intanto il console toscano in Alessandria continuava a tenere aggiornato il Pontefice relativamente all’evoluzione della vicenda del presunto omicidio. Uno dei prigionieri aveva affermato che il rapimento e l’uccisione rituale di Padre Tommaso era stata idea del Rabbino capo di Damasco. Il prigioniero in questione, di nome Moses, poco prima della testimonianza fu riaccompagnato dalle autorità in casa propria perché consegnasse la bottiglia contente il sangue di Padre Tommaso. La moglie di Moses supplicando le autorità affermava che non c’era nessuna bottiglia contenente sangue, e che cessassero le torture su suo marito. Ma le torture contro Moses ripresero, e furono così atroci che l’accusato infine confessò in cambio della libertà.

Intanto le comunità ebraiche europee, in particolare la francese e l’inglese, con l’appoggio dei rispettivi governi, si erano mobilitate ed erano persino state inviate alcune loro rappresentanze a Damasco. Giunti ad Alessandria coloro i quali erano a capo delle legazioni, traendo a pretesto la questione dell’assassinio del frate, dichiararono al Califfo Mehmet Alì che la loro supplica non era diretta a lui, cioè non al viceré ma al sultano dell’Impero ottomano nella contesa per i territori non egiziani. Una condizione di favore da realizzare era la scarcerazione dei prigionieri ebrei, che evidentemente stava a cuore al Sultano ottomano.

Intanto Moses Montefiore, in rappresentanza della delegazione ebraica inglese presso il viceré, tentò, mettendosi in viaggio per Roma, di raggiungere la sede papale e una volta lì convincere il papa a far rimuovere la lapide innalzata a ricordo di Padre Tommaso. Moses dovette attendere una settimana al termine della quale gli


fu detto che il papa non lo avrebbe ricevuto. Tre mesi dopo Moses Montefiore ricevette un pacchetto dal nunzio apostolico a Vienna, contenente una copia dell’opuscolo moldavo che ora era nelle mani di un rappresentante della democrazia britannica.

In tale opuscolo veniva fermamente ribadita la versione dei fatti e l’opinione favorevole a ritenere la colpevolezza degli ebrei di Damasco espresse dalla Chiesa cattolica in merito alla vicenda del frate damasceno. Una vicenda che purtroppo avrebbe fatto storia nell’ambito del movimento antisemita internazionale.

 

La fine di un’era

Quando Gregorio XVI morì, nel 1846, apparve come un reperto dei tempi passati, quando l’assolutismo era dato per scontato e quella divina era considerata la sola autorità. I cardinali riuniti in conclave erano consapevoli che le cose da quel momento sarebbero notevolmente peggiorate per il papato e i suoi dominii temporali, anche a causa di un forte movimento laico e anticlericale che propugnava l’unificazione politica dell’intera penisola, ciò che avrebbe avuto come logico presupposto la caduta del regime della Santa Sede. Occorreva che il conclave scegliesse una personalità più adatta ai tempi presenti, più liberale e quindi in grado di confrontarsi con le nuove realtà politiche. La scelta perciò cadde sul vescovo di Imola, Giovanni Maria Mastai – Ferretti. Non si trattava di una figura particolare o particolarmente abile, non era molto colto, non aveva all’attivo un curriculum particolarmente interessante. Ciò che fece decidere il conclave in suo favore era il modo in cui egli aveva condotto la Chiesa in Romagna, scenario della più dura opposizione al Pontefice. Se avesse condotto su un piano generale, cioè relativamente all’intera Chiesa e ai suoi territori, la stessa condotta nell’amministrazione ecclesiastica tenuta in Romagna, allora tutto sarebbe andato per il meglio, ma l’evidenza stessa delle cose dimostrava che  non sarebbe stato  così. Il nuovo papa prese il nome di Pio IX, e subito fu messo alla prova il tipo di rapporto che egli avrebbe avuto con le popolazioni e i territori legati alla Santa Sede.


Innanzitutto gli ebrei pochi mesi dopo la sua elezione gli inviarono una supplica nella quale chiedevano che le restrizioni subite nel passato fossero cancellate o in qualche modo alleggerite. Inoltre gli ebrei specificavano alcune richieste, come quella di poter lavorare fuori dal ghetto, quella di poter ricevere una istruzione adeguata, dato che nel ghetto non c’erano scuole laiche, e quella di poter esercitare la arti liberali, come la medicina. Inoltre sempre gli ebrei lamentavano di non poter aprire librerie stamperie e di non poter diventare gioiellieri o argentieri.

Per quanto riguardava poi le esigenze di salute, gli ebrei non potevano farsi ricoverare in un ospedale cattolico, e non c’erano peraltro ospedali nel ghetto, ma anche se avessero avuto accesso ad un ospedale laico non avrebbero potuto farsi assistere da un rabbino come da tradizione, perché ai rabbini era vietato assistere i malati. Nessun ebreo poteva testimoniare in giudizio perché la loro parola non aveva alcun valore a livello giuridico. Particolarmente odiata era poi l’usanza di costringere i fattori del ghetto, cioè coloro che avevano il compito di costituire una autorità a cui far riferimento per ogni questione all’interno del ghetto, a presentarsi, il giorno di sabato precedente il carnevale, dinanzi ad un magistrato e ad un senatore di Roma. Gli ebrei interessati dal provvedimento dovevano in quell’occasione inchinarsi e presentare offerte rituali, mentre la folla li copriva di insulti. Ecco, nella supplica rivolta al nuovo papa gli ebrei chiedevano che questo tipo di imposizioni avessero termine. C’era poi l’antico problema del dover assistere da parte degli ebrei alle prediche obbligatorie, le quali secondo la prospettiva degli ebrei non avevano altro scopo che far ritenere al resto della popolazione che gli ebrei stessi costituissero un popolo immorale, vizioso, che doveva necessariamente essere rieducato alle usanze del consorzio civile, le quali non potevano che essere quelle cristiane. Pio IX concesse dapprima che alcune famiglie potessero spostarsi dal ghetto, nella convinzione che l’atteggiamento da tenere verso gli ebrei da parte delle autorità ecclesiastiche dovesse essere più illuminato e benevolente. Nel febbraio 1847 il pontefice ricevette una lettera da Salomon Rothschild, nella quale si pregava lo stesso pontefice di adottare riforme migliorative della condizione degli ebrei di


Roma. Poiché, come già detto, il papato era assoggettato al dovere di restituire a Rothschild un ingente prestito, il pontefice non poté che assentire e per prima cosa si impegnò ad abolire le umiliazioni di cui gli ebrei erano oggetto durante i riti carnevaleschi. In un secondo momento Pio IX eliminò l’obbligatorietà per gli ebrei di assistere alle prediche che periodicamente erano costretti ad ascoltare.

Nel frattempo la comunità del ghetto di Roma aveva preso a socializzare, ma a suo modo, con i cristiani, sempre a causa delle aperture operate dal pontefice. In pratica le riforme avevano sì consentito una maggiore libertà agli ebrei, ma questi ultimi erano divenuti, una volta autorizzati a uscire dai ghetti, una massa umana  ingestibile, sia per le autorità ecclesiastiche che per quelle laiche. Ciò diede luogo a molte lettere ricche di rimostranze da parte dei membri della gerarchia pontificia indirizzate al pontefice.

Nel 1848 oltre agli ebrei, anche altre collettività, non ebree, richiedevano con forza ulteriori diritti: vi furono sollevazioni a Palermo che indussero il re di Napoli ad emanare una Carta Costituzionale. A Parigi Luigi Filippo fu deposto. In marzo i rivoluzionari di Vienna mandarono Metternich in esilio. Nell’ambito dello stato Vaticano, e nella speranza di porre un freno ai sommovimenti popolari Pio IX attuò altre concessioni, ma queste a poco valsero per sedare la tempesta. Temendo per la propria incolumità e dopo che il suo primo ministro fu accoltellato a morte nelle vie di Roma, il papa si rifugiò a Gaeta, nel vicino Regno di Napoli. Ben presto  Garibaldi e Mazzini entrarono in Roma, che fu proclamata Repubblica. Gli ebrei poterono lasciare il ghetto e ottennero uguali diritti. Tutto ciò ebbe termine con il ritorno delle truppe francesi e austriache inviate a fini restaurativi nel territorio di Roma, e il papa poté rientrare in città. Si era nel 1850. Ovviamente i disordini che avevano fatto seguito ai provvedimenti di tolleranza nei riguardi degli ebrei avevano indotto il papa a ritirare le concessioni precedentemente accordate al popolo di Dio. Per prima cosa gli ebrei furono costretti a rientrare nel ghetto. Tutto ciò però aveva un costo. Il famoso prestito che il Papa aveva a suo tempo ricevuto da Salomon Rothschild per la costruzione di una ferrovia non avrebbe consentito cedimenti o un


trattamento di favore da parte del magnate ebreo se gli ebrei fossero stati rimandati e rinchiusi nel ghetto. La condizione posta dai Rothschild ad un trattamento di favore era che il papa disponesse la piena libertà in favore degli ebrei di uscire dal ghetto. Quando il papa si mostrò contrario a tale richiesta i Rothschild revocarono il prestito. Poiché però le finanze del Vaticano avrebbero subìto un duro colpo nell’ipotesi della mancata erogazione del prestito, Pio IX fu costretto ad applicare la misura della apertura dei ghetti e della liberazione degli ebrei. Tuttavia una volta ricevuto il prestito l’editto di apertura dei ghetti non fu emanato. Sempre su sollecitazione dei Rothschild e a causa della pressione del governo austriaco nonché per venire incontro alle istanze degli ebrei dei ghetti, Pio IX cedette ad alcune piccole concessioni come consentire rapporti d’affari tra cattolici ed ebrei. Tuttavia la gran parte dei divieti e delle restrizioni rimasero in vigore. Quando poi il  pontefice seppe che in alcune città della Toscana, cioè in territorio ducale, Leopoldo II aveva concesso agli ebrei parità di diritti, ad esempio a Livorno, tentò di dissuadere il duca da ogni concessione. Cosa che presto il duca, convinto dagli anatemi del pontefice, fece senza por tempo in mezzo. Intanto il Regno di Sardegna con capitale Torino conservava in vigore i provvedimenti di recente adottati a favore degli ebrei. A Roma Pio IX ripristinava la Santa Inquisizione, e tutti gli altri provvedimenti emanati dai suoi predecessori. A Bologna il frate Domenicano Pier Gaetano Feletti aveva bandito gli ebrei dalla città. Tuttavia nel 1797 il bando fu revocato per poi essere ripristinato nel 1815 alla vigilia del Congresso di Vienna. Quale misura restrittiva una volta tornato a Roma, Pio IX nominò un commissario speciale per controllare che non vi fossero più sollevazioni a causa del problema ebraico. Tuttavia appreso il rigore delle misure che il papa intendeva adottare a Bologna il commissario si allarmò e consigliò al Sant’Uffizio prudenza e cautela. Infatti cacciare le venti famiglie ebree da Bologna, che vivevano da almeno tre generazioni in quella città, avrebbe potuto indispettire la popolazione non ebrea con la quale quelle famiglie erano da tempo in stabili rapporti di amicizia, convivenza e affari. Padre Feletti aveva perciò accarezzato l’idea di costruire un nuovo ghetto a


Bologna cosicché gli ebrei ivi residenti non avrebbero dovuto abbandonare la città. Ma anche questa misura avrebbe potuto ragionevolmente suscitare lo sdegno della popolazione non ebraica per le ragioni anzidette. E allora il commissario chiese che gli ebrei rimanessero dov’erano, ciò al fine di preservare l’ordine pubblico, questa volta in pericolo anche per parte cristiana, ordine pubblico ritenuto dal commissario, in assenza di cause deteriori, “più che soddisfacente”. Nonostante i buoni uffici di Padre Feletti il papa volle far applicare pienamente le precedenti restrizioni, ma non vi riuscì a causa del mutare del clima di sottomissione in aperta ostilità da parte degli ebrei nei loro rapporti con le comunità cristiane.

Nondimeno fu proprio a Bologna che si verificò una vicenda che avrebbe minato alla base la permanenza dello Stato pontificio. La vicenda fu la seguente. Una notte del giugno 1858 la polizia si presentò presso la casa di Momolo e Marianna  Mortara. Il capo delle guardie chiese di vedere i suoi bambini, suscitando ovviamente il panico della madre. Sta di fatto che i Mortara gli mostrarono i bambini. Il capo della pattuglia disse che uno dei figli dei Mortara, Edgardo, era stato battezzato e per tanto avrebbe dovuto lasciare la casa e seguire i poliziotti. Padre Feletti alcuni mesi prima aveva appreso la notizia del probabile battesimo di Edgardo ad opera di Anna Morisi che aveva lavorato come domestica presso i Mortara, e che aveva asserito alla presenza dell’inquisitore che anni prima aveva battezzato in segreto il ragazzino. Il caso del bambino dei Mortara rientrava nella normalità dei casi in cui il battezzato era costretto a lasciare la famiglia per entrare nella casa dei catecumeni, cioè all’epoca dei fatti, quella di Roma. Ciò che più colpisce nell’operato di papa Pio IX è che egli si limitava nella propria attività di pontefice ad applicare le norme canoniche, ossia ciò che i dettami religiosi comandavano. Tutto ciò confidando che gli ebrei avessero troppa paura di ribellarsi a questo stato di cose per tentare una reazione collettiva. Invece nel caso di Edgardo vi fu una reazione quale mai nessun pontefice era stato costretto a subire. Il caso del bambino tolto ai genitori divenne di pubblico dominio e dimostrò in maniera più che evidente che lo Stato pontificio costituiva un anacronismo. I giornali continentali


ripresero il caso e perfino negli USA si crearono movimenti di opinione che pretendevano la restituzione del bambino alla famiglia d’origine. Anche il governo francese, amico prima di allora, criticò la vicenda. Si mosse persino l’ambasciatore francese, che mise in guardia il segretario di Stato in merito alle possibili ripercussioni del caso a livello nazionale e internazionale, facendo appello a tutte le sue capacità di persuasione. Illustrò al papa il pericolo di fomentare l’odio dell’opinione pubblica mondiale nei suoi confronti e di offendere la sacralità dei legami tra genitori e figli. E infine dato che non c’erano prove dell’avvenuto battesimo, il pontefice avrebbe potuto restituire il ragazzino alla famiglia senza grosse conseguenze a livello di immagine pubblica. Il papa continuava però a temporeggiare affermando che non era disposto a tornare sui propri passi nonostante avesse tutto il mondo contro. Egli appariva dilaniato da un insanabile conflitto interiore. Intanto i genitori del ragazzino avevano raccontato la brutta vicenda del prelievo forzoso del bambino dalla sua casa ai rappresentanti della stampa liberale. Per converso un certo numero di giornali interpretò la vicenda in modo da  presentare il piccolo Edgardo come pervaso da una vocazione soprannaturale, come da un fervore spirituale in forza del quale non voleva altro che diventare cristiano. Fu detto dal pontefice in sede confidenziale all’ambasciatore Gramont che il bambino aveva supplicato il papa in un incontro avuto con lui di rimanere nella casa dei catecumeni e di poter diventare cristiano. In quegli stessi giorni il ministro degli esteri francese Walewsky condannò il comportamento del papa, ed aggiunse che diversi governi avevano sollevato rimostranze in merito alla vicenda e a carico del pontefice. Perfino il segretario di Stato Antonelli era favorevole alla restituzione del bambino alla famiglia d’origine. Tutto stava nel convincere il Papa. Ciò avvenne attraverso un telegramma inviato dal governo di Francia per mano del ministro degli esteri francese Walewsky al segretario di stato vaticano Antonelli, il quale capì l’importanza propugnata dal governo francese di una riconciliazione del ragazzino con la propria famiglia. Bisognava trovare il modo di restituire Edgardo ai genitori. Anche dal Regno di Napoli giungevano critiche al papa su come era stata affrontata


la vicenda Mortara. Per come la vedeva Gramont il pontefice aveva perduto parte della propria sanità mentale, ciò che può essere causa di pericoli dall’esterno e dall’interno se si traduce in decisioni sbagliate. Il piccolo Mortara non venne restituito alla famiglia ma crebbe nella casa dei catecumeni e divenne in seguito sacerdote. Ma la realizzazione del disposto papale non giovò ai Mortara al papa. Dopo quell’episodio e in ragione dei fermenti rivoluzionari di molti che ritenevano lo Stato della Santa Sede un anacronismo, a un anno di distanza le forze del papa furono scacciate da Bologna, e i fautori dell’unità nazionale spazzarono via gran parte degli stati pontifici. Per soprammercato la polizia fece irruzione nel monastero dominicano ivi situato e arrestarono Padre Feletti accusandolo di aver rapito a suo tempo il piccolo dei Mortara. Nel 1861, ai primordi dell’unità nazionale al papa non restavano che Roma e il territorio circostante. Nel frattempo nei suoi ex domini gli inquisitori venivano arrestati nei loro monasteri e gli ebrei liberati dai ghetti. Chiaramente nei domini, invero assai esangui, rimasti in mano al pontefice si continuarono a perpetrare le stesse regole e a mettere in atto gli stessi comportamenti del passato. Tuttavia il Pontefice volle giocare l’ultima carta, cioè utilizzare gli ebrei per i propri fini. Pio IX diede perciò alle stampe l’enciclica “Quanta cura” e il cosiddetto “Sillabo degli errori” opere nelle quali il pontefice ritenevae dichiarava che la Santa Sede fosse preda di un complotto mondiale orchestrato dalle forze del male. Tra gli errori della Chiesa a favore degli ebrei erano menzionati nel Sillabo: la libertà di religione, la separazione tra Stato e Chiesa e il libero insegnamento. Infine il Sillabo respingeva la dottrina secondo cui il papa avrebbe dovuto accettare il progresso, il liberalismo e la modernità. Ciò che però consentì al papa di riprendere terreno fu l’idea di attribuire i mali denunciati nel Sillabo, cioè le istanze di modernità, agli ebrei, che avrebbero avuto intenzione, con tali cose, di distruggere l’unità della Chiesa.

Tuttavia la perdita degli stati pontifici fu inevitabile, e rese il papa un uomo sempre più amareggiato. Tuttavia in un sussulto di vigore e di malvolenza il papa ricorse alla propria memoria storica nel tentativo di riguadagnare autorevolezza al


cristianesimo. E lo fece raccontando la storia di un bambino cristiano di Marostica, un centro nelle vicinanze di Vicenza che, si diceva fosse stato in tenera età aggredito da una folla inferocita di ebrei che lo avrebbero crocifisso ad un albero per poi raccoglierne il sangue. I miracoli iniziarono dopo la sepoltura della salma. Con un decreto del 1867 il papa sancì l’ufficialità del culto di Lorenzo,che avrebbe dovuto essere celebrato la seconda domenica di Pasqua. Due anni dopo questa vicenda uscì in stampa il libro di uno studioso cattolico francese che portò sostanzialmente acqua al mulino del papa, con la trattazione delle solite tematiche antiebraiche. Alla fine del 1869 risale la convocazione del Concilio Vaticano I in cui venne proclamato il dogma dell’infallibilità papale. Nell’agosto del 1870 poi, mentre procedevano i lavori del Concilio l’esercito italiano penetrò in Roma dopo averne abbattuto parte delle mura di cinta, e la proclamò Capitale di una Italia unita. Il papa, sempre pieno di risorse, dichiarò di considerarsi “prigioniero dello Stato Italiano” e rifiutò di uscire dai confini del Vaticano anche senza che l’esercito o le autorità del nuovo stato glielo impedissero. Pio IX così facendo inaugurò una prassi che fu poi imitata dai suoi successori, nessuno dei quali uscì mai dal Vaticano per camminare su suolo italiano. Questa pratica venne meno solo nel 1929 con i Trattati del Laterano stipulati tra Italia e Santa Sede e dei quali si è detto nella Parte seconda del presente scritto. Fu dopo la caduta dello stato pontificio che il pregiudizio contro gli ebrei si rafforzò. Piuttosto tardi il Papa ormai anziano venne a sapere che negli altri stati europei i leader politici erano da sempre appoggiati da eccellenti consiglieri di origine ebraica peraltro perfettamente integrati nelle società di quei Paesi. Negli ultimi anni del suo pontificato Pio IX si esprimeva in un linguaggio violentemente antisemita, chiamando gli ebrei “cani”, “responsabili della morte di Cristo”, “progenie del diavolo” e “sinagoga di Satana”. Tuttavia nonostante le invettive papali ormai gli ebrei erano liberi. Ad essere confinato nei propri “appartamenti” era il papa.

La Chiesa e il sorgere dell’antisemitismo moderno


Con il crollo degli Stati pontifici, l’ostilità della Chiesa nei confronti degli ebrei non venne meno. Tuttavia gli strumenti a disposizione della Chiesa per colpire i negatori di Cristo non potevano più essere le restrizioni praticate nei secoli passati, perché ormai gli ebrei avevano ottenuto il diritto ad esercitare le stesse libertà dei cattolici. La lotta contro gli ebrei avrebbe necessariamente dovuto prendere un’altra strada. E la nuova strada consistette nel delegare l’ostilità delle gerarchie cattoliche alla stampa. Dopo iniziali provvedimenti di censura infatti, pian piano e non soltanto negli Stati pontifici si diffusero periodici che erano diretti ad una opinione pubblica capace di leggerli perché alfabetizzata, e che potevano essere redatti a costi ridotti data la diffusione, ormai secolare, della stampa a caratteri mobili. Con la crescita dell’importanza del voto popolare la redazione di periodici era indispensabile a coloro che chiedevano a livello politico il favore del popolo o per meglio dire della pubblica opinione. Sia Pio IX che il suo successore Leone XIII erano ben consapevoli del’importanza della stampa al fine di controllare e indirizzare l’opinione pubblica. Per queste ragioni le pubblicazioni cattoliche erano assai numerose. Negli anni ’70 del XIX secolo in Italia si pubblicavano 130 periodici, 20 dei quali quotidiani. Col tempo il numero aumentò tanto che nel XX secolo l’Italia aveva quasi 500 periodici cattolici tra cui trenta quotidiani. Tra tutte queste pubblicazioni ecclesiastiche aveva il ruolo maggiore il bisettimanale dei Gesuiti intitolato “La civiltà cattolica”. Si trattava ovviamente di uno strumento volto principalmente a danneggiare la comunità ebraica. L’argomento adottato a tal fine era in sostanza il seguente: “vi abbiamo ammonito a chiudere gli ebrei nei ghetti, di impedire loro contatti con i cattolici, ma voi non avete ascoltato, avete concesso a tutti pari diritti. Ora a causa di ciò gli ebrei non hanno freni e i sommovimenti popolari si diffondono. L’unica speranza di normalizzazione è di ripristinare le antiche misure coercitive nei loro confronti”.

A fronte di un comportamento più che tradizionalista nei confronti degli ebrei, il papato condannava in toto tutte le nuove idee introdotte in Italia dopo l’unificazione politica, idee che ovviamente facevano diretto riferimento alla Rivoluzione francese.


L’idea di fondo che animava la critica papale contro gli ebrei e contro la modernità era colpevolizzare gli ebrei dei cambiamenti politici in atto in tutta l’Europa. In Vaticano il periodico “Civiltà cattolica” era considerato come contenente la voce stessa del papa. Tre principi presiedevano alla redazione degli articoli: gli articoli dovevano innanzitutto conformarsi alla dottrina ufficiale della Chiesa in materia di fede e morale; in secondo luogo la posizione del giornale doveva coincidere con quella della Chiesa; in terzo luogo bisognava valutare i tempi di pubblicazione degli articoli. La rete dei giornali cattolici presenti nel mondo faceva capo alla pubblicazione citata, cioè “Civiltà cattolica” la quale, anche se a tiratura limitata, esercitava una enorme influenza. Pochi anni prima dell’inizio della pubblicazione di “Civiltà cattolica” un prete tedesco aveva pubblicato un libro antisemita, le cui tesi erano state riprese e pubblicate punto per punto dal giornale del papa, il quale peraltro nei propri articoli non faceva che ripetere che le antiche misure di pubblica sicurezza a carico degli ebrei, avevano favorito la conservazione della pace sociale e quindi dovevano necessariamente essere ripristinate. La lezione era chiara: era necessario introdurre leggi speciali affinché gli ebrei non recassero danno alla società civile, che essi disprezzavano perché non appartenente alla loro progenie. Tutte le accuse mosse nei confronti degli ebrei comparvero fin dal primo numero in ”Civiltà cattolica”, pubblicato a partire dal 1880. Ciò che distingue gli ebrei, scriveva il redattore dell’articolo, dalle altre fedi è nel fatto che insieme ad una religione gli ebrei costituiscono una “etnia”, dedita al solo mercimonio e schiava del denaro e del guadagno.

Ovviamente, sempre a parere del redattore, tale padre Oreglia, gesuita come tutti coloro che scrivevano su “Civiltà cattolica”, gli ebrei erano anche da amare perché anche essi figli di Dio, ma ciò non doveva entrare in contrasto con l’esigenza di fronteggiare il loro odio per il cristianesimo e per i popoli presso i quali essi ebrei dimoravano. Il solo modo per ridurre il fenomeno ebraico alle dovute giuste proporzioni era sempre quello di sottoporre gli ebrei alle restrizioni di un tempo, perché se ciò non fosse stato e, in ottemperanza alle nuove idee circolanti in Italia,


come quelle propugnate da periodici patriottici, si fosse optato per una convivenza tra ebrei e cattolici, ciò sarebbe stato come mischiare un branco di lupi ad un gregge di pecore: che fine avrebbero fatto queste ultime? Insomma la Chiesa riproponeva a secoli di distanza gli stessi motivi antisemiti che risalivano a periodi storici antecedenti, come ad esempio quando nel medioevo si accusavano gli ebrei di essere responsabili di cose come pestilenze, epidemie e altri malanni che colpivano la società cristiana. In particolare, scrive padre Oreglia, coloro che tra gli ebrei erano i più pericolosi erano non gli ebrei osservanti ma coloro che erano diventati atei o liberi pensatori. Costoro coltivavano nei riguardi dei cristiani un odio antico che derivava dalla falsa convinzione che i cristiani avessero loro sottratto il dominio del mondo, che secondo le scritture ebraiche sarebbe stato degli ebrei per diritto divino. Tuttavia a queste contumelie si poteva porre un obiezione: “se anche Gesù era di famiglia ebraica, era anch’egli malvagio per natura? E allora la distinzione era da fare tra gli antichi ebrei, fedeli alle scritture e i moderni ebrei che avevano colpevolmente rifiutato Cristo?” Questi ultimi erano gli ebrei autori del Talmud, più volte dato alle fiamme nel corso dei secoli, che attraverso quel testo “maledetto” credevano di poter continuare a osservare la legge di Dio. “Gli ebrei sono soliti isolarsi dagli altri popoli perché si ritengono talmente superiori da non considerare esseri umani ad esempio i Cristiani.”

Tuttavia queste affermazioni pian piano persero valore veritativo. Anche se il Talmud prescriveva l’assoluto isolamento dagli altri popoli, gli ebrei, costituenti una minoranza all’interno degli Stati in cui risiedevano dovettero, in ragione della necessità di convivere con i popoli ospiti, rielaborare quelle prescrizioni, cominciando a ritenere i cristiani non degli idolatri come invece il Talmud prescriveva, ma soltanto come persone della stessa fede allontanatesi dalla retta via. Per questo gli ebrei cominciarono a punire severamente i loro correligionari se costoro trattavano male i cristiani, perché altrimenti le popolazioni tra le quali vivevano li avrebbero allontanati e indotti all’esilio, come già accaduto secoli addietro. Parimenti gli ebrei che ingannavano i cristiani per ragioni di affari erano


puniti severamente dalle comunità di appartenenza. A sostegno poi della bontà delle scritture talmudiche gli ebrei portavano i più diversi esempi, come quello che racconta in forma di aneddoto la conversazione tra un rabbino, di nome Hillel e un pagano. Quando il pagano gli chiese di spiegargli la propria religione il rabbino rispose: non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Questa è la Torah. Il resto è commento.

Nonostante ciò l’antisemitismo diventava un fenomeno culturale sempre  più difficile da affrontare. Venivano fondati giornali, associazioni e circoli antisemiti. Il fatto che gli ebrei, a partire dalla chiusura dei ghetti, si fossero arricchiti e fossero divenuti influenti suscitò da parte cattolica un vasto risentimento. Gli ebrei insomma avevano cambiato il loro modo di rapportarsi ai contesti sociali di riferimento. Avevano abbandonato l’yddish a favore delle lingue locali, avevano cambiato modo di vestire, adottato nomi diffusi nelle lingue locali, giungendo anche a modificare le loro idee religiose, sempre ai fini di una maggiore integrazione. Tuttavia non volevano assolutamente che i loro figli si convertissero al cristianesimo.

Nel settembre 1882 fu tenuto a Dresda il primo congresso antisemita internazionale, il quale elaborò soluzioni non molto diverse da quelle che la Chiesa cattolica aveva praticato per secoli. Il collegamento tra attacchi agli ebrei e successo dei conservatori ebbe un ruolo sempre maggiore anche tra i cattolici, e anche ovviamente a livello elettorale l’antisemitismo era in grado di far sentire la propria influenza su tutti coloro ai quali da poco era stato concesso il diritto di voto.

Accanto al persistere del problema ebraico vi era poi un altro pericolo per i governi e la situazione economica dell’epoca, cioè il movimento socialista, il quale affondava le proprie radici delle idee della Rivoluzione francese. Il movimento socialista ormai assai diffuso tra le masse aveva organizzato nel 1864 la sua Prima Internazionale. I socialisti raccoglievano il consenso delle masse lavoratrici e le iscrizioni al movimento stavano rapidamente crescendo. Ovviamente le autorità ecclesiastiche vedevano con sfavore il diffondersi del fenomeno, che considerarono


sempre fomentato da ebrei, nell’abito di una fantomatica cospirazione ebraica a livello mondiale.

Secondo un altro articolista della “Civiltà cattolica” padre Ballerini, gli ebrei avevano rigettato in toto i tentativi di conversione messi in atto a suo tempo dalla Chiesa e si erano dati l’obiettivo, contenuto nel loro Talmud, di giungere  a dominare il mondo. In altri due articoli padre Ballerini afferma che gli ebrei intendevano distruggere le nazioni all’interno delle quali circolavano ormai indisturbati. Gli articoli e gli opuscoli della “Civiltà cattolica” citavano spesso e volentieri i maggiori artefici dell’antisemitismo europeo: Drumont, Stoeker, Lueger. Da alcuni la soluzione al problema ebraico, l’unica possibile era lo sterminio, ma questo, scrive padre Ballerini, sarebbe stato contrario allo spirito della Chiesa. La migliore soluzione rimaneva la conversione, ma poiché non c’era modo di indurre un ebreo a diventare cristiano, bisognava tornare alle pratiche medievali.

In un altro articolo a firma di padre Rondina quest’ultimo lamentava i latrocinii, le ruberie e finanche gli omicidi commessi dagli ebrei in quegli anni in Europa. Scrive sempre padre Rondina che l’ebreo non lavora, ma traffica sui prodotti del lavoro altrui, e ingrassa con i prodotti delle nazioni che gli danno accoglienza. Il padre accusa anche gli ebrei di dirigere a loro piacimento la finanza e la borsa nonché la politica, con i propri giornali, ad esempio “La stampa”. Tuttavia poiché le gerarchie ecclesiastiche stavano molto attente a non scoprirsi nel propagandare l’antisemitismo che era qualcosa di contrario al messaggio cristiano, nell’articolo ad esempio di padre Rondina il padre si affretta a dare al proprio antisemitismo una valenza soltanto politica, rimproverando agli ebrei di voler schiavizzare i cristiani col denaro.

Quando il movimento antisemita prese maggior forza, anche le gerarchie ecclesiastiche si accodarono all’andazzo, in particolare denunciando come gli ebrei in Germania, pur essendo una minoranza si erano impadroniti delle maggiori attività economiche, politiche e intellettuali. Padre Rondina accusa altresì gli ebrei di aver acquisito un grande potere sia politico che finanziario in Stati come la Polonia,


l’Ungheria, l’Austria, la Germania e la Francia, dove essi ebrei avrebbero cominciato a mettere in atto il loro piano di dominio del mondo.

Altro quotidiano molto vicino alle posizioni della Santa Sede era poi l’”Osservatore romano”, che si diffuse negli anni ’90 del XIX secolo e che rifletteva l’opinione della Santa Sede e quindi in definitiva del Pontefice. Nel 1892 il giornale dedicò una serie di articoli alla questione ebraica in cui addirittura si accusava il popolo di Dio di mettere in atto falsi atti persecutori ai propri danni per suscitare consenso presso i popoli che davano loro ospitalità. Si supponeva che anche i pogrom che avvenivano nella Russia zarista fossero organizzati da ebrei. L’articolo si concludeva affermando che il vero antisemitismo è soltanto quello della Chiesa cattolica, temperato e reso benevolo dal ricordo del sacrificio di Gesù.

Verso la fine del XIX secolo poco era cambiato. L’affare Dreyfus accese il fuoco di vibranti proteste in tutta la Francia e l’antisemitismo si diffuse in tutta Europa.

Quando un osservatore esterno fece notare ai redattori dell’“Osservatore” le affermazioni antisemite che esso conteneva, evidentemente contrarie alla dottrina cattolica, il giornale rispose che esistono due tipi di ebraismo: l’uno, il Giudaismo, che va combattuto con ogni mezzo e l’altro, il culto ebraico vero e proprio, esso stesso prima vittima del giudaismo. La chiesa nondimeno possedeva come detto una larga schiera di giornali, a parte l’”Osservatore romano” e la “Civiltà cattolica”, come ad esempio l”Osservatore cattolico” stampato e diffuso a Milano e tra  le masse semi/analfabete dell’hinterland attraverso prediche e pubbliche orazioni. Le tematiche che i giornali come questo trattavano contenevano sempre i tratti di un velato anche se edulcorato antisemitismo. Intanto “L’unità cattolica” pubblicava articoli più o meno dello stesso genere, un esempio dei quali è quello riferito alle scritture cattoliche in cui si narra che Pietro, il successore di Cristo aveva avvertito gli ebrei che se volevano essere buoni cristiani avrebbero dovuto rinunciare all’oro, alle astuzie e agli inganni altrimenti sarebbero rimasti sempre ebrei. L’articolo, dopo aver ammonito gli ebrei al retto comportamento e alla retta coscienza, tornava a citare Pietro, affermando che abbracciare il cristianesimo sarebbe stato per le loro


anime più importante che il listino di borsa. A volte poi negli articoli dei giornali vaticani si mischiava ebraismo con liberalismo, entrambi condannati come i maggiori mali della società. Altro motivo di scontro tra ebrei e liberali da un lato e cattolici dall’altro fu la questione dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Si giunse da parte degli articolisti ecclesiastici addirittura a distinguere tre tipi di ebrei. Il primo tipo comprendeva quelli che osservavano ancora i precetti dell’antico testamento; il secondo era quello di coloro che seguivano il Talmud. Infine c’erano gli ebrei illuminati, che avevano ormai abbandonato la tradizione dei padri. Questi ultimi, a detta degli articolisti dei giornali pontifici, sarebbero coloro che mirano alla conquista del mondo ovvero che di fatto già lo governano.

Altri casi di vampirismo

L’accusa secondo la quale gli ebrei uccidevano i bambini cristiani a scopo rituale è molto antica. Essa cominciò a diffondersi nel XII secolo, quando si diffuse la credenza che gli ebrei di tanto in tanto si dedicassero alla crocifissione di cristiani rapiti allo scopo di perpetuare il ricordo della morte in croce del Cristo. Solo successivamente tale convinzione fu accompagnata dall’accusa, sempre rivolta agli ebrei, di bere il sangue delle vittime.

Nel 1247, in uno dei primi presunti casi del genere, papa Innocenzo IV venne a sapere che alcuni preti, in Germania e in Francia fomentavano l’odio e le violenze contro gli ebrei mediante simili leggende. Reagì con una dura lettera inviata ai popoli di quelle terre ricordando che perfino il Talmud vietava agli ebrei il consumo di sangue. Nel tardo medioevo coloro che, nella Chiesa, con più accanimento sostennero l’esistenza degli omicidi rituali furono i francescani e i domenicani, ai quali non a caso fu riferibile la creazione dell’Inquisizione, previo il benestare del Pontefice. Sulla base della propaganda antiebraica alcuni Paesi come l’Inghilterra giunsero a espellere gli ebrei dalle loro terre, e l’esempio inglese fu seguito successivamente da Francia, Spagna, Portogallo, Regno di Napoli e diversi territori tedeschi. All’inizio del 1475 un noto francescano, recatosi a Trento, predisse


durante una predica che una grande sventura si sarebbe verificata in quelle terre. Sta di fatto che un giorno, dopo la partenza del francescano, un bambino cristiano, di nome Simone, non tornò a casa. Pochi giorni più tardi il corpicino senza vita del bambino fu ritrovato da un ebreo tra le acque che scorrevano nella sua cantina. Ovviamente gli uomini della comunità ebraica furono torturati affinché le autorità potessero avere qualcuno da incolpare, e lo stesso capo della comunità ebraica fu torturato fino al punto che, esausto, si attribuì la colpa dell’accaduto, insieme a tutti gli altri membri della comunità ebraica. Le esecuzioni dei presunti assassini cominciarono alla fine di giugno. Nove uomini furono giustiziati ma il capo della comunità fu trattato in maniera ancora più crudele. Gli vennero strappati pezzi di carne prima che potesse raggiungere i membri della sua famiglia sul patibolo ed essere arso vivo insieme a loro. Il giorno seguente altri quattro uomini dovevano essere giustiziati, due dei quali chiesero di essere battezzati, e quindi con atto di clemenza uccisi non per arsura sul rogo ma per taglio della testa. Per fermare l’ondata delle esecuzioni, papa Sisto V, informato di quanto era accaduto, inviò un sovrintendente per verificare che le accuse mosse agli ebrei già giustiziati fossero fondate. L’inviato del papa per prima cosa volle esaminare il corpo del bambino, e chiese perché non fosse stato messo in una bara. Colui che aveva ordinato le esecuzioni, principe Hinderbach rispose che il popolo voleva che il corpo fosse esposto. Sempre l’inviato della Santa Sede chiese di poter parlare con gli ebrei ancora detenuti ma il permesso gli fu negato. Nel frattempo il sovrintendente riportò in uno scritto i risultati delle indagini: la confessione degli ebrei non provava niente perché ottenuta sotto tortura; inoltre il bambino poteva benissimo essere stato ucciso da cristiani e poi collocato in casa di ebrei per allontanare i sospetti. Tuttavia data la forte ostilità dei cattolici di Trento nei confronti delle indagini commissionate dal papa indusse quest’ultimo a richiamare a sé il sovrintendente che dovette tornare a Roma senza aver risolto un mistero che per i trentini era un dato di fatto. Le esecuzioni pertanto continuarono fino all’espulsione degli ebrei superstiti dalla città. Più di un secolo dopo, nel 1588, papa Sisto V proclamò il piccolo Simone santo e


martire. Solo nel 1965 la Chiesa, dopo aver concluso i lavori del Concilio Vaticano II, abolì il culto.

Per tornare ai papi del XIX secolo essi diedero una forte svolta alla propaganda antisemita. Tutti i quotidiani cattolici bombardavano la pubblica opinione con notizie di omicidi rituali perpetrati da ebrei. Nel periodo compreso tra il 1887 e il 1891 sulla stampa, anche cattolica, comparvero ampi resoconti di omicidi rituali commessi da ebrei.

Nell’Europa del XIX secolo apparvero numerose testimonianze della brama di sangue umano da parte degli ebrei, in concomitanza con un maggiore interesse per la tematica del vampirismo, che associava alcuni individui che si nutrivano di sangue umano a creature demoniache. Ovviamente il cristianesimo e il suo messaggio relativo al sangue, che faceva riferimento alle parole pronunciate da Gesù durante l’ultima cena, anziché scoraggiare certe pratiche e certe convinzioni, non faceva altro che favorirne la diffusione. La stessa fede nella transustanziazione era idonea a instillare nelle coscienze turpi propositi, soprattutto, si diceva, tra gli ebrei. Tuttavia sebbene l’antico testamento vietasse la pratica di bere sangue, sembrava che gli ebrei facessero capo nelle loro abominevoli condotte, ad un comandamento del Talmud che imponeva la celebrazione di riti fondati sul bere sangue umano. Il XIX secolo è comunque un’epoca in cui sorge una vasta  letteratura su individui posseduti dal demonio che succhiano il sangue di poveri malcapitati fino al completo dissanguamento. Uno fra tanti episodi in cui gli ebrei venivano accusati di compiere riti basati sull’omicidio, si verificò in Russia nel 1881 e determinò per reazione una serie di pogrom ai danni degli ebrei colpevoli o riconosciuti tali. Altro pogrom fu suscitato dalla uccisione di un bambino a Kisinev, sempre in Russia, pogrom durante il quale furono uccisi dalla folla impazzita 49 ebrei e molte famiglie cacciate dalle proprie abitazioni.

Una nuova crociata contro gli ebrei fu promossa nel 1870 subito dopo la presa di Roma. Nel 1871 un prete austriaco a nome Rohling pubblicò un libro di commento al Talmud, nel quale accusò gli ebrei di omicidio rituale. La diffusione


dell’opuscolo suscitò violente sollevazioni contro gli ebrei in tutto l’Impero Austriaco, finché le lamentele del popolo per tutta quella violenza giunsero all’orecchio del cardinale Shwarzenberg, con la richiesta di fermare la ferocia antisemita del Rohling, il quale per parte sua continuava a fomentare sommosse antisemite. Per tutta risposta il cardinale affermò la giustizia delle idee di Rohling, il quale peraltro, aggiungeva il cardinale, era un riconosciuto esperto del Talmud. Erano anzi gli ebrei a fomentare disordini con le loro invettive contro la Chiesa contenute nei loro giornali. Finanche l’”L’unità cattolica” confermò la voce che gli ebrei compissero, in certe ricorrenze, omicidi rituali. Tutto ciò finché un giornale ebreo non sfidò l’articolista a provare l’accusa, accusa alla quale non avevano creduto neppure i Papi dei primi secoli dell’era cosiddetta volgare. A tale obiezione l’articolista, incapace di rispondere, ritrattò l’accusa. Questo il tenore delle polemiche tra ebrei e cristiani di fine ‘800, e cioè un accusare e un vedersi ritorcere contro l’accusa adducendo prove in contrario, con ampi riferimenti alla  colpevolezza degli ebrei in merito a casi di presunti omicidi rituali tra i quali anche quelli citati in questa parte della presente scrittura. Insomma i quotidiani cattolici per il tramite dei loro articolisti, soprattutto tra loro il già noto Padre Oreglia, contenevano tutta una serie di racconti truculenti sulle pratiche rituali ebraiche che riprendevano anche motivi del passato e avvenimenti parimenti sepolti da secoli sempre allo scopo di danneggiare gli ebrei. Addirittura secondo Oreglia gli ebrei di Porto Said, in assenza di pargoli cristiani da scannare e dissanguare avevano rapito a tale scopo un bambino musulmano, e dopo averlo battezzato avevano compiuto il rito sacrificale. Alla fine del XIX secolo l’opera di Oreglia fu continuata da altri collaboratori del giornale gesuita. Negli articoli ad esempio di Padre Rondina, si accusavano gli ebrei di essersi impadroniti di molte banche e quindi di controllare l’economia di molti Paesi, laddove poi il Talmud era denunciato come fonte di ogni male e di ogni perversione. Dalle ulteriori descrizioni dell’omicidio rituale il padre gesuita riprendeva il filo del complotto per il controllo della economia mondiale. Continuando nel “j’accuse” contro gli ebrei Rondina ripeteva la solita litania intrisa


di citazioni di fatti di sangue avvenuti secoli prima e mai chiariti. Nelle descrizioni degli omicidi rituali Rondina riportava le parole del prete moldavo autore del libro sul giudaismo di cui ho già parlato in questo scritto. Ovviamente Rondina citava nei minimi dettagli le descrizioni raccapriccianti di ciò che avveniva durante quei riti con una sorta, devo dirlo, di morboso interesse, ad esempio con l’affermazione secondo cui il sangue prelevato ai bambini cristiani veniva reso oggetto di commercio tra le sinagoghe.

Per quanto riguarda l’altro periodico della Santa Sede, cioè “L’osservatore romano”, esso offriva una visione dell’ebreo simile a quella condivisa da Civiltà Cattolica, citata negli articoli appena considerati. Ostinatamente e nonostante l’evidenza del fatto che, si era alla fine dell’’800, gli omicidi rituali da parte di ebrei fossero considerati oramai un residuo della peggiore e più immotivata superstizione, i giornali cattolici continuavano a ripetere le stesse accuse e sempre con i medesimi argomenti a sostegno delle accuse stesse. Uno degli ultimi sussulti di antisemitismo da parte dei giornali vaticani si ebbe col racconto della vicenda localizzata in una città ungherese, dove un piccolo orfano di sette anni era stato trovato con la gola tagliata e privo di sangue. Nel periodo tra marzo e aprile apparvero 44 articoli sull’argomento dei riti sanguinolenti commessi da ebrei. Al continuare di questa ammorbante campagna di stampa antisemita il direttore dell’”Osservatore cattolico”, padre Davide Albertario, ebbe una udienza presso Leone XIII, a seguito della quale giunse al giornale gestito dal gesuita un fiume di lodi, la cui eco si diffuse perfino in Germania dove addirittura stava per essere pubblicata una raccolta di tutto il materiale editoriale prodotto dai periodici cattolici intorno al problema ebraico. In Germania altresì uno dei più influenti deputati del parlamento tedesco aveva tratto spunto dal materiale giornalistico vaticano per alcuni suoi discorsi, e ovviamente non mancò di far pervenire i propri ringraziamenti alla redazione pontificia del giornale. La campagna antisemita trovava terreno fertile anche in Austria, dove un passo tratto da una copia del Talmud venne letto pubblicamente dopo essere stato tradotto. Il passo talmudico prescriveva l’omicidio rituale. Fu poi costituito in quel


Paese un gruppo di studio allo scopo di verificare se nel Talmud vi fossero altre simili prescrizioni, tuttavia il gruppo di studio fu presto sciolto dal presidente perché ciò non rientrava nelle prerogative del Parlamento. Intanto in Francia veniva pubblicato un “foglio” titolato “La libre parole” e diretto da un personaggio che sarebbe divenuto successivamente noto per il suo antisemitismo e cioè Eduard Drumont. Ovviamente i preti redattori dei periodici cattolici se ne rallegrarono. Intanto nel 1883 apparve in italiano una traduzione del libro del monaco moldavo tante volte citato dai padri gesuiti nei loro giornali e periodici e nel 1897 in Francia fu dato alle stampe il libro sempre a tema fisso scritto dal padre gesuita francese

R.P. Constant. Nel 1896 era già stato pubblicato uno scritto ad opera dei frati cappuccini sardi, a ricordo del povero frate martirizzato dagli ebrei in Siria. Ovviamente lo scritto dei padri cappuccini rendeva ancor più noto e vituperato l’assassinio del francescano. Insomma la cosa era divenuta, a forza di trovate giornalistiche, nota a chiunque avesse aperto e letto un giornale cattolico in quegli anni conclusivi del secolo XIX.

La situazione in Francia

All’epoca della morte di papa Pio IX nel 1878 la gran parte dei cattolici aveva conosciuto un solo papa, cioè sempre Pio IX, il quale aveva governato gli Stati pontifici per 32 anni. Durante il suo pontificato però egli aveva avuto la sfortuna di vedere conquistati all’Italia gran parte dei suoi possedimenti, e quindi la fine del suo potere temporale. Pur avendo introdotto, durante il suo regno, il dogma dell’infallibilità papale, durante il Concilio Vaticano I, aveva concluso la sua esistenza come “prigioniero del Vaticano”. Rispettato dalle gerarchie per la sua intransigenza sul problema ebraico era stato fortemente odiato dai fautori dell’Unità d’Italia. Addirittura dopo la sua morte alcuni anticlericali furono accusati di aver tentato di gettare il cadavere del papa nelle acque del Tevere, tentativo che solo l’intervento della polizia era riuscito ad evitare. Occorre ricordare che, a parte Giovanni Paolo II, Pio IX è stato l’unico papa a ricevere l’onore  della beatificazione. Il nuovo papa scelto dal Conclave fu il cardinale Vincenzo


Gioacchino Pecci, arcivescovo di Perugia. All’atto dell’elezione egli prese nome Leone XIII. Il nuovo papa era diffidente in tema di novità almeno quanto lo era stato il suo predecessore. Tuttavia egli era consapevole che, considerati i mutamenti avvenuti nel mondo, la Chiesa doveva prendere atto delle conquiste della modernità se voleva ricostituire la propria influenza mondana. Per quanto riguarda i rapporti del nuovo papa con i movimenti antisemiti egli preferì tenersene a distanza, perché se quei movimenti fossero diventati troppo influenti, ed egli li avesse favoriti, probabilmente avrebbe dovuto pagare un prezzo diplomatico troppo alto. Il nuovo segretario di stato, Mariano Rampolla, credeva fermamente nella necessità di ripristinare il potere temporale del papa. Ovviamente anch’egli come i suoi predecessori riteneva che quello ebraico fosse un problema, soprattutto nei Paesi a maggioranza cristiana. Tuttavia ciò che stava accadendo in altri Paesi non accadde in Italia, dove il movimento nazionalista non si legò mai all’antisemitismo. Ben diversa era la situazione in due altri Stati, cioè la Francia e l’Impero Austroungarico. Gli ebrei erano stati espulsi dalla Francia nel 1394, tranne coloro che, ebrei, risiedevano nelle vicinanze di Avignone, e in regioni come la Alsazia e la Lorena. Quando nel 1791 gli ebrei francesi ottennero la cittadinanza, Parigi ne ospitava solo 500.

Dall’epoca della Rivoluzione la Francia era scossa dalla contrapposizione tra coloro che erano favorevoli al vecchio regime e coloro che invece sostenevano le istanze repubblicane. Queste lotte perdurarono almeno fino alla metà del XIX secolo, quando i repubblicani presero il sopravvento. Tuttavia, nonostante la “morte” del potere monarchico in Francia la Chiesa era molto presente, sia con i propri ordini pii, cioè i monaci, sia con il clero che educava i giovani nelle scuole di ogni ordine e grado, sia nelle parrocchie. Ma la chiesa francese doveva affrontare un’altra minaccia, proveniente dall’ascesa al potere di una nuova maggioranza parlamentare che intendeva limitare il potere della Chiesa sulla vita pubblica, in particolare mediante la riconduzione dell’insegnamento scolastico in capo al controllo dello stato anziché dei chierici cattolici. Tuttavia gli ecclesiastici erano molto cauti nei


loro rapporti con il governo, ciò in quanto la nomina dei vescovi, con la rivoluzione, era divenuta di competenza statale, cioè del governo. Negli ultimi due decenni del XIX secolo erano presenti in Francia circa 75.000 ebrei i quali facendo leva sulle libertà loro concesse dalla Rivoluzione avevano in breve tempo fatto strada nell’interno dell’apparato statale, ad esempio nella pubblica amministrazione, nell’esercito, ma più che altro nella ambito bancario e dell’alta finanza. Tra i preti maggiormente coinvolti nel movimento antisemita c’erano i piccoli ordini religiosi come ad esempio quello dei Padri assunzionisti. Essi fondarono una rivista, “La croix” che ebbe uno straordinario successo. Quando, il radicamento della rivista tra i lettori divenne sufficientemente rilevante, la rivista stessa divenne quotidiano, e il suo successo tra i fautori dell’antisemitismo ancora maggiore. Grazie alle invettive antisemite prima da parte di padre Picard , superiore dell’ordine, poi da parte di Padre Bailly, direttore del giornale, il quotidiano da essi fondato cominciò a calcare la mano sulle affermazioni antisemite, accusando gli ebrei di essere responsabili non solo della rivoluzione industriale e del capitalismo ma anche del movimento rivoluzionario. A tutto ciò padre Bailly aggiungeva l’accusa secondo cui gli ebrei avrebbero controllato nascostamente anche il movimento massonico. Fatto è che per gli ebrei che cercavano di essere accolti nel consesso civile l’appartenenza alla massoneria era un traguardo molto ambito. Tale fu la pressione della comunità ebraica in tal senso che Adolphe Cremieux, il leader dell’Alleanza Isrealita Universale, divenne capo del rito massonico scozzese in Francia. Per tornare a La croix, gli argomenti del giornale erano i soliti più volte tratti a sostegno di campagne antisemite: assassini rituali, ruberie, prestito di denaro a usura, smania di assumere il potere assoluto in ogni aspetto della vita associata, i legami con la massoneria, i liberali, i rivoluzionari, ecc.

Altra pubblicazione antisemita, sempre ad opera di ecclesiastici cristiani era “La Croix du Nord”, che con i soliti argomenti tentava di screditare gli ebrei presso la pubblica opinione.


Per tornare a “La croix” essa divenne col tempo ferocemente antisemita e cominciò a ricoprire di insulti anche il Governo rivoluzionario, accusato dal giornale di aver svenduto la Francia agli ebrei. Questo però fu il colmo, in quanto contrastava con gli interessi del Vaticano che erano diretti nel senso di un dialogo pacifico con il governo francese. Tuttavia l’antisemitismo del giornale non suscitò, sempre però entro limiti ben definiti, eccessive lamentele da parte delle gerarchie superiori. Nel 1899 quando padre Bailly ebbe un incontro col papa, la situazione relativamente alla pubblicazione di “La croix” era mutata, in quanto in quell’incontro il Papa chiese a Bailly di attenuare le polemiche con il Governo francese. Ciò però non voleva dire che il giornale avrebbe dovuto assumere un atteggiamento non antisemita, in quanto le contumelie antisemite tradizionali erano più che bene accette. Ciò che non era bene accetto erano le critiche al governo francese, che avrebbero avuto, se continuate, l’effetto di peggiorare i rapporti tra Santa Sede e lo stesso governo francese. Tuttavia coloro che davvero contribuivano a fomentare l’antisemitismo in Francia erano spesso addirittura nemici della Chiesa. Ad esempio Edouard Drumont che tuttavia, per il suo libro sugli ebrei in Francia aveva ricevuto elogi da parte della stampa cattolica. Una riprova di quanto fosse conosciuto alla chiesa e alle gerarchie il potere degli ebrei fu che quando padre Henri Desportes di Rouen scrisse un opuscolo contro gli ebrei, il suo superiore, l’arcivescovo, gliene vietò la pubblicazione, perché in quanto consapevole del potere degli ebrei non intendeva provocarne una reazione, e nella fattispecie in quanto il prefetto di Rouen era un ebreo e l’arcivescovo temeva di irritarlo. Per tornare al libro di Drumont va detto che il libro in questione criticava finanche il nunzio apostolico in Francia, reo a suo dire di comportarsi secondo le convenienze. L’attacco irritò il nunzio che si rivolse al Segretario di stato pontificio. Quest’ultimo prospettò la possibilità di inserire nell’indice della Santa inquisizione il testo in questione ma paventava anche, se si fosse provveduto in questo modo, il pericolo di indurre una maggiore diffusione di ostilità tra i nemici della Chiesa.


Per accennare ad un altro problema che la Chiesa dovette fronteggiare in quegli anni, cioè il movimento socialista, la Chiesa indisse il Congresso dei cristiani democratici, che ebbe la durata di sei giorni. Il congresso era costituito da quattro sezioni separate: una sull’antisemitismo, una sulla massoneria, una sulla costruzione di un movimento sociale cattolico e una sulla questione del cattolicesimo e del repubblicanesimo.

Alla fine della giornata il congresso aveva elaborato alcuni capi saldi, ad esempio: agli ebrei doveva essere negata la cittadinanza francese; gli ebrei dovevano essere esclusi dall’insegnamento nelle scuole pubbliche e dall’accesso al corpo ufficiali. Poco dopo il congresso di Lione, si verificavano in Francia una serie di torbidi che prendevano a motivo l’affare “Dreyfus”, un militare accusato di aver  venduto segreti di stato alla Germania, e condannato da una corte marziale a scontare la pena nel durissimo carcere detto l’”Isola del diavolo” un’atollo al largo della Guyana francese. Un anno dopo si scoprì che la grafia del messaggio con cui Dreyfus avrebbe attuato la delazione ai tedeschi era uguale a quella di un maggiore tedesco, Esterhazy. Poteva trattarsi di un complotto contro Dreyfus che era peraltro ebreo. Ma ciò che determinò gli eventi successivi fu che il popolo credette davvero alla colpevolezza del capitano. Vi furono sommovimenti antiebraici e sommosse antisemite al grido: morte a Dreyfus, morte agli ebrei. L’Osservatore romano ebbe parole di lode nei riguardi delle sommosse antiebraiche. Quando nel 1899 fu ordinato un nuovo processo e il capitano ebreo tornò a calcare suolo francese, il papa cominciò a preoccuparsi sempre di più dei toni antigovernativi delle sommosse contro Dreyfus, e delle solite accuse che si muovevano al governo francese, accusato di essersi venduto agli ebrei. E allora per evitare di inimicarsi il governo francese i toni del Vaticano attraverso le sue pubblicazioni divennero più teneri. Citando Innocenzo III, un papa del medioevo, i mezzi di stampa della Chiesa ricordavano che gli ebrei “sono i testimoni della vera fede. Non è lecito al cristiano estirparne la progenie”. Il 19 settembre del 1899 Dreyfus fu scarcerato per aver


ottenuto la grazia dal presidente francese. La  stampa vaticana abbandonò i commenti sul caso e ritornò a dedicarsi agli omicidi rituali.

La situazione dell’antisemitismo in Austria.

Con la Chiesa francese che, a causa di un governo anticlericale rischiava di perdere molti dei suoi privilegi, papa Leone XIII si impegnò a convincere le autorità civili che la Chiesa cattolica non voleva essere considerata una minaccia per lo Stato repubblicano, il quale peraltro aveva ottimi rapporti con le comunità ebraiche.

In Austria la situazione era differente e qui il Vaticano incoraggiò la formazione di un movimento politico improntato al Cattolicesimo, e bisogna dire che in tutto ciò l’antisemitismo giocò un ruolo non indifferente. Sino al 1848 era presente in Austria un forte movimento antisemita, che proibiva ad esempio agli ebrei di vivere a Vienna ove sprovvisti di uno speciale permesso, tutto ciò nonostante il governo austriaco dipendesse dai prestiti dei banchieri ebrei, primi fra tutti i Rothschild. Non tutti coloro che erano o si dichiaravano antisemiti erano però cattolici. Ad esempio Georg von Schonerer fu il fondatore di un movimento politico contrario sia agli ebrei sia a i cristiani cattolici sia il movimento socialista. Nonostante le accuse da lui mosse in sede parlamentare contro gli ebrei, ciò non gli consentì comunque di creare un partito politico di massa modellato sulle idee antisemite. Fu un altro movimento ad alimentare l’antisemitismo di massa in Austria: il movimento dei cristiano sociali, fondato a Vienna nel 1887. Il suo leader, Karl Lueger pur non essendo del tutto ostile agli ebrei scoprì che inveire contro di essi pubblicamente era molto vantaggioso. Nel primo programma del movimento si chiedeva l’esclusione degli ebrei dall’esercito, dall’amministrazione pubblica, dalla magistratura, dal commercio al dettaglio, dalla medicina e dall’insegnamento a studenti non ebrei. Nel 1885 Lueger fu eletto in parlamento, dove conobbe il principe Luois di Liechtenstein e insieme diedero vita al partito cristiano sociale nel 1891. Il movimento cristiano sociale, dopo le prime rimostranze, fu fortemente appoggiato dal papa, anche perché questi riteneva che l’estensione del suffragio avrebbe richiesto un partito forte e in grado di canalizzare le masse. I sentimenti del papa in


proposito emersero due anni più tardi quando il nunzio apostolico in Austria, Galimberti incontrò un vescovo austriaco che gli presentò un importante  proprietario terriero ebreo che aveva dato forti contributi alle opere di fede cattolica. Galimberti fu duramente criticato per questa iniziativa dagli ambienti vicini al papa e molti vescovi chiesero l’applicazione al caso di sanzioni disciplinari.

Il papa ovviamente chiese al nunzio di spiegarsi e di giustificare il comportamento tenuto in quella occasione, e il nunzio rispose che si era trattato di un incontro informale la cui rilevanza era stata amplificata ad arte poiché il proprietario del giornale che aveva commentato l’incontro era anch’egli ebreo. Tuttavia il Galimberti non era un malfidato. Alcuni mesi prima ad esempio aveva manifestato alla Santa Sede la propria gioia nel constatare che i cattolici e in particolare i cattolici nazionalisti e antisemiti avevano ottenuto importanti risultati elettorali a Vienna. Per tornare all’episodio oggetto di condanna a carico del nunzio Galimberti, pur nell’ambito di un atteggiamento comprensivo veniva contestato al padre nunzio di essersi fin troppo esposto con un personaggio che poteva ben a ragione essere considerato un nemico del Cattolicesimo. L’attivismo cattolico a favore del movimento cristiano sociale in Austria fu così forte da sovrastare la stessa chiesa cattolica viennese, la quale continuava a ribadire che il movimento cristiano sociale non era un movimento antisemita. Ad esempio nel 1891 Lueger, dinanzi alle proteste del vescovo per l’atteggiamento e i proclami antisemiti del suo partito si rivolse direttamente al papa per averne l’appoggio, scavalcando così il vescovo di Vienna. Sempre nel 1891 il segretario di stato vaticano chiese in una lunga lettera che padre Galimberti chiarisse la vicenda della querelle al vescovo di Vienna, che male interpretando l’incontro di Galimberti con il possidente ebraico, avrebbe poi apertamente ostacolato l’ingresso di tre validi sacerdoti antisemiti in Parlamento, solo perché ritenuti liberali. Inoltre l’arcivescovo era stato accusato anch’egli da Lueger di liberalismo.

La risposta del nunzio cioè Padre Galimberti fu nel senso che si era trattato di un ignobile tentativo di screditare quello che pure doveva essere l’orientamento


ufficiale della chiesa cattolica e non solo viennese, cioè un aperto e onesto antisemitismo. Occorreva però, a dire del nunzio, intendersi sui termini. In Austria in quel periodo i termini “antisemitismo” e “liberalismo” avevano dei significati abbastanza particolari. L’antisemitismo di Lueger era certo differente dall’antisemitismo della chiesa cattolica, in quanto non basato su una verità di fede, cioè il cristianesimo ma su teoremi politici e sociali. Inoltre faceva presente il  nunzio che in Austria l’antisemitismo si mischiava a questioni etniche, cioè con la lotta all’ebraismo non in quanto religione ma in quanto insieme “etnico”, ed era questo il tipo di politica praticato da Lueger a Vienna. Nel decennio successivo mentre il movimento cristiano sociale di Lueger cresceva, i responsabili delle gerarchie cattoliche austriache continuarono a contestarlo, mentre i cattolici italiani non gli negarono mai il loro appoggio. In questa presa di posizione furono aiutati da un nuovo nunzio apostolico, cioè monsignor Agliardi, che fu autentico sostenitore negli anni della nunziatura, del partito e della figura del politico austriaco.

All’inizio del 1895, tuttavia gli arcivescovi di Vienna e Praga supplicarono il papa di condannare il movimento di Lueger, dato che il suo antisemitismo radicale e violento, sembrava andare ogni giorno di più “fuori controllo”. Non era sostenibile a loro modo di vedere un movimento dal carattere cristiano sociale che incoraggiava i preti ad opporsi ai vescovi, e si batteva contro il conservatorismo dei cattolici che appoggiavano il governo. Da parte loro i membri del movimento cristiano sociale asserirono che essi non avevano con l’antisemitismo radicale nessun tipo di avversione. Una volta riconciliati gli animi il pontefice inviò a Lueger una lettera di encomio. In definitiva ciò che la Chiesa, nella persona dei cardinali della Congregazione degli affari ecclesiastici straordinari, ebbe modo di apprendere e nonostante le voci in senso contrario di alcuni che, all’interno delle gerarchie, palesavano come un pericolo antisemita, fu che l’antisemitismo dei cristiano sociali non era rivolto contro gli ebrei in quanto tali ma solo contro il loro strapotere economico. Ne risultò che per cementare i rapporti con la Chiesa cattolica i capi del partito cristiano sociale giurarono fedeltà al papa, alla dottrina ecclesiastica e alla


gerarchia cristiana presente in Austria. Pochi mesi più tardi il primo ministro austriaco si recò in visita dal nunzio Agliardi, e tentò di ottenere che il Vaticano togliesse il suo appoggio al movimento cristiano sociale. Intanto la situazione a Vienna diveniva sempre più tesa. Pur avendo vinto le elezioni, Lueger non venne nominato sindaco a causa del veto da parte dell’Imperatore. Dal partito conservatore si era poi staccato un movimento che si era denominato partito cattolico popolare. Il barone de Paoli, suo fondatore non voleva irritare senza necessità la Corte imperiale, che si opponeva vivamente a Lueger. Inoltre con un programma che non era affatto antisemita il barone cercava di attirare il favore di quei vescovi che erano indecisi nei riguardi di un possibile sostegno a Lueger. Nondimeno i giornali finanziati dal Vaticano continuavano la loro campagna denigratoria a danno degli ebrei e consideravano l’Austria un Paese in cui gli ebrei si erano procurato un potere immenso sfruttando i cristiani. L’antidoto a una tale situazione era di imporre un “giogo” agli ebrei, e Lueger costituiva una figura che poteva servire a questo scopo. Negli stessi anni il nunzio apostolico Agliardi dovette occuparsi anche di un’altra questione riguardante gli ebrei. Dalla Galizia, all’epoca territorio facente parte dell’impero Austroungarico si era diffuso un malcontento da parte dei cristiani ivi dimoranti contro gli ebrei del posto, che era sfociato in sollevazioni popolari sempre contro gli ebrei. Il Vaticano venne a sapere che il capo di quel movimento era un prete cattolico, di nome Stanislav Stjalowsky, il quale pare avesse recepito le istanze del movimento socialista e ad esso avesse aderito. Tuttavia le sobillazioni e le istigazioni a carattere sociale del prete in questione, rifletterono gli uomini del vaticano, potevano essere considerate come qualcosa di utile e ciò in quanto quell’uomo poteva con la sua capacità di persuasione suscitare l’antisemitismo in Galizia attraverso false rivendicazioni a carattere socialista. Pochi anni più tardi, questo prete dalla facile eloquenza continuava a sobillare l’ostilità verso gli ebrei con risultati disastrosi, tanto che il governo austriaco chiese al papa di fare qualcosa. Intanto nuovo nunzio papale era stato nominato l’arcivescovo Taliani il quale come primo atto ufficiale si recò a un incontro con il ministro degli esteri austriaco, tale


Goluchowsky il quale si era assai lamentato di ciò che stava accadendo in Galizia, al che il nunzio aveva assicurato che tutto ciò non poteva imputarsi alla Chiesa cattolica. Il nunzio inviava poi alla Santa Sede un poscritto secondo cui le vere  cause dei torbidi in Galizia erano le tasse, divenute esorbitanti e la pratica dell’usura da parte degli ebrei. Nel mese di giugno del 1896 Taliani inviò un nuovo rapporto alla Santa Sede nel quale informava gli interessati che le rivolte stavano diminuendo in intensità e che le responsabilità di cristiani ed ebrei in quella situazione erano state esagerate. Il nunzio Taliani inviò poi un rapporto in cui descriveva Stojalowsky in termini molto lusinghieri, tanto da registrare le molte manifestazioni  di gratitudine espresse dagli ebrei nei confronti del prete. La cattiva fama di Stojalowsky era stata generata ad arte dai socialisti per incolpare il povero prete dei pogrom contro gli ebrei. Ovviamente il prete in questione era antisemita, ma non avrebbe mai torto un capello ad un ebreo, mentre lo fecero i socialisti. Il 24 settembre del 1900 un collaboratore del nunzio apostolico a Vienna scrisse a tale Rampolla, uomo interno alle gerarchie ecclesiastiche, raccontando un incontro con il ministro degli affari esteri austriaco, nel quale quest’ultimo accusava il nunzio apostolico di aver protetto le malefatte del prete galiziano, ciò a cui il nunzio rispose che la Chiesa aveva necessariamente dovuto prendere tempo per ricercare la verità sugli avvenimenti di cui veniva incolpato lo Stojalowsky. In Austria ormai antisemitismo e cattolicesimo facevano un tutt’uno. Un esempio su tutti: quando la Corte suprema austriaca proibì l’uso di fondi pubblici per il restauro delle chiese cattoliche, si ebbero in parlamento interventi molto accesi nelle discussioni che seguirono il provvedimento della corte e ovviamente la pronuncia della corte veniva attribuita alla nefasta influenza ebraica. Sempre un collaboratore di Lueger, Ernst Schneider aveva proposto di imporre una taglia sugli ebrei cioè una ricompensa a chi ne avesse ucciso uno. Fatto era che dopo più di un decennio di appoggio da parte del Vaticano il movimento antisemita stava guadagnando terreno all’interno dell’Impero. Prova ne era che anche in Ungheria erano scoppiate sommosse contro


gli ebrei. Nel 1901 il nunzio a Vienna scrisse al cardinale Rampolla sostenendo che le sollevazioni erano dirette esclusivamente contro gli ebrei e le loro macchinazioni.

Etnia

La Chiesa cattolica ha sempre recisamente negato ogni suo coinvolgimento, anche a carattere meramente ideologico tra l’antisemitismo moderno, fondato su elementi antropologici e il proprio antisemitismo, un antisemitismo dagli aspetti esclusivamente religiosi. Gli argomenti a conforto di queste asserzioni si possono raggruppare in tre insiemi che vengono frapposti al moderno antisemitismo, nel senso di affermare una totale estraneità della chiesa a questo tipo di antisemitismo.  Il primo argomento in forza del quale la Chiesa non condivise mai l’antisemitismo del XX secolo è che esso è connotato da elementi antropologici in senso peggiorativo cioè che gli ebrei costituirebbero una “etnia” separata e inferiore; il secondo argomento è che la Chiesa ha sempre condannato l’antisemitismo etnico perché esso è in contrato con la missione universale della Chiesa; il terzo argomento esime la Chiesa dall’aver mai partecipato alle manifestazioni dell’antisemitismo moderno. In ogni caso nell’ambito delle ideologie che coltivavano pulsioni antisemite erano compresi i seguenti elementi: la cospirazione universale  degli ebrei; il tentativo di conquistare il mondo; gli ebrei sono una setta malvagia che vuole uccidere tutti i cristiani; gli ebrei sono privi di morale; agli ebrei interessano solo i soldi; gli ebrei controllano la stampa e le banche che portano i cristiani alla rovina; sono responsabili del comunismo; gli ebrei praticano omicidi rituali; gli ebrei cercano di distruggere il cristianesimo; gli ebrei sono sempre disposti a vendere il proprio paese al nemico; per proteggere la società occorre che gli ebrei siano segregati e privati dei diritti che fanno capo ai comuni cittadini. Tutte queste elucubrazioni sugli ebrei erano presenti nella Chiesa fin dall’antichità. Ad esempio nella Spagna del XV secolo, dove viveva la più vasta popolazione ebraica d’Europa, nel 1492 fu promulgata una serie di leggi dette “statuti della purezza del sangue”, in forza dei quali chiunque avesse antenati ebrei non poteva occupare posizioni di


prestigio nella società spagnola. Anche la chiesa vietò a chi aveva antenati ebrei di partecipare alle funzioni ecclesiastiche e di ricoprire le cariche ecclesiastiche.

Nel XVI secolo lo spagnolo Ignazio di Loyola fondò l’ordine dei gesuiti, e successivamente introdusse una regola per cui coloro che avevano anche solo un ascendente ebraico fino alla quinta generazione precedente non potevano accedere all’ordine. Questa disposizione fu abolita solo nel 1946 dopo essere stata citata da nazisti e fascisti a giustificazione delle loro politiche di intolleranza e segregazione, quando non di vero e proprio sterminio legalizzato.

Un chiaro esempio di come l’antisemitismo fosse assai diffuso alla fine del XIX secolo è la vicenda relativa alla storia di un arcivescovado che fu assunto in una regione ceca da un ecclesiastico di origini ebraiche, a nome padre Kohn. Quando si sparse la voce che Kohn aveva origini ebraiche il popolo si infuriò e si arrivò al punto che le proteste popolari determinarono la rimozione di Kohn dall’incarico.

Per tornare al concetto di etnia e di discriminazione, va detto che soprattutto la definizione di “etnia ebraica” fu sino ad un certo momento un concetto indefinito. Solo in seguito e per gradi venne attribuita agli ebrei una diversità sostanziale, biologica.

Persino coloro che impetravano un miglior rapporto tra cristiani ed ebrei avevano ormai implicitamente assimilato il concetto di etnia ebraica. Ad esempio in un saggio di Padre Henri Gregoire si parla in difesa degli ebrei, e nondimeno esprimendo concetti discriminatori. Ad esempio nel descrivere il “tipico” individuo ebraico nella sua costituzione fisica, Gregoire scrive: “ il viso pallido, il naso a uncino, gli occhi affossati, il mento prominente e i muscoli della bocca molto pronunciati”. E aggiunge: ”molti di loro sembrano invecchiare precocemente ed emanano un cattivo odore”. Nonostante queste sporadiche affermazioni Padre Gregoire continuò per tutta la vita a difendere gli ebrei tanto che quando nel 1831 morì molti ebrei lo piansero. Per quanto riguarda il cattivo odore emanato dagli ebrei, esso finì per dare luogo alle più artificiose dicerie, ad esempio che il corpo dell’ebreo puzzava perché era immondo, e ciò andava a corroborare le convinzioni


di coloro che ritenevano gli ebrei una genìa inferiore, convinzioni che l’avvento del Nazismo contribuì a diffondere. Da ciò a concludere che il sangue ariano non doveva esser mischiato col sangue ebraico il passo fu molto breve.

Vale la pena a questo proposito evidenziare come il movimento nazista avesse portato alle estreme conseguenze l’odio per gli ebrei diffuso in nuce anche negli ambienti della Chiesa cattolica. Interessante in tal senso un libro di padre Chabouty in cui si analizzava la costituzione fisica degli ebrei che a dire dell’autore li rendeva immuni alle malattie. Tale affermazione implicava quella secondo cui era ragionevole attribuire agli ebrei la colpa delle tante epidemie che nel corso del medioevo avevano causato la morte di molti cristiani. Nel 1906 un articolo di un giornale francese accusava gli ebrei di controllare persino il movimento massonico, ovviamente riprendendo un cliché già ampiamente sfruttato.

Un caso dell’inizio del XX secolo è assai chiarificatore in merito al tipo di idee che prepararono l’avvento del fenomeno nazista. Durante una seduta del parlamento austriaco del 1901 uno dei sostenitori di Lueger dichiarò che la questione ebraica era una questione di sangue e che egli stesso per battezzare un ebreo non l’avrebbe cosparso d’acqua ma tenuto col capo messo dentro una tinozza per 5 minuti buoni.

L’omicidio rituale e i papi nel ventesimo secolo

Negli ultimi due decenni dal XIX secolo i papi usarono l’antisemitismo come arma per creare un appoggio politico da parte delle masse popolari alla Chiesa. Quest’ultima era nella posizione di condannare i numerosi pogrom antisemiti che avevano luogo in Europa orientale, ma ne prese le distanze o meglio prese  le distanze dalle ragioni che erano alla base di quelle stragi. La campagna cattolica che in quegli anni identificò gli ebrei con l’omicidio rituale rende però l’idea di un antisemitismo diffuso anche in ambienti cattolici e persino tra le gerarchie. Un antisemitismo che veniva utilizzato non in maniera plateale ma dietro le quinte di un clima d’odio nei confronti dell’ebraismo diffuso in tutta Europa. La reazione più energica allo stato di fatto della diffusione sempre più pervasiva dell’antisemitismo provenne dall’Inghilterra dove i prelati cattolici furono accusati di imporre credenze


medievali del tutto prive di fondamento. Nel dicembre del 1889 il rabbino capo di Londra Hermann Adler ebbe un colloquio per lettera con il cardinale Henry Manning, arcivescovo di Westminster. Il rabbino gli sottoponeva il caso di un libro antisemita che aveva riscosso simpatie in Vaticano ed esprimeva sconforto per come il capo della Chiesa si era espresso in merito al libro in questione. Un anno dopo il vescovo, che si era ripromesso di indagare sulle affermazioni di Adler presso la Santa Sede, scrisse di nuovo ad Adler per informarlo della risposta ricevuta dal segretario di Stato Vaticano Rampolla. Quest’ultimo aveva recisamente negato che vi fossero state parole d’elogio da parte del papa, anzi aveva affermato che mai il papa avrebbe assunto posizioni simili a quelle descritte nel libro, nei riguardi del popolo ebraico. In realtà la storia che venne alla luce fu che lo stesso Desportes aveva scritto al papa dopo aver ricevuto una comunicazione relativa al libro di recente pubblicazione. Aveva anche inviato due copie del suo libro al papa tramite la segreteria di stato, lamentando che la diffusione del suo libro fosse  stata boicottata ad opera di ebrei. Pochi giorni dopo Rampolla, il segretario di stato, scriveva rispondendo a Desportes e partecipandogli la felicità del pontefice nel ricevere le due copie del libro, e la susseguente benedizione in favore dell’autore. L’anno seguente Desportes inviò nuovamente due copie del suo ultimo libro al segretario di stato perché le recapitasse al papa. Non sappiamo quanto di quel libro abbiano letto il segretario di stato o il papa ma il 31 ottobre del 1890 il cardinale Rampolla scrisse di nuovo a Desportes per ringraziarlo dell’invio delle due copie del libro. Intanto in Inghilterra non si tollerò che il papa ricevesse libri sugli omicidi rituali, che gli inglesi erano fermi nel ritenere delle leggende prive di fondamento. Perciò l’arcivescovo di Westminster scrisse, insieme ad altri influenti cattolici di Inghilterra delle lettere al segretario di stato, nelle essi quali chiedevano il ripudio ufficiale di quella accusa nei riguardi degli ebrei. La questione finì nelle mani della Santa Inquisizione, che diede incaricò a monsignor Rafael Merry De Val, che di lì a poco sarebbe succeduto a Rampolla alla segreteria di stato, di occuparsi, in qualità di esperto, della vicenda. Merry de Val fu scelto anche a motivo del fatto che uno


dei suoi antenati, ancora bambino era stato vittima di un omicidio rituale. La supplica delle autorità cattoliche inglesi giunse all’orecchio persino delle autorità ecclesiastiche austriache, le quali temevano che il partito cristiano sociale subisse una deriva dichiaratamente antisemita. Intanto le indagini degli inquisitori andavano per le lunghe. Finalmente giunse presso la Santa Sede una serie di comunicazioni e suppliche dall’Inghilterra affinché il Vaticano emettesse una dichiarazione ufficiale nella quale affermasse recisamente che la pratica dell’omicidio rituale non era più che una superstizione. Gli inquisitori però non accolsero la richiesta. Era poi di fatto impensabile che il papa potesse cambiare una linea politica che aveva coltivato durante tutto il suo pontificato. Leone XIII morì nel 1903. Quando il Conclave si riunì per eleggere il nuovo papa il candidato più probabilmente eleggibile era il Rampolla, che però aveva molti detrattori, sia in Austria che in Patria dove veniva accusato di essersi occupato troppo poco di politica interna. Messa da parte la candidatura di Rampolla fu eletto Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia che assunse il nome di Pio X. Così come il suo predecessore, da cui peraltro lo distinguevano la cultura personale, lo stile di vita, le convinzioni e le esperienze, Pio X non aveva alcuna intenzione di mutare l’atteggiamento della Chiesa in merito ai cambiamenti in atto in Europa. In una delle sue encicliche più importanti, “Pascendi”, condannò la filosofia moderna considerandola contraria alla Chiesa, e ridiede pieno risalto ad una istituzione all’epoca quasi dimenticata, cioè all’indice dei libri proibiti.

Tuttavia Pio X anche a causa di amicizie di lunga data nell’ambiente ebraico ebbe un atteggiamento verso gli ebrei molto diverso da quello dei sui predecessori. Ad esempio nel 1905 il papa intervenne presso i vescovi polacchi per far cessare i pogrom che nel frattempo si erano diffusi in quelle terre. Quanto alla politica interna i giornali vaticani furono molto più ben disposti nei riguardi degli ebrei durante il suo pontificato. Ci fu poi l’udienza concessa a Theodor Herzl, il quale era uno dei fautori, se non il principale, di uno stato ebraico in Palestina, e parlò di questa sua idea con il papa, ricevendo però un secco rifiuto riguardo all’appoggio della chiesa a questo progetto. Dopodiché fu Herzl a chiedere al papa se sapesse qualcosa


dell’attuale situazione degli ebrei. Il papa da parte sua offrì i propri auguri in merito allo Stato che il rabbino intendeva fondare in Palestina e si disse disposto a battezzare tutti coloro che tra gli ebrei difendevano quel progetto.

Per tornare alla politica strettamente interna Pio X era impegnato in una battaglia contro la modernità, battaglia in cui l’antisemitismo giocava un ruolo fondamentale. Molto chiarificatore in tal senso il rapporto del papa con Umberto Benigni, nato nel 1862 e ordinato prete nella sua città, Perugia all’età di 23 anni e protagonista di una rapida carriera sia nella gerarchia ecclesiastica, sia negli istituti di  istruzione cattolici e sia nei giornali facenti capo al Vaticano. Nel 1909 con l’incoraggiamento del papa Benigni fondò una sorta di “servizio segreto” detto “Sodalizio di S. Pio V”, una sorta di servizio informativo circa l’attività di movimenti come i liberali, i socialisti, i modernisti, e ovviamente gli ebrei. Pio X ricoprì di onori Benigni ed ebbe con lui un rapporto di speciale confidenza. Sempre poi per quanto riguarda le dure prese di posizione sugli omicidi rituali, che furono oggetto di una supplica da parte di alti funzionari perché l’omicidio rituale venisse considerato soltanto una leggenda popolare, Pio X mantenne la linea dei suoi predecessori anche nel caso più recente, quello che aveva dato luogo ad un procedimento a carico di Mendel Beilis, celebrato a Kiev nel 1913. Beilis era stato arrestato nel 1911 e accusato dell’omicidio rituale di un ragazzo, e processato per questo. E mentre, si era agli inizi del XX secolo, la linea della stampa ecclesiastica era la stessa di due secoli prima, varie associazioni ebraiche nate in Europa e Nord America si interrogavano su come fosse possibile credere ancora agli assassinii rituali. Come in altre occasioni gli ebrei si rivolsero per il tramite dei loro esponenti più in vista, cioè la famiglia Rothschild al pontefice, appoggiati in ciò dal clero britannico, ma non con le solite maniere, cioè in sede ufficiale. Si limitarono a chiedere di prendere in considerazione da parte degli uffici vaticani a ciò preposti, alcuni documenti emanati dal vaticano in altre occasioni simili a quella in questione, ad esempio alcune deliberazioni giurisdizionali che smentivano la possibilità stessa di omicidi rituali. E di fatto quelle deliberazioni, ad un esame approfondito si rivelarono


esistenti. La lettera inviata a suo tempo da Rothschild si trova oggi negli archivi vaticani, insieme con la lettera di accompagnamento del duca di Norfolk. Dopo aver consultato il papa e il Santo Uffizio il cardinale Merry de Val rispose a Rothschild assicurandogli che nei documenti che questi citava a testimonianza risultava che alcuni papi non consideravano la pratica dell’omicidio rituale più che una superstizione. Nondimeno la corte giurisdizionale di Kiev respinse la lettera e non volle considerarla come prova. In conclusione la dichiarazione, accompagnata da documenti e inviata da Merry de Val non fu mai accolta nel processo di Kiev. Tuttavia i presunti colpevoli furono dichiarati innocenti, ciò che suscitò un vivo malcontento presso le comunità russe del cattolicesimo ortodosso. Per quanto riguarda la politica papale in merito ai documenti di cui fin qui si è parlato, non vi fu alcuna dichiarazione in proposito a favore della causa ebraica. Anzi la stampa cattolica continuò a rinfocolare l’odio per gli ebrei. Per tutta risposta il giornale israelitico intitolato “Vessillo israelitico” accusò l’organo vaticano di Firenze “L’Unità cattolica” di condurre una campagna antisemita, cosa che il giornale cattolico si affrettò a smentire, citando le parole stesse del segretario di stato vaticano.

Anche in Francia tuttavia la stampa cattolica continuò a battere sul problema dei fantomatici omicidi rituali, questa volta facendo riferimento al caso di Kiev. Il giornale “L’Universe” riferiva che sarebbe stato addirittura il rabbino capo a estrarre meticolosamente il sangue al giovane assassinato a Kiev. Pochi giorni dopo lo stesso giornale riportava i risultati di una perizia durante il processo di Kiev, che testimoniava non solo la brutalità ma anche la ritualità dell’assassinio. Il 12 novembre, giorno in cui il giornale francese avrebbe dovuto riferire la notizia della assoluzione degli imputati nel processo di Kiev, il giornale criticò le azioni di disturbo messe in atto con le ormai note lettere inviate dal Cardinale Merry De Val, ritenendole quanto meno pretestuose e non dirette a fini veritativi ma soltanto ad ottenere l’assoluzione dei confratelli di Rothschild. Inoltre le note posizioni vaticane sull’omicidio ebraico cioè relativamente alla realtà del fenomeno dovevano essere


state quanto meno lette prima della pubblicazione da Merry De Val, che quindi aveva tenuto il piede in due staffe. Sempre il giornale “La Civiltà cattolica” scriveva in quei giorni, che gli ebrei si erano rivolti ai Rothschild, i quali non si capiva da quale punto di vista avessero a cuore la comunità ebraica internazionale, dato che erano semplici banchieri. Per quanto riguarda i documenti a favore della teoria della mistificazione del culto ebraico inviati dal cardinale segretario di stato con l’appoggio dei Rothschild, ciò che il giornale sosteneva era che se ne fosse travisato il senso. Ovviamente il giornale non poteva esprimere la convinzione che si fosse trattato di un verdetto motivato per sé in favore degli ebrei, ma ipotizzava che questi ultimi avessero comprato la sentenza. Il mese successivo sempre “La civiltà cattolica” offriva altre prove sul caso di Kiev, tratteggiando la natura diabolica degli ebrei e la loro abitudine di bere sangue al posto del latte.

L’anno in cui tutto ciò avveniva era il 1914. La data dovrebbe a mio avviso far riflettere.

Sempre nel 1914 moriva Pio X. I cardinali riuniti in conclave, nella consapevolezza di essere vicini al’inizio della Prima guerra mondiale, non persero tempo nel nominare successore del papa defunto, tale Giacomo della Chiesa, arcivescovo di Bologna. La disputa sull’antisemitismo sostenuta con la Francia aveva incrinato i rapporti con quel Paese, ed anche con altri, sempre a causa del fatto che le gerarchie ecclesiastiche continuavano a credere alla esistenza di omicidi rituali commessi da ebrei. Della Chiesa, di origini nobili come la maggior parte dei collaboratori del papa, aveva trascorso lunghi anni presso la segreteria del papa, ed era uomo di notevoli capacità: conosceva il modo di valutare gli sviluppi politici, aveva capacità diplomatiche e il senso della storia. Quando ascese al soglio decise di essere chiamato Benedetto XV. Il nuovo papa aveva capito che il nuovo ordine secolare non poteva più essere sostenuto e che la Chiesa avrebbe dovuto adeguarsi ai tempi nuovi, scendendo a patti con le nuove realtà, cioè movimenti come il socialismo e il sionismo. Benedetto fu capace di introdurre nella Chiesa un nuovo modo di intrattenere rapporti con la comunità ebraica, innanzitutto attraverso la soppressione


dei giornali cattolici antisemiti. Benedetto XV ebbe assai a cuore le vicende del conflitto mondiale e cercò una soluzione negoziata tra gli stati ex belligeranti in sede di conferenza di pace. Tuttavia il trattato di Londra che i Paesi usciti dal conflitto stipularono per regolare le risultanze del conflitto in termini di spartizioni territoriali e di influenza politica, conteneva una clausola che escludeva il Vaticano dal partecipare ai negoziati di pace. Uno Stato il cui capo si dichiarava prigioniero dell’Italia da un sessantennio, lui e i suoi predecessori, non aveva alcun diritto di partecipare ai negoziati post bellici, semplicemente perché quella guerra non l’aveva combattuta. I negoziati furono aperti da un cattolico francese, tale Deloncle insieme con un ebreo francese, tale Perquel. Nel maggio successivo, il 1915, i due promotori dei negoziati incontrarono il papa in udienza privata, nel corso della quale il papa annunciò la preparazione di un enciclica a favore degli ebrei, però a condizione che il peso del Vaticano a livello diplomatico si rafforzasse. I negoziati, dopo un periodo di iniziale entusiasmo finirono nel vuoto, tanto più che gli ebrei rifiutarono l’appoggio del papa perché preoccupati da ciò che l’atteggiamento di favore nei riguardi del Vaticano poteva comportare a loro danno. Inoltre non era costume degli ebrei farsi coinvolgere in vicende internazionali, e nondimeno le condizioni poste dal papa ad una eventuale collaborazione con gli ebrei avrebbero reso ostili agli ebrei altri stati d’Europa con cui le comunità ebraiche erano allora in buoni rapporti. Il succo del discorso era che il Vaticano, neanche se si fosse riconciliato con tutti gli ebrei presenti nel mondo, avrebbe potuto essere legittimamente ammesso al tavolo delle trattative. Benché escluso dai negoziati continuò a essere preoccupato per la sorte dei cattolici polacchi dopo la guerra. La Polonia era attualmente divisa tra l’Impero austroungarico e la Prussia, e costituiva il problema più urgente in sede di negoziati di pace. Alla fine della guerra l’Arcivescovo di Varsavia chiese al pontefice di inviare un emissario in Polonia per chiarire la situazione, e in risposta Benedetto XV inviò Achille Ratti, il futuro Pio XI. La Polonia era sin dal XIV secolo fondamentale per gli ebrei che da allora vissero in quel paese facendo da intermediari tra la nobiltà terriera e i contadini. Tuttavia nel XVIII secolo a causa


della ostilità della Russia la condizione degli ebrei polacchi cominciò a peggiorare. Tuttavia negli ultimi due decenni del XIX secolo la Polonia continuò ad ospitare ebrei se non altro per salvarli dagli artigli della Russia e dalle restrizioni imposte loro in quel Paese. Il ruolo di mediatori che come detto era stato degli ebrei per secoli, si era sostanziato attraverso il possesso esclusivo degli empori, attraverso il prestito di danaro e attraverso il commercio del bestiame. Tuttavia agli ebrei vanno ascritti anche altri meriti, ad esempio di aver favorito con le loro attività economiche, l’avanzamento e lo sviluppo economico della Polonia.

Lo sviluppo dei movimenti antisemiti e nazionalisti in Polonia cominciò ad diffondersi alla fine dell’‘800. Oltre agli altri va ricordato il movimento capeggiato Dmowski che agiva in Polonia orientale mentre nella parte di Polonia in mano agli austriaci i movimenti antisemiti e nazionalisti erano convinti che gli ebrei ivi presenti costituissero un pericolo. Gli ebrei furono additati, dopo la fine della guerra, quali colpevoli di aver accolto a braccia aperte l’invasore russo. Ciò determinò lo scatenarsi di violenze e repressioni in tutto il territorio della Polonia. Quando nel 1919 cominciò la conferenza di pace a Parigi, il trattato che ne derivò impose che le minoranze ebraiche in Polonia dovevano essere protette dalle periodiche violenze. Quando l’anno successivo la Polonia entrò in conflitto con la Russia rivoluzionaria, e dovette ritirarsi nei propri confini dopo aver conquistato numerose posizioni in territorio russo, la propaganda attribuì la sconfitta ai bolscevichi russi, i quali vennero ritenuti strettamente legati agli ebrei, e che anzi l’ebraismo avesse inventato il bolscevismo. Per esigenze conoscitive della situazione polacca, il papa, dopo i recenti avvenimenti in quel Paese, inviò in missione in Polonia Achille Ratti, il quale sondando il terreno apprese che i polacchi ritenevano gli ebrei un problema.

In una lettera del 1918 Ratti riferiva al cardinal Gasparri i disordini presenti in Polonia e propose un incontro con dei rappresentanti polacchi della comunità ebraica, incontro che si verificò mentre Ratti era in visita a Sandomierz. Per intercessione di Ratti il vescovo locale incontrò una delegazione di ebrei polacchi. Tuttavia pochi giorni dopo la visita di Ratti, ricominciarono i pogrom. Il 25


novembre il vescovo di Varsavia ordinò che le violenze sugli ebrei cessassero. Per quanto riguarda il rapporto conclusivo di Ratti questo giunse presso il pontefice nel gennaio 1919, e lungi dal dire bene dei giudei li considerava una minaccia, tuttavia ne descriveva nei dettagli le condizioni in cui versavano in Polonia, che erano delle peggiori.Tuttavia esisteva una classe ebraica di affaristi, usurai e piccoli commercianti, diceva il rapporto, che costituivano la classe dominante in  quel Paese. I pogrom venivano giustificati da Ratti con l’opposizione dei polacchi agli ebrei che si ritenevano fautori del bolscevismo. Nel frattempo Ratti ricevette una copia di una dichiarazione preparata da una missione polacca a Vienna. In essa vennero riportati i più turpi crimini ai danni della comunità ebraica, come i saccheggi a danno della popolazione inerme, che in tal modo gli aggressori riducevano alla fame. Questi accadimenti poiché rivolti contro ebrei erano senz’altro manifestazioni di antisemitismo. Immediatamente dopo la cessazione delle violenze un gruppo di ebrei presentò una petizione di denuncia al presidente del Consiglio. Per tutta risposta il Presidente attribuì la causa del pogrom agli ebrei, in quali erano stati visti subito prima dei torbidi, in un teatro locale gridare: “Abbasso la lingua polacca, non vogliamo un governo polacco”. Uno dei consiglieri disse in quell’occasione che quelle violenze erano il frutto di una campagna di provocazione degli ebrei nei confronti della popolazione polacca. Quindi un altro consigliere stavolta ebreo disse che non c’era stato a teatro alcun inno antipolacco e che egli era presente nel momento in cui gli ebrei inneggiavano ad una Polonia libera e unita.

Per quanto riguarda le informazioni che Ratti aveva appreso sul comportamento della locale Chiesa cattolica, egli seppe che essa chiesa era fortemente impegnata nella repressione dei movimenti socialisti, anche per via delle prossime elezioni comunali in cui tra il fronte nazionale e quello socialista liberale i cattolici erano tenuti a scegliere il primo.

Il 21 novembre di quell’anno ebbe luogo un ennesimo pogrom a Lvov durante il quale i cattolici polacchi avevano distrutto tre sinagoghe insieme a molte case di ebrei e diversi luoghi di preghiera dando poi alle fiamme alcuni rotoli di scritture


ebraiche, alcuni del quali molto antichi. Il 15 gennaio il rapporto di Ratti era pronto per essere trasmesso alla santa sede, cioè al cardinal Gasparri.

Quando poi le notizie dei pogrom raggiunsero la sede dei negoziati di Pace cioè Versailles, i rappresentanti dei governi riuniti al tavolo delle trattative emanarono un documento in cui imponevano alle autorità polacche di non permettere altri episodi del genere. Ratti peraltro fu richiamato in Vaticano quando cominciarono all’interno della Polonia scontri tra opposte fazioni etniche per la regolazione dei confini delle nuova Polonia unita. La tensione aveva raggiunto il culmine, soprattutto come al solito contro gli ebrei ma anche tra altre etnie presenti nel Paese. Ai primi di giugno Ratti lasciò la Polonia. Fu solo grazie a monsignor Ermenegildo Pellegrinetti,  devoto collaboratore di Ratti e rimasto in Polonia dopo la partenza del suo  superiore, che si ebbe un resoconto scritto ad uso della Chiesa sulla situazione in Polonia. Il documento che egli preparò constava di 70 pagine e raccoglieva in sintesi tutto il materiale procuratosi da Ratti. Nella relazione di Ratti, parallela a quella del suo collaboratore, un’intera sezione era intitolata a “Gli ebrei”, che però quando fu resa pubblica un settantennio dopo, cioè nel 1990, risultava parafrasata. La novità della relazione, tralasciando leggende come l’ingestione di sangue umano, stava nel tentativo di descrivere le relazioni tra ebrei e russi prima della caduta dello zar, che in sostanza avevano implicato la deportazione di quasi tutti gli ebrei russi in  Polonia. Ovviamente questa scelta determinò una serie di scontri tra i polacchi e gli ebrei ivi inviati.

Pellegrinetti notò che mentre i socialisti e i radicali mostravano atteggiamenti filoebraici , i nazionalisti continuavano a ritenere gli ebrei un pericolo, soprattutto attraverso l’accusa di essere gli agenti della cospirazione bolscevica. Intanto Benedetto XV moriva. Il conclave era diviso tra coloro che sostenevano Merry De Val e coloro che sostenevano Gasparri. Tuttavia quest’ultimo, rendendosi conto di avere scarse probabilità di essere eletto dirottò i suoi voti su Achille Ratti, che nel 1922 divenne papa con il nome di Pio XI. L’opinione che il nuovo pontefice avrebbe avuto sugli ebrei nel corso del suo pontificato, è corroborata da un


colloquio che egli ebbe con Mussolini nel 1932. Il papa stesso sollevò la questione ebraica, asserendo che se all’epoca il comunismo rappresentava un problema ciò dipendeva dall’avversione del giudaismo nei confronti del cristianesimo. Tuttavia il papa pensava che gli ebrei italiani fossero una eccezione. Ma gli ebrei dell’Europa orientale specie se polacchi costituivano un problema davvero serio. Ne aveva avuto conferma nei tre anni passati in Polonia quando ancora era segretario di stato.

I prodromi dell’Olocausto

Dopo che per tutto il XIX secolo i semi dell’antisemitismo erano stati gettati, dopo la morte di Pio XI, avvenuta nel 1939 si tornò per quanto riguarda la situazione  degli ebrei, ad un secolo addietro. Agli ebrei di vaste zone dell’Europa vennero tolti i diritti di cui avevano beneficiato da meno di un secolo prima. La situazione era abbastanza critica. Il ruolo rivestito dal Vaticano nelle politiche di discriminazione che prepararono l’Olocausto si manifestò con maggior vigore nei territori soggetti all’autorità della Chiesa. Il caso dell’Italia è particolare. Fino ad arrivare a Giovanni Paolo II i papi erano stati tutti italiani. E italiane erano le gerarchie cattoliche in maggioranza, ragion per cui il Vaticano aveva un controllo più diretto sugli atteggiamenti popolari. I “Protocolli dei Savi anziani di Sion” vennero presentati dagli autori come un documento appena scoperto in cui erano dettagliatamente descritti i piani di conquista del mondo da parte degli ebrei, un documento che avrebbe anche abbondantemente animato la propaganda antisemita del partito nazista negli anni precedenti l’ascesa al potere di Adolf Hitler. Numerose pubblicazioni negli anni ’20 fecero eco a questo scritto, ed anche ovviamente le gerarchie cattoliche con i loro organi di stampa. La prima edizione dei protocolli fu data alle stampe da monsignor Benigni, che ebbe anche a dichiarare che l’ostilità della Chiesa verso gli ebrei era motivata non da intolleranza verso la loro religione ma dalle degenerazioni in cui gli ebrei incorrevano a causa dell’osservanza del Talmud, ad esempio il proposito di conquistare il potere mondiale.

In Francia il massimo promotore della diffusione dei protocolli fu padre Ernest Jouin, che ne curò la pubblicazione. Il sacerdote fondò anche un movimento politico


denominato “Lega franco cattolica”, tutte iniziative rivolte a difendere la Chiesa dallo strapotere ebraico. L’insistenza di Jouin sulla cospirazione giudaica era in perfetta sintonia con il movimento antisemitico in Germania. Dall’Italia Jouin andava ripetendo che i due obiettivi che gli ebrei si erano prefissi erano il dominio del mondo e la distruzione del Cattolicesimo per odio verso Gesù Cristo, ottenendo gli encomi prima di Benedetto XV e poi di Achille Ratti quando quest’ultimo divenne papa, nonché del cardinal Gasparri. Le buone impressioni provocate in Vaticano procurarono a Jouin anche la promozione a protonotario apostolico. Tuttavia va detto che nello stesso frangente in cui l’antisemitismo su base etnica otteneva un notevole consenso, sorsero anche associazioni a difesa degli ebrei come la nota associazione degli “Amici di Israele” il cui scopo era la conversione degli ebrei al cattolicesimo. Tuttavia questa associazione non durò molto, perché, tacciata di diffondere notizie false e di propagandare dottrine eretiche, fu soppressa dal Sant’Uffizio, senza fornire spiegazioni ufficiali. Tuttavia un accenno di chiarimento venne da padre Rosa, responsabile di una rivista cattolica. Padre Rosa distingueva tra antisemitismo esterno al Cristianesimo e antisemitismo cristiano. La dichiarazione del Sant’Uffizio che condannava l’antisemitismo si riferiva ovviamente non all’antisemitismo cristiano ma a quello relativo all’ebraismo che in quegli anni si diffondeva in tutta Europa e tendeva ad assoggettare attraverso il controllo della sfera economica i popoli del continente. Per di più agli ebrei andava addossata la colpa della Rivoluzione russa come secoli addietro quella della Rivoluzione francese, e la recentissima sequela di sommosse in Ungheria. Per quanto poi riguardava l’Austria il corrispondente di un giornale cattolico denunciava come gli ebrei si fossero appropriati delle ricchezze del Paese. Alla fine dell’anno successivo, si era nel 1921, il papa Ratti ricevette dall’Austria notizie ancora più spaventose. Un corrispondente della stampa cattolica fece presente al papa che i giudei a breve e se non fossero stati in qualche modo fermati, avrebbero ridotto l’Austria ad un niente, anche grazie alle sempre più frequenti sommosse messe in atto dai movimenti socialisti controllati sempre dagli ebrei. Negli anni venti e negli


anni trenta si può affermare che qualsiasi organizzazione in Austria che si dicesse cattolica era anche antisemita. Ad ogni modo le organizzazioni cattoliche, sempre in virtù della distinzione tra antisemitismo buono e antisemitismo cattivo tennero inizialmente un atteggiamento di sfiducia nei riguardi dei partiti dichiaratamente antisemiti, come il partito nazista. Quindi per quanto riguarda l’atteggiamento della Chiesa nei riguardi del problema ebraico va detto che dopo aver attribuito anche attraverso le proprie pubblicazioni, agli ebrei la responsabilità di fenomeni come capitalismo internazionale, bolscevismo, e socialismo, giungeva alla conclusione che, nonostante ciò il movimento di Adolf Hitler rappresentava una minaccia per la Chiesa, in quanto le gerarchie erano convinte che il nazismo non fosse un movimento cristiano, ma piuttosto pagano. Anche in Polonia la situazione era  simile, tuttavia le misure adottate dalla Chiesa per il tramite del cardinale Hlond non erano tali da minacciare gli ebrei polacchi ma solo rivolte a garantire una pacifica convivenza tra cristiani ed ebrei, che era fondata sulla divisione dei due popoli e sulla non commistione tra cattolici ed ebrei. Verso la fine degli anni Trenta un quotidiano polacco affermò che fino a quando agli ebrei fosse stata riconosciuta la parità di diritti il problema ebraico sarebbe rimasto insoluto.

Il Vaticano osservò a distanza l’ascesa di Hitler in Germania con preoccupazione e subito tentò di venire a patti col dittatore, attraverso la firma di un concordato che garantisse la libertà di azione della Chiesa in Germania. Inizialmente i tedeschi furono da subito favorevoli all’accordo ma  dopo qualche tempo cominciarono a  non rispettarlo. Il papa tentò di imporsi attraverso un’enciclica, in cui denunciò il tradimento tedesco relativo al concordato, ma queste prese di posizione suscitarono la furia dei nazisti. Nonostante la stampa cattolica continuasse a tenere a distanza il movimento nazista, dopo il 1938 e la famigerata “Notte dei cristalli”, e con il governo fascista che varava le sue leggi razziali, la Chiesa fu costretta a tornare alla propaganda antiebraica. Di lì a poco i membri delle gerarchie dovettero interessarsi alla situazione ungherese, in cui esplicitamente gli ebrei conducevano operazioni di propaganda popolare a proprio favore. Tuttavia il problema venne parzialmente


risolto attraverso l’impegno di 250.000 membri della Azione cattolica ad escludere gli ebrei dal partecipare ai canali di opinione pubblica, e soprattutto ad impedire loro di svolgervi un ruolo attivo.

Nell’autunno del 1938 il papa rinnovò l’affermazione secondo cui tutti i cattolici sono spiritualmente semiti. La commissione del 1998 sull’Olocausto cita queste parole a memoria della tolleranza che Pio XI ebbe nei riguardi degli ebrei e che non cedette mai all’antisemitismo biologista, contro il quale il papa nutriva un atteggiamento di diffidenza e di condanna. Sempre nel 1938 il papa affidò verbalmente il compito di scrivere un’enciclica sull’antisemitismo a padre John Lafarge, un gesuita americano. Ciò in quanto il papa era rimasto impressionato da un libro pubblicato dal gesuita dal titolo “Interracial justice”. Coadiuvato da altri uomini di Chiesa, il gesuita redasse il documento, inserendovi le solite accuse nei riguardi degli ebrei ma condannando recisamente l’antisemitismo razzista. L’enciclica in parola non venne però mai pubblicata. Quando il testo dell’enciclica, fino ad allora nascosto perché ritenuto rischioso per l’autorevolezza della Chiesa giunse tra le mani di Pio XI quest’ultimo era in punto di morte. Il papa successivo cioè Pio XII non prese in considerazione l’enciclica, per il timore di inficiare i rapporti con la Germania nazista. Il 1938 come detto è anche l’anno in cui  il governo fascista di Mussolini emanò le “leggi razziali” contro gli ebrei, che rinnovavano i provvedimenti restrittivi a loro carico adottati in epoche precedenti estendendoli all’Italia intera. Alle leggi razziali seguì lo sterminio degli ebrei europei o di gran parte di essi durante la successiva vicenda bellica. Ovviamente le leggi razziali furono appoggiate dalla Chiesa cattolica, la quale per decenni aveva denunciato il pericolo ebraico sui propri giornali d’opinione, e non solo esse leggi ebbero l’appoggio della Chiesa e delle sue gerarchie ma anche del popolo cristiano. Nondimeno la Chiesa continuava a rifiutare l’approccio antropologico al problema ebraico, insomma l’antropologismo di stampo biologico. Tuttavia il motivo per cui la Chiesa non si espresse contro le leggi razziali è che tali leggi andavano a risolvere un problema che la chiesa stessa aveva sempre denunciato e relativamente al quale


le leggi in questione contenevano un principio di soluzione. Un unico punto di disaccordo con le leggi razziali da parte della Chiesa riguardava l’inopportunità di negare i matrimoni misti, cioè tra cristiani ed ebrei. A guerra finita poi alcuni rappresentanti vaticani tentarono di indurre il nuovo governo a modificare le leggi razziali secondo alcune direttrici: i matrimoni misti dovevano essere riconosciuti; gli ebrei battezzati dovevano essere considerati cattolici e non ebrei; i matrimoni tra cattolici di nascita e cattolici nati ebrei dovevano essere considerati validi. Queste istanze non sarebbero state più necessarie dopo la approvazione della Nostra Carta Costituzionale, che notoriamente consente a tutti i cittadini di accedere al matrimonio. E che considera il matrimonio, a certe condizioni, alla stregua di un diritto, garantito a tutti i cittadini.

 

I rapporti tra la Chiesa cattolica, nella persona di Pio XII e le atrocità commesse durante la II Guerra mondiale a margine dello scontro bellico

E’ bene partire dal principio secondo cui il papa è un capo di Stato oltre che un capo religioso, e ciò implica che da un lato il papa è un politico e dall’altro una autorità spirituale. Questo vuol dire che quando ci sono delle interferenze di qualsiasi tipo nell’ambito politico che vadano contro quello che è il ruolo del pontefice, quest’ultimo è legittimato a far sentire la propria voce nel consesso della comunità internazionale. E ciò vuol dire anche che quando sono posti in pericolo i dogmi papali, cioè le statuizioni di ordine spirituale fissate dal papa, quando cioè si tenta di delegittimare l’autorità spirituale del Pontefice, è più che legittima da parte di quest’ultimo una presa di posizione in senso contrario.

Tutto ciò però, per uno strano paradosso della storia, non si verificò da parte di un pontefice, Pio XII, il quale in rifermento alla barbarie del secondo conflitto mondiale, evitò di pronunciarsi , anche se coinvolto nel conflitto sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista spirituale. L’assenza di alcun intervento


diplomatico da parte del papa, perfino a carattere di monito o di condanna, sulle atrocità poste in essere dagli Stati in conflitto, valse in particolare per due comunità: la Polacca e la Croata, comunità che furono, durante il II conflitto mondiale, particolarmente interessate da atti di estrema violenza compiuti dall’occupante, prima nazista poi comunista. Vero è che da più parti, di fronte soprattutto alla barbarie nazista, venne sollecitato un intervento da parte di Pio XII al cospetto della comunità internazionale perché tale comunità intervenisse a sostegno dei popoli che il nazismo e il comunismo stavano rendendo oggetto di feroci rappresaglie e di umilianti violenze. In particolare, e a parte la “questione ebraica”, la Polonia e la Croazia, le quali costituirono i Paesi più colpiti dalla ferocia della guerra “di annientamento” portata avanti da nazisti e comunisti, i pronunciamenti di Pio XII in riferimento agli odiosi atti di cancellazione della cristianità da parte degli eserciti tedesco e comunista furono alquanto rari, e quando vi furono non ebbero conseguenze né nel favorire insurrezioni nei confronti degli occupanti, né nel senso di invocare un concreto aiuto umanitario sempre in sede di Comunità internazionale a favore di coloro – i cattolici polacchi e in secondo momento croati – che di quell’aiuto avevano massimamente bisogno. Tuttavia se si può con un certo grado di sicurezza affermare che Pio XII, rimanendo in silenzio di fronte alle turpitudini abominevoli della guerra, non abbia fatto altro che adempiere ad una missione che è, prima che materiale e secolare, eminentemente spirituale, quale è la missione del Vicario di Cristo, nondimeno si potrebbe essere portati a pensare che dinanzi alla violenza scatenata dalla guerra più feroce di ogni tempo, il papa avrebbe potuto in qualche modo, valendosi della propria autorità, censurare certi comportamenti, per restare alla Polonia e alla Croazia, invece perpetrati senza che Pio XII desse seguito alle comunicazioni sempre più insistenti che i nunzi pontifici dislocati in tutta Europa, gli inviavano per evidenziare che oltre ad un conflitto combattuto mediante l’osservanza delle regole di guerra, vi erano alcuni tipi di comportamento che costituivano niente più e niente meno che violenze, orrori e vessazioni gratuiti.


Per quanto riguarda la Polonia, una volta eseguita la spartizione dello stato tra nazisti e comunisti, spartizione avvenuta tra il settembre e il novembre del 1939, il Paese polacco era allo stremo. Ma ove ciò non bastasse, la permanenza e lo strapotere degli invasori, che avevano costretto il “legittimo” governo della Polonia ad emigrare a Londra come d’altra parte avevano fatto tutti i governi di tutte le Nazioni sottomesse dai tedeschi in Europa, dava luogo a causa del fatto che non c’era più un esercito polacco in grado di resistere, alle più atroci barbarie, sia nei confronti degli ebrei che dei cattolici; ma in questa sede parleremo soltanto dei cattolici perché la sorte degli ebrei, che fu ben peggiore, è nota a chiunque abbia un minimo di conoscenze storiografiche. L’oggetto della domanda da cui trae origine questa parte del presente scritto è “il perché del silenzio” del Papa dell’epoca, cioè  il già nominato Pio XII di fronte all’orrore di un conflitto mondiale ancora più sanguinoso del primo. Va innanzitutto evidenziato, per rispondere alla domanda, che il concetto che Pio XII, come anche i suoi predecessori, aveva di sé, era paragonabile a quello di colui che attraverso la divina autorità, cioè l’autorità che gli deriva da Dio, è posto nella condizione di governare, attraverso una legittimazione a carattere spirituale, tutto ciò che riguarda la sfera per l’appunto spirituale, e quindi “morale” e non solo in riferimento allo stato del Vaticano, ormai ridotto a un territorio di qualche centinaio di kilometri quadrati, ma all’intera umanità. Se ciò è vero allora non si capisce il profondo silenzio che da parte del pontefice si ebbe in riferimento alle condizioni della Polonia, che peraltro ospitava una delle più numerose comunità cattoliche dell’Europa intera. Eppure i messaggi dei nunzi apostolici, dei vescovi polacchi, dei preti e del clero tutto erano ben presenti al pontefice. La domanda che però l’autore dello scritto in commento si pone in via ulteriore è relativa a quali siano i doveri del papa in caso di guerra.

Il primo dovere di un papa nell’imminenza di un conflitto è inizialmente di paciere, di mediatore, di ammonitore. In un secondo momento è quello di valutare quali siano le colpe dell’uno e dell’altro contendente per riuscire a stabilire le colpe di ognuno dinanzi a Dio. Terzo compito, il più importante, è quello che consiste nel


farsi garante della corretta condotta di guerra da parte dei belligeranti. Nella fase conclusiva della guerra il papa deve poi essere garante della congruità delle condizioni di pace. Tuttavia ai tempi di Pio XII il potere temporale di cui la figura del papa disponeva, non era più quello dei suoi antichi predecessori ma neanche della gran parte dei suoi omologhi recenti. Basti pensare che il papa non disponeva più di un esercito e neanche di territori che avrebbero potuto, se ancora fossero stati interessati dalla sua autorità, essere fonte di coscritti da inviare a difendere i cattolici polacchi. Il primo papa moderno che poté assumere dinanzi ad un conflitto armato un atteggiamento da autorità spirituale e non temporale, fu Benedetto XV, il quale era pienamente consapevole dei rischi che qualsiasi pontefice al suo posto avrebbe corso se avesse adottato la benché minima presa di posizione in merito al conflitto. In seguito la neutralità della Chiesa fu ufficialmente sancita da Pio XI, tuttavia nei trattati del Laterano fu inserita la clausola secondo cui la Chiesa è detentrice del diritto di far sentire la propria voce quando il diritto internazionale lo richieda e anche quando lo richiedano le esigenze di pace e di dialogo tra le nazioni. Quali sono quindi le regole che un papa deve seguire in tempo di guerra?

Innanzitutto lo scoppio di una guerra non comporta la immediata denuncia della stessa da parte del papa, insieme alla condanna morale delle responsabilità.

La denuncia delle ostilità deve essere operata quando si è certi che non via sia la possibilità di condurre le parti in guerra ad un accordo valido per entrambe cioè di favorire le trattative di pace. Ma anche in questo caso chi effettua la denuncia deve tener conto che essa denuncia deve muovere da considerazioni di ordine etico, dopo avere appurato le relative responsabilità. In nessun caso però la Chiesa è tenuta a pronunciarsi quando il conflitto non riguardi il popolo dei fedeli cioè quando non coinvolga cattolici. La risoluzione per un intervento militare in queste situazioni deve essere effettuata solo se davvero necessaria e solo se ne va della vita dei cattolici in guerra.

Di fronte poi a delitti di lesa umanità è ovviamente lecito un tentativo preliminare atto a far cessare i comportamenti inumani e degradanti. Tuttavia scoprire che


indugiare nelle trattative determinerebbe una perdita di tempo e delle inutili aspettative, mentre le proporzioni dell’ecatombe aumentano servirebbe soltanto ad aggravare le conseguenze del conflitto in parola.

L’ultima tappa delle trattative di pace o di pacificazione può essere la denuncia generica e impersonale delle crudeltà consumatesi nel corso del conflitto. Ma se anche essa rimane sterile allora tutto ciò che rimane da fare riguarda una netta presa di posizione in sede internazionale.

Tutto ciò non venne mai fatto da Pio XII in merito al II conflitto mondiale. Tutto ciò che seguirà in questa parte del presente scritto costituisce un’ indagine, per quanto liminale, sui motivi del suo silenzio.

E’ necessario innanzitutto ribadire che Pio XII non ha mai dichiarato una condanna delle operazioni belliche sin dal loro inizio; ha taciuto non per ignoranza di quanto accadeva ma per motivi ancora ad oggi non del tutto chiari; continuò a tacere nonostante le sollecitazioni della collettività cattolica e delle vittime nel senso di una sua presa di posizione chiara e diretta nei confronti dei comportamenti disumani messi in atto nelle zone di guerra senza alcun rispetto per il diritto bellico. Occorre operare inoltre un distinguo tra due considerazioni: se Pio XII fosse tenuto a pronunciarsi sulla guerra in sede internazionale; e se Egli vi fosse tenuto occorrerebbe conoscere quali siano le cause del suo ostinato silenzio e soprattutto se possano trovare una qualche giustificazione presso i posteri.

Il fatto che più sorprende chi prenda nella dovuta considerazione la vita e l’attività pastorale di papa Pio XII e su cui non può non interrogarsi è il muro di silenzio dietro cui il pontefice si nascose all’indomani dello scoppio del II conflitto mondiale. Al contrario dell’atteggiamento del pontefice molti erano coloro che nell’entourage del papa si aspettavano una condanna senza appello dell’inizio delle ostilità. Ciò che invece il pontefice non si peritò di dichiarare fu la sua profonda preoccupazione per lo svolgersi di avvenimenti che preannunciavano, data la spartizione del territorio polacco tra nazisti e comunisti, l’avvento in Europa occidentale delle armate dei nemici di Dio, cioè i comunisti. Il papa non mancò di


allusioni pessimistiche anche a sfavore di coloro i quali, dalla Germania si muovevano alla conquista di popoli per instaurare in Europa un nuovo ordine.

Alcune settimane dopo lo scoppio della guerra Pio XII, nel consueto discorso natalizio affermava che non esiste niente di peggio che dover commemorare una festività in tempi in cui uomini uccidono altri uomini per fini di arricchimento e di odio ideologico. E con lo sguardo rivolto al futuro il papa non poteva fare altro che constatare che a conflitto concluso sarebbe stato assai difficile ricostruire l’Europa sulla base del fatto che le presenti devastazioni belliche, una volta concluse, avrebbero dato alla cristianità il colpo decisivo. All’epoca in cui Pio XII pronunciava queste parole egli, come quasi nessuno, non aveva ben chiaro che il vero pericolo per l’Europa era costituito dai nazisti molto più che dai comunisti. Ma questa miopia del pontefice sarebbe presto svanita. Quando nel 1940 le armate naziste avevano invaso e conquistato militarmente i territori della Danimarca e della Norvegia, nonché Belgio, Lussemburgo e Olanda, insieme alla Francia, il papa inviò missive di solidarietà ai governi di quei Paesi. Ciò che non volle permettersi di fare fu inviare missive analoghe ai popoli che in quello stesso 1940 stavano cadendo nelle mani dei sovietici e cioè gli Stati Baltici, la Bessarabia e la Bucovina, mentre l’Italia attaccava la Grecia e le truppe dell’Asse invadevano la Jugoslavia.

Nondimeno e a parte le riflessioni e i conseguenti atti di natura politica, Pio XII da buon pontefice era più che convinto che i problemi della guerra erano, ad delle politiche di alleanze e di contrapposizione, in sostanza legati “a filo” doppio a questioni morali. E quanto ai tentativi diplomatici per una cessazione elle ostilità  Pio XII dovette ricredersi in merito a tale possibilità nell’incontro di Casablanca (1943), nel quale apprese chiaramente che l’unico stato di fatto che la Germania avrebbe accettato per far cessare le ostilità era giungere ad una situazione nella  quale il Reich tedesco non avesse altra scelta che la resa senza condizioni. Fino ad allora si sarebbe continuato a combattere. Dati i fatti Pio XII tentò da quella data, cioè il 1943, più volte di ottenere la neutralità dell’Italia che in quanto non più coinvolta nel conflitto avrebbe potuto costituire un efficace cuscinetto contro una


eventuale avanzata delle truppe comuniste, a beneficio del Vaticano. Una volta compreso che tutto ciò non sarebbe stato possibile il pontefice si limitò a diffondere messaggi a favore della pace, e soltanto a guerra quasi del tutto conclusa pronunciò parole di dura condanna contro la guerra e i suoi responsabili.

Se però il pontefice fu ben consapevole dei fatti bellici maggiori, egli fu sicuramente all’oscuro di ciò che nei territori occupati da nazisti e comunisti si consumava in silenzio, il silenzio di chi muore senza neanche l’opportunità di imbracciare un fucile. A tal proposito le statistiche parlano chiaro. I nazisti si resero colpevoli, secondo le stime diffuse ovviamente a guerra conclusa, del massacro di:

-         6 milioni di ebrei di diverse nazionalità;

-         500 – 700.000 ortodossi serbi;

-         200.000 malati inguaribili mediante il programma di eutanasia;

così come furono deportati decine di milioni di abitanti dei territori occupati e vittime di razzie decine di migliaia di bambini. Eppure questo genocidio, che ha avuto proporzioni immani, non è stato oggetto, da parte della Santa Sede, di alcun documento che ne denunciasse con forza l’abominio ma soltanto la formale e fredda registrazione delle cifre, senza che da ciò trasparisse alcuna censura a carattere morale. Fu questo il silenzio che ancora oggi si rimprovera a Pio XII. Un silenzio che non fu interrotto neanche nel 1941, quando le truppe tedesche avevano in mano l’intera Europa occidentale, teatro di orrendi abomini perpetrati al di fuori della disciplina posta dai trattati alla conduzione delle operazioni di guerra. E si può certamente affermare che per l’intera durata della guerra, in ogni pubblico messaggio trasmesso da Radio Vaticano con la voce del papa, non si parlò mai espressamente della apocalisse bellica ma solo e soltanto dei soliti problemi a carattere religioso, dei quali senza tema di sbagliare, avrebbe continuato a parlare anche se l’Europa fosse stata interessata dalla più pacifica convivenza. Tutto ciò mentre le camere a gas uccidevano milioni di polacchi, interi villaggi venivano dati alle fiamme con le loro chiese, mentre 300.000 ebrei in quell’anno morivano nel silenzio e mentre milioni di nuove vittime venivano condotte nei ghetti, nei lager, e


che finanche in casa propria vivevano nell’attesa spasmodica dello sterminio. Sempre in prossimità della fine del conflitto il papa pronunciò in un pubblico discorso le seguenti frasi: ” [Mi riferisco] alle centinaia di migliaia di persone che senza veruna colpa propria, talora solo per ragioni di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o a un progressivo deperimento”. In questa espressione è contenuto l’ultimo spiraglio che Pio XII volle aprire su misfatti che egli ben conosceva, ma sui quali anche a guerra finita non volle mai più interrompere il proprio silenzio.

La domanda che però bisogna porsi è se davvero Pio XII conoscesse le immani turpitudini commesse dai nazisti e dai loro alleati durante in conflitto. Il gesuita Roberto Leiber, che fu segretario di papa Pacelli per 34 anni, dal 1924 alla morte, interrogato dalla stampa tedesca in merito alla condotta in parola affermò senza tema di errore che Pio XII non conosceva cosa stava accadendo in quegli anni e tanto meno lo conoscevano gli alleati. Tutto l’orrore venne a galla dopo la fine del conflitto. Anche lo storico ufficiale della Chiesa, Alberto Giovannetti, che scriveva per l’Osservatore romano, riferì che, data l’assenza di rappresentanti pontifici nei territori occupati dal Reich, l’isolamento cui era relegato il nunzio a Berlino, le scarse in formazioni disponibili da parte nazista sconsigliavano di prendere posizione su fatti che avrebbero potuto giustificare l’accusa di violazione della neutralità da parte del Vaticano.

Nella primavera del 1963 nessuno poteva immaginare che le polemiche sull’opera teatrale “Il Vicario” potessero protrarsi al di di qualche settimana, mentre invece sollevarono un “vespaio”. Tanto che nel 1964 Padre Angelo Martini fu incaricato di riesaminare la questione dal quotidiano “Civiltà cattolica”. La  conclusione dell’inchiesta fu che in parte Pio XII sapeva, ma al pari della Comunità internazionale, di cui anche il Vaticano è parte, non conosceva ad esempio il numero degli ebrei sterminati nei lager, che ammontavano a circa sei milioni, cifra che fu divulgata sia dal governo polacco in esilio sia dalla Comunità Ebraica Internazionale. Tuttavia le notizie che nei primi anni successivi alla cessazione delle


ostilità potevano essere trasmesse non potevano riguardare gli internati nei campi, e infatti ancora oggi esistono opere di saggistica che si interrogano sulle cifre. Tuttavia Martini ritiene che Pio XII fosse a conoscenza dei fatti. E coloro i quali, a difesa del comportamento del papa in quei frangenti, fanno appello al sostanziale isolamento del Vaticano dalla conoscenza delle vicende belliche, non parlano secondo giustizia. Cioè se è vero che nei periodi di pace il Vaticano è ben scarsamente informato ciò non accade nei periodi i guerra, poiché anzi in tali periodi accade l’esatto contrario. Per quanto riguarda le prove di questa affermazione, può bastare quella di un cardinale francese, a nome Eugenio Tisserant, il quale nel 1944 dichiarava che durante la guerra il papa non era stato del tutto libero, ma non si può dire che tale libertà sia stata limitata dall’esterno, ciò in quanto i Patti del Laterano garantivano al papa il diritto di far sentire la propria voce nel consesso internazionale, sotto l’egida dello Stato italiano. Ma al di di tali supposizioni  sono i fatti a dar ragione sull’effettiva conoscenza degli eventi da parte di Pio XII, tanto che nelle sacre stanze vaticane trovarono ospitalità i rappresentanti diplomatici delle Nazioni in guerra con l’Asse sia in Europa che fuori dall’Europa, i quali rappresentanti avevano agio di comunicare le notizie provenienti dai rispettivi Paesi ai rappresentanti vaticani, notizie che essi diplomatici apprendevano nelle sedi ufficiali, ma anche attraverso contatti con persone esterne al Vaticano che avevano direttamente sperimentato la condotta di guerra dei belligeranti, anche a margine del conflitto.

Per quanto riguarda le trasmissioni radio, trasmetteva regolarmente la radio del vaticano, che consentiva di intrattenere rapporti anche con gli USA, cioè i Paesi di oltreoceano. Non è neanche vero che coloro i quali erano ospitati in Vaticano non avessero la possibilità di lasciare il luogo per raggiungere i Paesi di rispettiva provenienza. Per quanto riguarda la situazione delle rappresentanze vaticane nei territori impegnati nella guerra sotto il giogo del comunismo, Pio XII pensò bene di ritirare quelle stesse rappresentanze, ad esempio e soprattutto quella di Varsavia, patria di milioni di cattolici, ma anche quella del Belgio, quella d’Olanda, di


Lituania e di Lettonia, e infine di Belgrado, mentre la nunziatura a Vienna venne soppressa subito dopo la annessione dell’Austria al Reich. In relazione a tali atti si può affermare che la nunziatura di Berlino andò a sostituire tutte le precedenti, previo benestare del governo tedesco. Oltre alla nunziatura di Berlino ve ne erano altre e cioè quelle di Roma, quella di Vichy, Budapest, Bucarest, Bratislava, Berna, Madrid e Lisbona.

Per quanto riguarda le delegazioni apostoliche, quelle di cui la Chiesa disponeva su suolo europeo erano cinque: Sofia, Atene, Scutari, di non molta importanza e le due poziori di Londra e Istanbul. La delegazione di Londra era ovviamente la più importante in quanto a Londra erano rifugiati tutti i governi dei Paesi in cui i nazisti, dopo averli sottomessi, avevano imposto regimi filotedeschi.

Certo la polizia tedesca e italiana, cioè fascista, esercitava una notevole sorveglianza sul Vaticano, ciò che traspare se si considerano cinque periodi in cui durante la guerra si articolò lo status bellico della Santa Sede.

Innanzitutto tra il 1939 e il 1940 la libertà del Vaticano fu assoluta; tra il 1940 e il 1943 il Vaticano fu assoggettato ad un sopportabile controllo; tale controllo fu intensificato dopo l’occupazione di Roma da parte dei tedeschi, dopodiché il Vaticano tornò libero in coincidenza con la fine delle ostilità.

L’affermazione secondo la quale il Vaticano e quindi lo stesso Pio XII sapevano di ciò che accadeva nei territori occupati, corrisponda al vero, proviene anche dalla considerazione che, avendo stretti contatti con i movimenti di resistenza dei paesi i cui governi erano emigrati all’estero, per lo più a Londra, il Vaticano poteva disporre di tutte le informazioni occorrenti sulla guerra e sul suo andamento. Il problema centrale riguarda il “se” al Vaticano siano imputabili in tempo di guerra delle responsabilità in ordine a ciò che accadde a latere dello scontro bellico, proprio perché pur sapendo non aveva agito di conseguenza denunciando gli orrori del conflitto e soprattutto gli orrori che accadevano “nel corso” del conflitto e al di del conflitto. Va però aggiunto che tutti coloro che parteciparono al conflitto non avevano una idea ben chiara di quello che accadeva ad esempio nei lager nazisti, e


ciò era ignoto anche a coloro che più da vicino osservavano i comportamenti degli eserciti dell’Asse.

C’era un venire a conoscenza clandestino che dipendeva dalle dichiarazioni dei soldati in licenza, dalle trasmissioni di Radio Londra e delle altre stazioni sotterranee, ma erano ovviamente notizie frammentarie, probabilmente nella gran parte dei casi non di prima mano, ecc. Quanto alla Chiesa invece, questa ha sempre rappresentato una organizzazione sovranazionale che copre buona parte del mondo, che dispone di agenti sparsi in tutti i continenti e che quindi può generare un flusso di informazioni costante su tutto ciò che interessa sempre il Vaticano a tutti i livelli, e in primo luogo a livello bellico.

Quanto ai governi dei paesi occupati, certo riflettendo con maggiore lucidità non si può negare che non sapessero delle atrocità commesse dagli invasori, ma anche i governi in esilio avevano i loro canali informativi che utilizzavano per diffondere nel mondo le atrocità degli occupanti. Ovviamente in tale prospettiva la Santa Sede era un interlocutore privilegiato, dato il suo status di neutralità. Alcuni dei governi in esilio pubblicarono libri sui crimini nazisti, a partire dal 1939. Ma oltre ai libri ufficiali, cioè portati alla conoscenza di ogni possibile lettore, vi erano una serie di informazioni riservate che soprattutto nel 1942 ebbero ampia diffusione presso chi di dovere. Prodromi ne furono ad esempio la corrispondenza tra Pio XII e il presidente degli USA Roosevelt, nella quale quest’ultimo denunciava i crimini esterni al conflitto commessi dai tedeschi. Ma anche a prescindere dalle notizie ottenute dai governi, il Vaticano, come già accennato aveva a disposizione i nunzi apostolici dislocati anche nelle zone di guerra e quindi non poteva “non sapere”.

Nondimeno a sostegno della effettività di una attività ecumenica della Santa Sede in tempo di guerra si possono citare alcuni episodi avvenuti durante il conflitto. Il rappresentante della Santa Sede Monsignor Burzio elaborò un articolato rapporto sulle condizioni dei cattolici ebrei in Slovenia che poi inviò alla segreteria di Stato la quale lo trasmise al ministro della Slovacchia presso la Santa Sede, con una nota di protesta sempre relativa alla condizione dei prigionieri cattolici ed ebrei.


Il 9 marzo 1942 sempre Monsignor Burzio annunciava che era in atto la realizzazione di un provvedimento di deportazione degli ebrei presenti in Galizia e a Lublino il che, affermava Burzio sarebbe stato come mandarli incontro a morte sicura. Su tale avvenimento venne ovviamente data notizia al ministro slovacco Sidor in sede vaticana.

Tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, nonostante la contrarietà della Santa Sede,

70.000 ebrei furono evacuati dalla Slovacchia e ciò ovviamente dovette giungere all’orecchio del Pontefice.

Il nunzio pontificio che, molto più degli altri, i quali erano relativamente liberi di agire nel teatro di guerra, aveva come si dice “le mani legate” era il nunzio apostolico a Berlino, monsignor Cesare Orsenigo, che a un certo momento, dato il precedente ritiro dei diplomatici vaticani dai Paesi conquistati dall’Asse in Europa occidentale, il papa volle incaricare della nunziatura anche per tali Paesi. Tuttavia ciò suscitò la reazione tedesca, che contrastò fortemente la presenza del Vaticano  nei Pesi occupati.

Vi è poi il caso, che mi pare degno di nota, di tale Kurt Gerstein, membro delle SS, che visse strettamente a contatto con le atrocità che si commettevano nel lager di Treblinka, e che di tutto ciò che aveva avuto modo di vedere e constatare inviò un rapporto dettagliato a Monsignor Orsenigo. Altro tipo di informazioni, questa volta a carattere orale, venne fornita da alcuni ex prigionieri di Auschwitz che nel 1944 lasciarono quel luogo e resero, durante un colloquio durato 5 ore, a monsignor Orsenigo, un consistente insieme di informazioni.

Da quanto si è detto appare inverosimile che la Santa Sede non avesse notizia di ciò che accadeva in Europa. Anzi tutti i provvedimenti adottati tra il 1940 e la fine delle ostilità erano noti fin dalle prime battute alla Santa Sede. Ne fa piena prova ad esempio un documento recante un messaggio inviato dal papa al vescovo di Berlino, nel quale fra l’altro si leggono note di amarezza per il corso degli eventi bellici davanti e soprattutto dietro il fonte di guerra.


Quando infine la guerra era terminata da circa 20 giorni e nessuna rivelazione ufficiale era stata fatta sui lager e su ciò che accadeva al loro interno, il pontefice, a suo dire, era già informato su ciò che era accaduto nei luoghi dove milioni di esseri umani avevano trovato la morte. In Germania tuttavia le campagne dei media erano tutte incentrate sulla necessità di eliminare i non ariani. Pio XII era a conoscenza della stampa tedesca e dei suoi argomenti, e quindi non poteva non sapere.

Di fronte ad argomenti così serrati coloro i quali sostengono che il papa non poteva essere a conoscenza dei fatti di guerra devono pur considerare anche la mole dei documenti che provenivano dal fronte di guerra e anche dai lager, e che veementemente richiedevano una dichiarazione ufficiale da parte del pontefice, la quale tuttavia non vi fu. Altro argomento a sostegno dell’ignoranza incolpevole di Pio XII è quello per cui in Polonia durante la guerra non fu accettata dalle autorità occupanti la presenza di un diplomatico della Santa Sede, chiaramente perché la Polonia non era l’unico Stato occupato dai tedeschi in quel frangente e quindi era tenuta a sottostare alle stesse restrizioni cui erano sottoposti gli altri paesi occupati, ossia la proibizione di ammettere rappresentanti della Santa Sede sul territorio. E tuttavia tale era la vastità dei documenti in possesso del Curia pontificale, provenienti fa fonti non ufficiali, anche riguardo alla situazione polacca, da non dare adito ad alcun dubbio: Pio XII sapeva.

Nonostante quanto scritto finora, tutti coloro che sostengono la tesi della non conoscenza da parte di Pio XII, di ciò che accadeva in Europa negli anni del II conflitto mondiale, non conoscenza che avrebbe impedito al pontefice di esprimersi pubblicamente condannando gli orrori della guerra, insieme alla condanna dello sterminio di milioni di esseri umani privi di colpe, riflettono sulla circostanza che sarebbero state le stesse vittime della furia nazista a distogliere col silenzio l’attenzione del mondo da ciò che stava accadendo per timore di peggiorare la propria situazione a causa di ulteriori atti di violenza dovuti proprio alla denuncia della loro già per altri aspetti terribile situazione. L’atteggiamento dei tedeschi e dei loro alleati durante a guerra era tale, infatti da prendere a pretesto qualunque tipo di


affermazione o notizia diffusa contro la propria condotta di guerra, per effettuare rappresaglie non solo nei lager ma anche tra i civili non internati e ancora parzialmente liberi. Tuttavia a confronto dei pochi casi in cui si chiedeva al papa di evitare dichiarazioni ufficiali per i motivi anzidetti, vi era una  notevolissima quantità di appelli al papa nel senso che questi prendesse posizione nei confronti della guerra. Innanzitutto tali sollecitazioni ad esempio a partire dal 1942 furono dovute alle potenze alleate, dalla gran Bretagna e dai governi in esilio ivi rifugiati, e perfino dagli USA. Finanche il governo del Brasile rivolse al papa una supplica collettiva perché sciogliesse ogni riserbo sulle atrocità naziste, supplica alla quale si associarono Gran Bretagna, Polonia, Jugoslavia e parecchi Paesi dell’America del sud.

Tornando indietro di qualche anno, nel 1940, all’indomani della sconfitta della Francia il cardinal Suhard chiese al papa uno scritto di conforto per i cattolici di Francia. Pio XII rifiutò. Ciò ebbe delle conseguenze sul’atteggiamento del cardinale Tisserand, il quale sempre in quell’anno inviò una lettera la cardinale Suhard, nella quale deplorava non il silenzio politico di Pio XII ma il suo silenzio morale. Tisserand confidò al suo collega di aver sollecitato più volte l’emanazione da parte del papa di una enciclica che condannasse la guerra e le sue turpitudini, sempre però senza accennare alle questioni di politica bellica come le annessioni da parte dei nazisti e dei comunisti di gran parte dell’Europa, ma sul pericolo che la politica di guerra non implicasse solo la conquista di territori e Nazioni, ma la definitiva e pianificata eliminazione di gran parte degli europei per mano dei nazifascisti e la sostituzione della popolazione europea con la sola popolazione germanica attraverso la sistematica eliminazione della prima.

Ma pochi o molti che fossero gli appelli di un Tisserant o di altri che fossero cardinali o comuni cattolici, chiedere un pronunciamento al Pontefice voleva essere un invito ad adempiere un dovere che tutti i pontefici hanno sempre avuto nei riguardi dell’intera umanità, cioè la denuncia dei mali che gli uomini arrecano ad


altri uomini a danno della pace e della civiltà. Tacere avrebbe equivalso a collaborare.

A questo punto del discorso occorre porsi una domanda: perché, nonostante il timore, del tutto legittimo, di aggravare la situazione dei cattolici caduti in mano ai tedeschi e probabilmente causare una serie di rappresaglie che avrebbero potuto coinvolgere anche le gerarchie vaticane non solo in Italia ma anche in altri Stati europei che si trovavano all’epoca sotto il durissimo giogo nazista, Pio XII si astenne dal fare ciò che in quel frangente, pur considerando tutti i costi che una pronuncia di condanna delle violenze nazifasciste avrebbe comportato, cioè decise di non pronunciarsi a favore della pace e della cessazione delle ostilità?

Secondo i difensori del Pontefice vi furono due motivi alla base del silenzio di Pio XII: parlare sarebbe stato, come abbiamo accennato, pericoloso per le vittime e in ogni caso inutile. Tuttavia ciò che più premeva a Pio XII era la necessità di salvaguardare i cattolici, cattolici che il nazifascismo e il comunismo  avevano votato allo sterminio. Ciò implicava da parte del pontefice la ferma volontà di lasciare la massima libertà ai propri vescovi e cardinali nel vagliare la situazione in cui si trovava il conflitto, con ampli poteri informativi e di delazione ai danni dei nazifascisti. Sta di fatto che le responsabilità di Pio XII, ove egli si fosse attribuito le medesime responsabilità che avevano i suoi cardinali in ogni contesto interessato dal conflitto e cioè nella gran parte dell’Europa, avrebbero potuto comportare, se avessero avuto seguito, conseguenze nefaste per la collettività cattolica diffusa nel continente. Se le regole di guerra erano nel senso della dovuta accettazione della presenza di entità come la Croce rossa o per l’appunto la Chiesa, nelle zone “calde” del conflitto, tutto ciò non avrebbe mai potuto essere equiparato a una presa di posizione politica anziché umanitaria da parte di un capo di stato che pur godendo del privilegio della neutralità internazionale, e anzi forse proprio per questo, osasse pronunciarsi contro la guerra e le operazioni belliche oppure, e sarebbe stato peggio, interferire nelle attività di pulizia etnica messe in atto dagli occupanti.


Per quanto riguarda la continuità dell’istituzione ecclesiastica, ossia il permanere di questa in quanto entità partecipante al novero degli Stati parti della Comunità internazionale, il timore di Pio XII appare sicuramente giustificato. I nazifascisti infatti avevano intenzione di regolare “i conti” con le istituzioni religiose a suo tempo cioè dopo aver affermato il proprio dominio sull’Europa intera, compresa la Russia sovietica. Sta di fatto che in nessuna parte d’Europa, a parte la Polonia, dove le istituzioni ecclesiastiche vennero semplicemente ghettizzate, vi furono atti violenti contro i rappresentanti della Chiesa cattolica. In verità dopo la deposizione di Mussolini furono avanzati tra i tedeschi, propositi di effettuare un colpo di mano in Vaticano, ritenuto quest’ultimo corresponsabile insieme al monarca Vittorio Emanuele III della caduta del regime fascista in Italia. Propositi peraltro subito accantonati, insieme ad un altro molto più funesto, cioè l’ipotesi di denunciare il Concordato lateranense e quindi di privare quel documento di ogni effetto a carattere internazionale, lasciando così la Chiesa alla mercé dei fascisti e soprattutto dei nazisti. Si trattava di vaghe minacce che però nessuno era in grado di valutare secondo il parametro della maggiore o minore possibilità del loro verificarsi. In particolare le minacce erano rivolte a silenziare gli organi di stampa vaticani e più in generale gli organi di comunicazione come la radio vaticana.

La seconda argomentazione che viene addotta dai competenti a favore della considerazione dell’opportunità del silenzio di Pio XII era la seguente: parlare era inutile. E tuttavia sia durante sia dopo il conflitto la parola del pontefice alimentò grandi aspettative tra i cattolici, ma ciò che i cattolici aspettavano non venne, finanche a guerra completamente finita. D’altra parte la parola di condanna da parte di Pio XII, se vi fosse stata, e a tempo debito, avrebbe potuto smascherare di fronte ai popoli d’Europa la macchina di distruzione che era stata avviata dal nazismo, e non solo si sarebbero potute sollecitare sommosse e ribellioni ma anche determinare in tutto il mondo il ribrezzo che quel tipo di guerra condotta in quel modo e cioè in spregio finanche alle regole dei trattati, non poteva non avere sulle coscienze più sensibili. Certo, uno smascheramento del genere venne successivamente messo in


atto dagli Alleati ma solo a guerra finita, e si espose alla incredulità di coloro che al cinematografo assistevano ai resoconti per immagini delle turpitudini dei carnefici nazisti.

Ma allora qual è la spiegazione più probabile dei silenzi di Pio XII? Non certo la paura, che non era sentimento proprio al carattere del pontefice, né la volontà di mistificare i fatti per renderli più accettabili all’opinione pubblica cattolica.

Un episodio simbolo del coraggio e della abnegazione di Pio XII fu quando dopo il primo conflitto mondiale ebbe a confrontarsi con un manipolo di comunisti che penetrarono armati di pistole nella sede della nunziatura. Monsignor Pacelli cioè il futuro pontefice li affrontò con tale forza d’animo che essi si ritirarono senza colpo ferire. E’ un episodio che sarebbe rimasto nella memoria del pontefice fino alla  tarda età quando ancora gli procurava incubi notturni.

Ma la sua personale paura riguardava anche gli anni della seconda guerra mondiale, cioè la possibilità, sempre da lui temuta, di essere catturato e internato, eventualità in relazione alla quale lasciò direttive precise all’arcivescovo di Lisbona perché dirigesse la chiesa quale extrema ratio,qualora la persona del papa fosse impossibilitata a causa di motivi attinenti alla guerra, a svolgere regolarmente le proprie funzioni. Non solo: nel febbraio del 1944 egli si pronunciò di fronte ai membri del sacro collegio cardinalizio, dicendo che nel caso di invasione del Vaticano da parte dei nazisti, tutti i cardinali sarebbero stati liberi di allontanarsi da Roma e dal suo cospetto.

Un’altra prova di temerarietà Pio XII la diede quando nel 1940 partecipò moralmente ad un attentato nei confronti di Hitler finalizzato alla deposizione del dittatore.

Altro episodio illuminante è quello dei tre telegrammi inviati dal pontefice ai sovrani di Belgio, Olanda e Lussemburgo nel momento dell’aggressione da parte tedesca. Qualche anno più tardi, il 1942, Pio XII durante il consueto messaggio alla radio Vaticana nella ricorrenza del Natale, diede prova di sé in una romantica perorazione acclamante i pii, i magnanimi e gli eroici per una crociata contro


l’aggressore tedesco. Viva nei messaggi del Pontefice inviati ad alcuni capi di stato esteri è la preoccupazione per i giovani nel “dopoguerra”: quali saranno i loro punti di riferimento, quali i loro valori, quali le loro coscienze dopo che la bestia  selvaggia che ha nome Nazismo ne avrà scosso e traviato gli animi?

Purtroppo l’ultimo decennio del suo pontificato ha evidenziato dei caratteri nella personalità di Papa Pio XII che non erano più quelli del papa dall’eloquenza  ispirata, il papa dell’Anno santo, il papa combattivo e ricco di favella, il papa dell’Occidente e dell’anticomunismo. Essi caratteri ormai deformati lasciavano spazio ad una immagine di uomo pallida ed emaciata, triste, in ultima istanza. Durante gli anni del conflitto fu anche fisicamente combattuto tra il dovere di parlare e la tema delle conseguenze del suo stesso parlare. Lasciò peraltro campo libero agli strumenti di comunicazione popolare come la stampa, con l’”Osservatore romano” e con mezzi di comunicazione più raffinati come la Radio vaticana. Il suo pensiero fu sempre rivolto ai cattolici dei Paesi occupati. Per quanto riguarda gli ebrei l’interesse di Pio XII fu sempre scarso e caratterizzato da un silenzio ancora maggiore di quello che caratterizzò il suo pontificato riguardo a tutti gli altri drammi del conflitto.

Tuttavia e in definitiva si può affermare che il momento migliore in cui Pio XII avrebbe potuto far sentire la propria voce in maniera ufficiale potrebbe essere collocato nella seconda metà del 1942. Prima di allora, non essendo note le violenze perpetrate contro i cattolici polacchi , il papa avrebbe potuto soltanto condannare le aggressioni extra belliche della Germania. Dopo quel frangente del conflitto invece la situazione era profondamente cambiata. E non tanto dal punto di vista militare, relativamente al quale vi era una situazione di stallo, quanto per la follia omicida cui soggiacevano tutti i Paesi occupati trasformati in terre di razzie ed esecuzioni. In quel momento la Santa Sede era ben informata dei fatti e avrebbe potuto e anzi dovuto farsi sentire. Per il periodo successivo al 1942 invece ogni iniziativa papale fu come paralizzata dal dramma del comunismo avanzante. Ma la domanda rimane: perché Pio XII non parlò?


Le ragioni si perdono nel mare delle ipotesi, ma sta di fatto che il silenzio del Pontefice fu di estrema coerenza. Egli non parlò nel 1933, quando la Germania diede corso alle prime leggi antisemite, come non parlò nel 1935 quando furono approvate le leggi razziali di Norimberga; non parlò neppure nel 1938 quando i provvedimenti antisemiti divennero più stringenti e neanche quando si cominciò a perseguitare “fisicamente” gli ebrei uccidendoli per strada da parte di folle inferocite e sobillate ad arte. D’altra parte papa Pio XII non rinunciò mai da ex diplomatico della Santa Sede a ricorrere alla diplomazia, e tuttavia dovette presto rendersi conto che la diplomazia non interessava minimamente la politica tedesca che era sostanzialmente politica di potenza e che non gradiva affatto le interferenze diplomatiche. Va anche detto che papa Pio XII fu anche un papa profondamente religioso, e tuttavia la sua religiosità era condizionata dal proprio  precedente ruolo di diplomatico. Fu probabilmente questa incapacità di scindere i due ruoli, quello di religioso e quello di diplomatico che ne determinò il silenzio durante la guerra.

Nel notevole ritratto che ne ha tracciato padre Leiber poco dopo la sua morte sono significative due caratteristiche della personalità del Pontefice: il senso della  potenza e la ripugnanza per ogni forma di spiritualismo. E’stato necessario attendere Papa Giovanni XXIII perché almeno una parte della cattolicità potesse convincersi che la Chiesa non è una “potenza tra le nazioni” capace di imporsi in un conflitto come quello allora appena trascorso e che dettare condizioni a stati in guerra non appartiene alle sue prerogative pastorali.

Ma infine che cosa avrebbe dovuto fare Pio XII? Quando i tedeschi minacciarono il popolo danese di far indossare ad ogni cittadino la stella gialla appuntata sugli abiti re Cristiano minacciò che il primo a metterla sul vestito sarebbe stato lui stesso. Questo potrebbe essere definito un gesto teatrale. Ma fu un gesto teatrale se Pio XII comparve il 19 luglio e il 13 agosto del 1943 nei quartieri bombardati di Roma? Qualcuno avrebbe voluto che egli stracciasse il Concordato con il Reich, ma  sarebbe stato adeguato alla posizione pontificale, cioè al ruolo di Pio XII, un atto così tipicamente politico? Sarebbe stato certo meglio che ricorrere al vecchio


armamentario di anatemi e scomuniche che a nulla valsero quando furono rivolti ad esempio ai Savoia dopo la breccia di Porta Pia, perché l’Italia “si fece” nonostante tutto. Tra scomunica e denuncia molti ritengono che quest’ultima fosse preferibile.

Altra iniziativa che il Papa avrebbe potuto intraprendere sarebbe stata di chiamare a raccolta tutte le chiese di rito cristiano per una colossale denuncia dei crimini nazifascisti.

Un ultima scelta non adottata potrebbe essere imputata a Pio XII. Il baratro verso il quale stava scivolando la sua epoca era il baratro della seconda guerra mondiale, dinanzi alla quale il pontefice avrebbe ben manifestato lo spregio verso le atrocità belliche convocando, senza distinzioni di fede, tutta l’umanità credente, per poi proseguire per tali vie nell’indicare la strada della pace. Non si trattava e non si sarebbe trattato di una decisione adottata ex abrupto, se era vero che anche in Germania le persecuzioni avevano ravvicinato cristiani protestanti e cattolici. Nei tempi di pace, immediatamente successivi alle ostilità, la crociata ecumenica messa in atto da Giovanni XXIII non produsse riprovazione ma soltanto commozione e ammirazione. Ma ovviamente tra pace e guerra esiste una differenza abissale, e per evidenti motivi.

 

Cenni alla situazione medio orientale con specifico riferimento alle interrelazioni israelo – palestinesi

La cosiddetta “questione israelo – palestinese” ha  costituito  nel secolo trascorso una fonte di interesse, a carattere politico, economico e militare per le maggiori potenze internazionali, a cominciare dagli USA, e a seguire Gran Bretagna, Francia, per finire con l’ormai dissolto impero sovietico, interesse che è più che mai vivo ad oggi. Può essere utile considerare, e non soltanto liminalmente, le ragioni per le quali Israele e Palestina costituiscano il movente di tanta attenzione da parte della Comunità internazionale. Senza dubbio un primo ragionamento nel merito potrebbe portare a considerare che la collocazione territoriale in cui si trovano i territori palestinesi costituisca un punto di rilievo geo/strategico sullo scacchiere economico


e militare internazionale, di primaria importanza, ciò sia per le risorse naturali, in primis petrolio, di cui è ricca l’area dei territori abitati da israeliani e palestinesi, sia perché Israele e Palestina costituiscono un focolaio di conflitti che sempre si rinnovano, e la cui soluzione, per il tramite di accordi di pace, gioverebbe enormemente all’economia delle potenze occidentali nonché alla stabilità geopolitica dell’area, da cui deriva la ragione fondamentale di codesto interessamento. Ciò per dire che una situazione di relativa pace o per il meno di una decorosa convivenza tra ebrei e musulmani in quell’area del medio oriente, favorirebbe la stabilità dell’intera area mediorientale, contando nel novero dei paesi potenziali beneficiari di tale stabilità Egitto, Siria, Libano, Giordania, Iraq, Iran, Arabia Saudita, cioè tutti quei Paesi con i quali attualmente i rapporti di Israele sono maggiormente compromessi da ostilità che si devono a contrapposizioni a carattere religioso e soprattutto a una serie di conflitti armati assai rilevanti perché privi di soluzione. I musulmani dei sunnominati Paesi sono assolutamente contrari a riconoscere a livello internazionale Israele come referente politico a causa di quello che è il comportamento di Israele nei cosiddetti “territori occupati”, e cioè quei territori posti all’immediato confine tra gli insediamenti delle due etnie che dopo alcuni episodi conflittuali con i Paesi dell’area mediorientale Israele ha occupato militarmente e di cui i Paesi circostanti dell’area, innanzitutto l’Egitto con la penisola del Sinai e la Siria con le Alture del Golan, rivendicano ancora ad oggi la restituzione sempre da parte di Israele. Oltre poi ai motivi di conflitto internazionali esiste un problema annoso e del tutto irrisolto, anche a livello meramente occasionale o provvisorio, che riguarda alcune zone di quei territori, in particolare Gaza e i territori della West Bank, dove Israele persegue una politica demografica che implica un avanzamento sempre più massivo all’interno di quegli stessi territori che i Palestinesi musulmani rivendicano per sé. In altre parole, i motivi religiosi si saldano a motivi a carattere economico e di espansione demografica che interessano entrambe le etnie, ossia gli ebrei e i musulmani. Gli ebrei rivendicano per sé l’intero territorio palestinese per ragioni che fanno riferimento al loro passato “biblico” ossia


alla promessa fatta a suo tempo dal loro Dio, cioè Jahveh, agli ebrei, di fare loro dono della “terra di Canaan”, un territorio di cui, parola di Jahveh, gli ebrei avrebbero goduto in eterno. Questo territorio, che nei testi biblici viene chiamato “terra promessa” corrisponde grosso modo all’area attualmente occupata da Israele in Palestina. L’idea, da parte degli Ebrei d’Europa, relativa ad un possibile ritorno in Palestina maturò in ambienti intellettuali ebraici solo verso la fine del 1800, con personaggi come Theodor Herzl, e prese corpo, insieme all’appoggio di tutte le maggiori nazioni occidentali solo dopo la fine del II conflitto mondiale, quando, si era nel 1948, fu soprattutto l’opera di “moral suasion” a carattere internazionale di Stati come l’Inghilterra e gli USA, ad avere partita vinta su coloro che, sempre a livello internazionale ritenevano uno sproposito la decisione di riunire tutti i membri del popolo ebraico sopravvissuti all’Olocausto per attribuire loro una nuova “terra di Canaan”. Tuttavia come detto era stato già dalla fine dell’Ottocento che negli ambienti ebraici politicamente avanzati si era accarezzata l’idea di tornare nella “terra dei padri”. Gli avvenimenti del XX secolo, in parte indipendentemente da scelte consapevoli in tal senso da parte degli ebrei, legittimarono, a causa del senso di resipiscenza da parte di molti Paesi europei dovuto all’Olocausto e alla guerra, le pretese ebraiche a fare di quello che era soltanto un insediamento ebraico, come all’epoca ve ne erano tanti, ad esempio in Polonia (ma non con caratteri di entità nazionale), un luogo dove il Popolo di Dio avrebbe potuto risiedere stabilmente e soprattutto un luogo potenzialmente in grado di ospitare una tale moltitudine da essere posto nelle condizioni di diventare un’entità nazionale.

Come dicevo il problema era che i territori dove gli ebrei, dopo la guerra, si recarono in massa con l’intenzione di rimanervi erano per parte loro già occupati da Palestinesi di fede araba, anch’essi legati alla Palestina da motivi religiosi, e cioè in sostanza la presenza, in quell’area, di Gerusalemme, la terza Città sacra per gli islamici, dopo La Mecca e Medina. Va detto anche che gli insediamenti islamici nella regione risalivano quanto meno alla prima conquista dei territori da parte araba avvenuta alcuni secoli dopo Cristo. La conflittualità tra le due etnie, quella araba


musulmana e quella ebraica nasce proprio da ciò: l’impossibilità di far valere in maniera esclusiva da parte di ebrei e islamici e rispettivamente, diritti su quei territori sulla base di eventi religiosi o comunque sia sulla base di elementi di fede, poiché ognuno dei due popoli, ovviamente dal proprio punto di vista, poteva e può invocare la sacralità di quei luoghi in virtù della propria storia di fede, da cui derivava la pretesa per ciascuno dei due insediamenti, di essere l’unico in quell’area. Di civile convivenza neanche a parlarne.

Ovviamente una chiara disamina della situazione in parola richiede per l’appunto qualche dato in più. A partire dal 1948, anno di fondazione dello Stato di Israele, la questione del medio oriente arabo e israeliano divenne così importante per gli equilibri internazionali dal punto di vista politico, economico e militare, da riuscire, forse anche inconsapevolmente a condizionare le scelte di carattere soprattutto militare prima che politico, a carattere internazionale. Dapprima durante il periodo della “guerra fredda”, i due blocchi, americano e sovietico, rifornivano di armi e appoggi strategici di volta in volta una delle due etnie della regione e i rispettivi insediamenti, ciò che vorrebbe dire zone a prevalenza araba o ebraica, e successivamente e in ogni caso sempre le potenze internazionali maggiori, cioè sempre ex URSS e USA, continuarono ad beneficiare dei vantaggi economici derivanti dalla situazione palestinese senza che nella sostanza cambiasse il quadro di riferimento, cioè senza che alcuna delle due etnie prevalesse sulla etnia nemica. Come è stato possibile che un territorio la cui superficie è presso a poco equivalente a quelle di Lombardia e Liguria insieme, con una popolazione di soli 6.000.000 di abitanti, assai inferiore a quella di alcune grandi metropoli del mondo, abbia potuto attrarre a sé gli aiuti finanziari più cospicui da parte degli USA, una notevole attenzione mediatica insieme alla costituzione sul proprio territorio di 250 organizzazioni internazionali ivi operanti?

Dovendo valutare la scelta compiuta innanzitutto in ambito europeo di schierarsi  con Israele, va detto che l’interesse dell’occidente per Israele va invece che in Europa, collocato in un’epoca e in un paese, quali erano gli USA e non subito dopo


il II conflitto mondiale ma negli anni Settanta con il governo Nixon e gli avvenimenti di Settembre Nero in Giordania e anche va detto, con la perdita di interesse e referenze geo – strategiche da parte degli USA in Indocina.

Una ulteriore motivazione, questa volta in ambito europeo, per quanto riguarda l’avvicinamento dell’Occidente ad Israele, è dovuta a un movimento a carattere religioso che si diffuse dal mondo Cristiano anglosassone verso il mondo Ebraico e che al mondo ebraico guarda ancor oggi con specifico favore.

Oltre a ciò vi erano come detto e sempre tra USA e Israele affinità a carattere “politico/costituzionale” in quanto entrambi, USA e Israele si erano a suo tempo dotati di ordinamenti costituzionali simili, cioè erano entrambi delle democrazie liberali.

Altri dati devono essere evidenziati: tra il 1948 e il 1998 la popolazione israeliana è passata da 800.000 ad oltre 6.000.000 di unità di cui il 20% è arabo. Metà dell’aumento della popolazione è dovuto a flussi migratori, mentre in particolare quella palestinese ha invece subito un incremento naturale. A parte la contrapposizione tra arabi ed ebrei, anche all’interno di quest’ultimo gruppo esistono lacerazioni e differenze, ad esempio quelle tra aschenaziti e sefarditi, laici e ortodossi, cui si aggiunge una notevole parte composta da ebrei provenienti dai territori dell’ex URSS.

Dal 1948 ad oggi i progressi economici di Israele sono stati notevoli. Un paese prevalentemente agricolo è passato da questa condizione ad una di paese fortemente industrializzato e in molti aspetti simile ai Paesi occidentali, con un reddito pro capite paragonabile a quello della Gran Bretagna. Tuttavia le differenze di reddito tra le classi più ricche e quelle più povere non trova per quanto è accentuato, alcun termine di paragone in occidente.

Relativamente al contesto Palestinese arabo va detto che la questione ad esso riferibile ha dato luogo, sempre a causa delle esigenze da parte dell’Occidente di proteggere Israele, ad un progressivo allontanamento dei Paesi islamici e innanzitutto di quelli al confine con lo Stato ebraico dai Paesi occidentali, in quanto


l’ostilità verso Israele ha determinato una serie di inibizioni a carattere commerciale tra i Paesi islamici e l’Occidente, ciò che ovviamente anziché risolvere va ad aggravare il problema dell’instabilità dell’area.

Anche i Paesi produttori di petrolio presenti nell’area e nonostante l’importanza strategica di questa risorsa per la regione e per gli stessi Paesi produttori, nonché per gli Stati esteri, che pure hanno a suo tempo comminato sanzioni economiche a causa principalmente delle guerre del Golfo, si trovano in una situazione di grave instabilità interna, afflitti da analfabetismo, pressione demografica ed endemiche carenze idriche.

Il processo di pace dovrà occuparsi senz’altro anche di questi aspetti. Si può dire che le due tendenze più rilevanti ad oggi nel mondo arabo siano, da un lato un fenomeno di stagnazione del processo di modernizzazione dei costumi, dall’altro un progressivo avvicinamento alle nuove tecnologie, cioè un atteggiamento favorevole da questo punto di vista al fenomeno della globalizzazione, con tratti simili a quelli occidentali.

L’Occidente e quindi anche l’Europa sono chiamati a svolgere un ruolo di delicata intermediazione, innanzitutto dal punto di vista culturale, per far fronte e risolvere le problematiche cui ho accennato.

Per tornare alla situazione della fede e del popolo ebraico nel XIX secolo, mentre in Europa, a seguito della chiusura dei ghetti, le comunità ebraiche manifestarono una certa inclinazione verso l’integrazione con le popolazioni dei paesi di appartenenza, diversa era la situazione nell’Europa orientale, dove, sempre nella metà del XIX secolo vivevano circa tre milioni di ebrei, cioè quasi il 75% della popolazione ebraica. In Russia le condizioni erano piuttosto precarie data la arretratezza del paese.

Tuttavia un movimento di idee simile all’Illuminismo occidentale, pure vi fu nella cultura e nella società ebraiche del tempo, manifestando anche attraverso i canali mediatici, i prodromi della riscoperta del lavoro nei campi che tanta parte ebbe nella creazione del movimento sionista laburista. Vi fu anche una riscoperta dell’ebraico


da parte dei ceti elevati, in quanto anch’essi nei discorsi colloquiali usavano prevalentemente l’yiddish. Per quanto riguarda, come detto, gli ebrei russi, va ribadito che la situazione del paese era abbastanza instabile anche a causa della politica repressiva avviata dallo zar Alessandro III per colpire tutti coloro che potevano essere considerati gli assassini del defunto padre, morto in un attentato nel 1881, repressione che colpì innanzitutto le minoranze e quindi anche la minoranza ebraica.

Tuttavia dalla fine degli anni ’60 del XIX secolo si erano diffuse in Russia  numerose associazioni culturali ebraiche, dette degli “Amanti di Sion”, che erano però prive di una direzione e di una linea politica unitarie. Fu in questo contesto che emerse la figura di Leo Pinsker, un medico di Odessa, leader del primo movimento sionista della storia, che attrasse verso sé sempre più numerosi i membri delle comunità ebraiche del tempo. Nel 1884, per evitare le persecuzioni in terra di Russia, Pinsker convocò a Khattovitz in Germania tutte le associazioni ebraiche di cui rivendicava la leadership, stipulando il primo accordo in ordine alla sovvenzione di alcuni insediamenti ebraici in Palestina. Il movimento avviato da Pinsker non ebbe grossi risultati e tuttavia tredici anni più tardi a Basilea venne convocato il primo congresso sionista, grazie all’importante figura di Theodor Herzl, dando le basi a quell’insieme di idee che nel secolo successivo avrebbero portato alla nascita dello stato israeliano.

La nascita del sionismo provocò reazioni contraddittorie, innanzitutto tra le comunità ebraiche, anche in America, ma non in Russia, paese al quale apparteneva la maggioranza degli aderenti al movimento sionista. Quanto a Herzl egli deve essere ricordato per il suo attivismo più che per le sue capacità di elaborazione teorica, anche dato il fatto che le sue iniziative nel breve periodo e finché egli restò in vita non ebbero alcun risultato di un certo rilievo all’interno del movimento. Se però si considera la sua attività nel lungo periodo, bisogna attribuirgli il merito di aver dato consistenza internazionale all’istanza sionista, sino a che quest’ultima cominciò ad essere discussa anche tra le diplomazie europee. Dieci anni dopo la


morte di Herzl, avvenuta nel 1904, il sionismo era divenuto un movimento politico a tutti gli effetti trasformando gli aderenti in una forza sociale e culturale significativa.

La situazione in Palestina

La Palestina nella seconda metà dell’Ottocento si sottraeva alla dominazione ottomana per ritornare a rivestire un ruolo sulla scena internazionale. Tralasciando gli avvenimenti a carattere bellico e coloniale che interessarono la regione va detto che in Gran Bretagna era divenuto popolare un ramo di quel Pietismo evangelico che considerava gli ebrei come esuli indebitamente a suo tempo cacciati dalla Terra santa. Si diffuse anche la convinzione che un nucleo ebreo in Palestina avrebbe potuto favorire l’Europa. La Palestina era all’epoca divisa tra due provincie ottomane, la Siria e il Libano, e caratterizzata da un forte disordine interno a causa del rivalità tra “pachas” che erano a capo di orde di beduini stipendiati per combattere ciascuno per la propria fazione di riferimento. Si trattava di territori assai impoveriti a causa delle tasse, di un commercio minimale, di invasioni di locuste, di arbitri da parte del potere. La popolazione alla metà del XIX secolo era di circa

400.000 persone. La presenza ebraica nella regione era all’epoca di circa 6.000 persone, alla metà del secolo 17.000 individui che nonostante le esenzioni fiscali previste per gli stranieri, vivevano sotto la soglia di povertà.

La prima ondata migratoria che si ebbe nella regione, si registrò tra il 1882 e il 1903 quando 25.000 ebrei entrarono in Palestina. Alcuni di essi erano realmente sionisti, altri socialisti, ma la maggioranza intendeva semplicemente sfuggire alle repressioni zariste. Per quanto riguarda il modello produttivo esso era duplice: da un lato una agricoltura di sussistenza, basata su coltivazioni come cotone, tabacco, ulivo e grano; dall’altro un sistema basato sulle conoscenze acquisite dagli ebrei d’Europa,  e quindi su una tecnologia evoluta. L’applicazione di questo modello si diffuse grazie agli emolumenti del barone Rothschild, che aveva preso a cuore la questione israeliana. Nel complesso il modello produttivo era lontano dai principi di solidarietà che avevano spinto gran parte degli emigranti ad abbandonare l’Europa. Agli inizi del XX secolo solo 5.000 dei 50.000 ebrei residenti in Palestina erano


impiegati nelle fattorie agricole. Dinanzi al fallimento delle sue scelte in favore delle comunità ebraiche palestinesi, Rothschild riattivò la “Jewish colonization trust”, nata per volere di Herzl e da cui derivò la Anglo/Palestinian Company, la prima istituzione bancaria nella regione.

In quegli stessi anni, dopo la rivoluzione ottobrista del 1905, per sfuggire ad una ennesima ondata di pogrom si verificò un nuovo flusso di profughi ebrei verso la Palestina. I profughi erano intrisi di idee socialiste, ciò che creò notevoli problemi al loro inserimento. A causa della carenza di posti di lavoro, dell’ostilità dei datori di lavoro e della mancanza d’esperienza, più dell’80% delle 30.000 persone che tra il 1905 e il 1914 arrivarono in Palestina, fece ritorno in Europa o continuò il viaggio verso le Americhe. Questa nuova ondata migratoria fu importante sotto l’aspetto culturale, in quanto a scapito delle convinzioni religiose introduceva in Terra santa concetti come lotta di classe, coscienza storica ed enfatizzava il ruolo del lavoro. I propugnatori di queste nuove idee, come Ben Gurion e Ben Zevi concordavano con la critica marxista che negava agli ebrei lo status di nazione e intravvedevano nell’agricoltura la possibilità di un nuovo riscatto per il popolo ebraico.

Il nuovo corso dovuto alla Jewish Colonization Association ebbe inizio con la messa a coltura di nuove piante come le mandorle e gli alberi da frutto. Vi fu anche una ridistribuzione degli appezzamenti. L’associazione favorì anche la costruzione di scuole, sinagoghe e la diffusione dell’assistenza medica. Le  condizioni della popolazione migliorarono e alla vigilia della guerra mondiale in Palestina vivevano circa 85.000 ebrei su un totale di 600.000 individui, costituendo la maggiore concentrazione del mondo. Se l’agricoltura dava buoni risultati non si può dire lo stesso dell’industria, che in Palestina e da parte ebraica non fu mai competitiva a causa della mancanza di infrastrutture, della carenza di finanziamenti e della competizione con le più efficienti imprese europee; infine a causa delle guerre che interessarono l’impero ottomano tra il 1911 e il 1913. Ben presto l’agricoltura ebraica divenne così sviluppata che la Anglo Palestinian Company ne prese  le redini, sottraendo agli arabi della regione una notevole quantità di profitti.


La dichiarazione Balfour

Una volta raggiunte dimensioni abbastanza cospicue, le colonie ebraiche espressero l’esigenza di una rappresentanza politica. A tale scopo dal 1914 si erano organizzate due federazioni, una facente capo agli aschenaziti, l’altra ai sefarditi. Durante il conflitto esse federazioni organizzarono prestiti finanziari ed evacuazioni dalle aree minacciate dai combattimenti più duri. Insomma durante e dopo la guerra l’importanza internazionale delle varie comunità ebraiche palestinesi era cresciuta in maniera esponenziale. Intanto in prossimità della fine della guerra le grandi potenze occidentali e mediorientali tentavano di negoziare l’assetto internazionale successivo alla cessazione delle ostilità. L’intesa tra Francia e Inghilterra nota come Accordo Sykes – Picot prevedeva la spartizione del rettangolo arabo costituito da Arabia, Siria e Mesopotamia. L’intesa divideva la regione in cinque parti, una sotto il controllo della Gran Bretagna, una sotto il controllo della Francia e altre due in concorrenza tra Francia e Gran Bretagna. Rimaneva la parte centrale della Palestina che prevedeva un condominio alleato che avrebbe previsto la presenza anche italiana. Tuttavia l’interesse per la regione della Palestina centrale da parte britannica andava a contravvenire un principio di diritto internazionale enunciato anche dal presidente americano Wilson, cioè il principio di non acquisizione dei territori occupati. Tuttavia e a differenza di molte nazioni europee, la Gran Bretagna non considerava il sionismo con particolare sfavore e trasse dalla presenza degli ebrei in Palestina una forte argomentazione diplomatica, nel senso di sostenere sempre da parte della Gran Bretagna che una forte presenza ebraica nell’area avrebbe garantito ad esempio il canale di Suez, contro le ambizioni di altre potenze. Una volta reso noto l’accordo Sykes – Picot, gli ebrei di Palestina accettarono di collaborare. Per cementare l’alleanza tra britannici ed ebrei fu siglato il documento noto come “Dichiarazione Balfour” in cui la Gran Bretagna si impegnava a favorire in Palestina la nascita di un governo parastatale e nel contempo a riconoscere i diritti degli altri popoli della Regione.


A guerra finita e durante i negoziati, tenuti presso la Conferenza di Parigi, emerse da parte delle potenze che avevano partecipato al conflitto, un atteggiamento favorevole ad una collaborazione economica con gli ebrei. Tuttavia incomprensioni reciproche tra Gran Bretagna e Francia da un lato e musulmani dell’area palestinese interessata dall’altro, compromisero le relazioni con la parte araba. Perciò una volta iniziato il mandato sui territori suddetti, il premier Lloyd George pensò bene di nominare un alto commissario ebreo per la regione, cioè Herbert Samuel. Intanto la Palestina a sud del Giordano, che era stata promessa agli Arabi in sede internazionale, era stata lasciata in mano ai predoni. Nel 1921 Churchill propose di offrire il territorio in questione agli ottomani rappresentati da Abdullah, cosicché anche quella parte dell’area diveniva indirettamente una sorta di protettorato inglese, amministrato secondo mandato, con la promessa ad Abdullah che in un futuro da definire, anche la Palestina a sud del Giordano, cioè la Transgiordania avrebbe ottenuto la indipendenza.

Per ricostruire un’area devastata dalla guerra, Herbert Samuel avviò una riforma fiscale e favorì una espansione delle esportazioni agricole del 40% in cinque anni e costruì importanti infrastrutture.

La politica internazionale della Gran Bretagna era tuttavia ambivalente: da una parte l’esigenza di salvaguardare le relazioni con le popolazioni arabe, dall’altra di rispettare gli accordi presi con gli ebrei dell’area. Due problemi erano preminenti: la regolazione del flusso di immigrati ebrei e la gestione economica della Palestina.

Dagli inizi degli anni ’20 fino al 1939 vi furono alcune ondate migratorie che interessarono la Palestina: una fu la conseguenza della rivoluzione russa del 1917. Tra il 1919 e il 1923 circa 37.000 ebrei raggiunsero la terra promessa. Infine dopo il 1924 e fino al 1928 si ebbe la terza massiccia ondata migratoria. La gran parte degli immigrati arrivò dalla Polonia, a causa di un precaria situazione economica interna. Infine la quarta migrazione di massa si ebbe tra il 1933 e il 1939, come conseguenza dell’ascesa al potere da parte di Hitler.


Dal censimento del 1922 risulta che la popolazione Palestinese ammontasse a

650.000 individui, 85.000 ebrei, 75.000 arabi cristiani. Il reddito pubblico alla fine del primo decennio del Mandato britannico era sostenuto per il 45% da arabi. Il 70% dei musulmani però viveva in campagna, e il 30% era costituito da fellahin, mezzadri, che raramente possedevano appezzamenti di una qualche estensione e che erano continuamente indebitati con i latifondisti da cui subivano prelievi tra il 30% e il 50% del raccolto. Questa situazione non venne modificata da Samuel, che però procedette ad una redistribuzione delle terre incolte tra arabi e musulmani.  La offerta di terreni ne stimolò l’acquisto da parte degli ebrei dai padroni terrieri arabi, gli effendi, che fecero in questo modo favolose speculazioni. Ovviamente il cambio di proprietà comportò che quelle terre fossero affidate a coltivatori ebrei, mentre contadini e pastori arabi ne vennero espulsi.

Tuttavia nonostante le difficili condizioni di convivenza tra arabi ed ebrei, le condizioni della Palestina erano migliori rispetto a quelle di altri Paesi arabi  limitrofi tanto che furono circa 100.000 gli emigranti arabi che si trasferirono nella regione durante il periodo di mandato britannico, e concomitantemente crebbero in maniera esponenziale tra il 1922 e il 1936 la popolazione e il livello di scolarizzazione, quest’ultimo passando dal 2% al 13%. La stessa velocità di espansione interessò sia da parte araba che ebraica le attività commerciali. Tuttavia la ricchezza degli ebrei era nel complesso maggiore di quella della popolazione araba, tanto che quest’ultima subì l’egemonia ebraica in alcuni settori.

Nacque da tali premesse un movimento nazionalista arabo, fomentato e costruito da Egitto e Siria, e soprattutto grazie all’impegno di due potenti clan o famiglie arabe, cioè gli Husseini e i Nashashibi. Nel 1921 Samuel, nell’intenzione di sopire i contrati tra le due famiglie, favorì la nomina del Gran Muftì di Gerusalemme, nella persona di Haj Muhammad Amin al – Hussein, che venne eletto anche presidente di una sorta di corte suprema, che avrebbe deciso gli affari interni e quelli religiosi. Il Gran Muftì non fu però come invece avrebbe voluto Samuel, una figura “fantoccio” poiché quando negli anni trenta si verificarono disordini interni ai territori,


soprattutto tra le famiglie più ricche e influenti egli seppe magistralmente mediare gli interessi in conflitto.

Durante gli anni immediatamente precedenti il II conflitto mondiale anche le forze dell’Asse e cioè in sostanza Mussolini e Hitler cominciarono a muovere in seno alla comunità internazionale rivendicazioni sui territori ebraico-palestinesi.

Ben presto, si era nel 1936, i musulmani scesero in strada allestendo uno sciopero di dimensioni colossali la cui posta in gioco era la creazione di uno stato arabo in Palestina. Nel 1939 si tenne una conferenza a Londra con la partecipazione di Arabi ed Ebrei. Gli arabi chiesero la fine del Mandato britannico e uno stato arabo nei territori. Gli ebrei citarono passati accordi internazionali in loro favore. Al fine di venire incontro alle pretese di entrambi i popoli la Gran Bretagna si impegnò a ridurre l’incremento demografico israeliano e a dare il proprio appoggio ad  uno stato arabo di futura costituzione. Tutto ciò però non bastò agli arabi agli  ebrei, che disattesero le clausole dell’accordo di mandato e le pattuizioni su cui si era raggiunto un accordo in sede di conferenza a Londra.

Con lo scoppio del II conflitto mondiale gli ebrei misero da parte le proprie rimostranze in sede diplomatica e appoggiarono risolutamente la Gran Bretagna contro le potenze dell’Asse, mentre queste ultime si allearono a molti Paesi del mondo arabo, cioè con Egitto e Iran principalmente, dove però il governo filo- nazista venne deposto nel 1941; non così nella Siria, posta sotto l’influsso della Repubblica di Vichy. A guerra conclusa, cioè nel 1946, in seguito alle rivendicazioni egiziane sul canale di Suez, la Palestina diventò l’unica base del Mediterraneo orientale utile alla Gran Bretagna per controllare la regione.

Per tutta risposta gli ebrei eseguirono un terribile attentato al King David Hotel di Gerusalemme, mentre le due conferenze di Londra tese a ricondurre la situazione ad una sostanziale pacificazione non ebbero esito. E allora la Gran Bretagna chiese l’intervento dell’ONU. La soluzione scelta fu la spartizione dei territori anziché la creazione di uno stato federale. Il piano iniziale assegnava allo stato arabo la Galilea, le colline centrali ad esclusione di Gerusalemme, più una striscia costiera


meridionale. Il territorio ebraico avrebbe incluso il resto. L’intento rimaneva però quello di favorire la nascita di uno stato unitario, sebbene sostanziato da due entità politiche. I componenti dell’assemblea del’ONU preposta a dirimere la questione suddivise i territori in zone di influenza e di popolamento. Le ragioni di ciò vanno ovviamente ricercate nelle esigenze dell’Occidente, in primis degli USA, che avevano un forte bisogno di petrolio, e per averlo necessitavano di una relativa pace nell’area, perché ovviamente le rivendicazioni degli arabi palestinesi erano a loro volta appoggiate dai maggiori produttori di petrolio tra i paesi dell’area. Ciò che però fece esprimere gli USA nel senso di un appoggio ad Israele fu una forte popolazione ebraica sul loro territorio, cioè negli USA, di circa 5.000.000 di individui che avrebbero avuto un peso notevole alle elezioni presidenziali. Il timore di una guerra con i paesi dell’area dissipò gli ultimi dubbi. Per questi ed altri motivi che possiamo tralasciare il 29 novembre del 1947 la soluzione proposta in seno all’ONU ebbe 33 voti favorevoli contro 13 contrari. Un forte segnale derivò dal voto di quasi tutti i Paesi di religione araba. Gli astenuti furono dieci tra cui la Gran Bretagna.

Se si volesse fare un bilancio dell’esito dell’accordo in sede ONU si dovrebbe dire che gli ebrei beneficiarono del senso di colpa da parte occidentale per i massacri nei lager, mentre gli arabi furono penalizzati nelle trattative dal loro pregresso appoggio a Hitler e alla sua politica di sterminio.

La nascita dello stato di Israele

La dichiarazione di nascita dello Stato di Israele fu emanata il 14 maggio del 1948. L’invasione araba iniziò otto ore più tardi con gli eserciti di Siria, Egitto, Iraq, Libano, Giordania coalizzati. La prima tregua fu imposta dalle Nazioni Unite l’11 giugno, una seconda il 18 luglio. Gli israeliani, dopo aver riorganizzato l’esercito chiesero aiuto all’Europa per il rifornimento di armi e rifiutarono qualsiasi trattativa di pace con la Lega araba. A partire dal gennaio 1949 i governi arabi sconfitti firmarono l’armistizio con Israele. Le possibilità relative alla creazione di uno stato di Palestina tuttavia non si concretizzarono, a causa delle rivalità tra i vari leaders


arabi. L’opposizione ad Abdullah, accusato di aver tradito la causa palestinese crebbe sino al punto che egli fu vittima di un attentato il 20 luglio 1951 a Gerusalemme ad opera di un fanatico palestinese. L’ONU stimò il numero dei profughi provenienti dai territori controllati da Israele intorno alle 650.000 persone ovvero il 70% della popolazione araba della Palestina. D’altra parte furono circa

480.000 gli ebrei che negli anni successivi fuggirono dai paesi arabi.

Nonostante la vittoria Israele pagò duramente la propria guerra sia sul piano delle esportazioni verso la Palestina, sia dal punto di vista dei danni all’economia interna. Fu in queste condizioni che Israele si preparò ad accogliere un flusso migratorio senza precedenti. Nei mesi successivi all’indipendenza arrivarono in Israele circa

340.000 ebrei, mentre dopo il 1953 la popolazione raddoppiò. Si trattava di persone vittime dei campi di concentramento tedeschi e sovietici che giungevano in Israele per trovare un posto sicuro in cui ricominciare. Altri profughi provenivano dai paesi arabi dell’area. In particolare lo Yemen, l’Iraq, la Siria e il Libano. In Egitto gli ebrei furono costretti ad emigrare dopo il colpo di stato messo in atto da Nasser e la sua giunta militare. Flussi di immigrati arrivarono anche dalla Turchia e dall’Iran, che erano Stati antisemiti e avevano appoggiato i nazisti durante la guerra. In altri casi come la Libia o i Paesi del Maghreb, il flusso migratorio dopo gli anni Cinquanta diventò il più numeroso.

Tutti i nuovi arrivati, spesso privi di istruzione, ignoravano la funzione di istituzioni come il kibbutz, la logica capitalista e come i libici spesso provenivano da regioni in cui era diffuso il nomadismo. Ovviamente i primi anni furono i più difficili. La svolta si ebbe con Ben Gurion nel 1952 quando venne inaugurato un nuovo periodo politico, con svalutazione della moneta, imposizione di prestiti forzosi sui depositi bancari e abolizione del mercato nero. Lentamente grazie ai debiti di guerra pagati dalla Germania, al sostegno statunitense e alla rimesse degli ebrei dall’estero l’economia si riprese, e l’edilizia pubblica si espanse.

All’interno dello stato di Israele erano all’epoca presenti 156.000 arabi, cifra che si consolidò quadruplicandosi negli anni successivi. Israele non ebbe una legge che ne


regolamentasse la presenza fino al 1950 quando con la “legge del ritorno” si consentì a tutti gli ebrei immigrati di accedere alla cittadinanza. In questo modo si escludeva la popolazione araba, poiché per ottenere tale status di cittadinanza il richiedente doveva dimostrare di vivere in Israele da almeno tre anni, di conoscere l’ebraico e di rinunciare alla doppia cittadinanza. Nei confronti degli arabi furono applicate le misure previste da “Defence Emergy Regulation” regolamento adottato dagli inglesi nel 1945, cioè limitazioni riguardanti gli espropri, l’uso del coprifuoco, deportazioni ed evacuazioni. L’impegno da parte dell’ONU a non espropriare le terre in proprietà araba venne meno quando il governo provvisorio emanò le prime leggi per impedire il ritorno degli arabi fuggiti durante la guerra sui terreni di loro proprietà. In meno di due anni il 40% delle terre regolarmente appartenenti ad arabi venne confiscato. Il colpo economico subito dalla comunità palestinese fu pesantissimo e produsse anche interminabili cause con le autorità amministrative israeliane, senza che però cambiasse qualcosa.

Le premesse della guerra del 1956

Il Consiglio di sicurezza dell’ONU con l’accordo di Rodi aveva sancito una pace precaria, che non teneva conto delle istanze delle parti coinvolte. Innanzitutto occorreva dare una dignitosa sistemazione ai profughi palestinesi che nel 1954 rappresentavano il 10% della popolazione libanese e il 30% di quella Giordana.

Dal punto di vista geografico, Israele era particolarmente vulnerabile con più di 600 miglia di confine indifendibili in profondità, pertanto i tre quarti della popolazione erano concentrati tra Haifa e Tel Aviv. Le minacce provenivano dalla Siria, che dalle alture del Golan dominava con le proprie artiglierie i confini settentrionali e il porto di Eliat, sul mar Rosso che poteva essere compromesso da un blocco navale egiziano. In Egitto la rivoluzione socialista degli Ufficiali liberi di Nasser alimentava una generale euforia.

Nel tentativo di ridimensionare le mire geopolitiche occidentali, i Paesi arabi si mobilitarono per isolare Israele economicamente. Questa strategia prevedeva anche


il blocco da parte egiziana del canale di Suez, cioè uno scalo commerciale di primaria importanza per Israele.

Sul piano della politica internazionale Israele tentò di mantenere un’equidistanza diplomatica tra USA e URSS, tuttavia la crescente dipendenza economica di Israele dagli USA, iniziata negli anni della crisi economica, non lasciò a lungo inalterata la situazione, che sfociò nella dichiarazione di condanna da parte israeliana nei confronti della Corea del Nord quando questa invase la parte sud della Regione Coreana. In questo modo Israele si alienò i favori dell’URSS.

Sta di fatto che mentre in quegli anni, successivi alla guerra, che videro in tutto il mondo verificarsi una serie di sommovimenti che interessarono tutti o quasi i popoli ex coloniali, Israele non prese alcuna posizione, tanto che quando nel 1955 alla conferenza afroasiatica gli Arabi posero il veto alla presenza israeliana, nessuno si oppose. Gli USA da parte loro negarono l’ingresso di Israele nella Nato, mentre la Francia si mostrò vicina grazie alla condivisione dell’orientamento socialista, e alla ostilità condivisa dai due paesi per il sostegno nasseriano ai ribelli algerini, ciò che garantì agli israeliani le prime forniture di armi.

Con l’inizio vero e proprio della guerra fredda USA e URSS si disinteressarono inizialmente della questione di Israele e della Palestina. Tuttavia l’URSS non poteva rimanere inattiva sullo scacchiere mediorientale in quanto dopo la rivoluzione del 1952 era salito al potere in Egitto Gaml Abd al Nasser, un uomo forte e soprattutto una fonte di minacce sia militari sia economiche . Dopo la rottura con Israele dovuta sempre alla guerra di Corea, l’URSS manifestò un esplicito appoggio a paesi arabi come Siria ed Egitto. Con il patto di Bagdad il capo egiziano tentò di coinvolgere l’URSS nella costruzione della diga di Assuan, dopodiché tentò di affermare la propria influenza commerciale nazionalizzando il canale di Suez. Per reazione Francia e Inghilterra schierarono imponenti forze presso il canale coinvolgendo anche Israele. Le ostilità iniziarono nel 1956, il 29 ottobre. L’esercito egiziano si mostrò subito impreparato. Le forze israeliane in tre giorni travolsero quelle di Nasser, dilagando nel Sinai. Per opera di mediazione da part di Krushev le truppe


egiziane rimaste si ritirarono dal Sinai che rimase, anche a causa della inattività di Francia e Inghilterra, nelle mani di Israele. Grazie all’intermediazione degli USA, il consiglio di sicurezza dell’ONU decretò la fine delle ostilità. Nasser, che usciva sconfitto dal confronto bellico, ebbe però la capacità di porsi come il leader dei movimenti di indipendenza africani ed asiatici e l’attore più importante della guerra fredda in medio oriente. Tuttavia egli dovette far fronte ad alcune condizioni imposte dai vincitori e cioè consentire il libero transito attraverso il canale di Suez, la rimozione del blocco nello stretto di Tiran, la demilitarizzazione del Sinai. Grazie all’adempimento di queste condizioni le forze di pace  anglo–francesi abbandonarono il paese.

Negli undici anni seguenti Israele divenne uno dei referenti occidentali del commercio petrolifero tra Iran e Europa, sviluppò importanti infrastrutture industriali che favorirono una rapida crescita economica, trasformandolo in un attore politico mondiale.

Durante il decennio successivo alla sua fondazione, Israele definì la propria politica internazionale. Il principale fornitore di armi rimase per un certo tempo la Francia, sostituita dagli USA. Inoltre altre nazioni vendevano segretamente armi ad Israele per non inimicarsi i paesi arabi. Ad un certo punto le spese militari di Israele divennero molto onerose e andarono ad incidere sulla situazione economica complessiva. La popolazione araba che viveva entro i confini passò da 156.000 nel 1956 a 301.000 nel 1966. Dopo il 1948, benché il 75% degli arabi si fosse insediato nella Galilea, solo il 35% dei palestinesi erano impegnati nell’agricoltura, mentre la maggioranza era costituita da lavoratori salariati nelle industrie, e una piccola parte svolgeva piccole attività libero – professionali. Vennero addirittura creati dei ghetti per gli arabi. Politicamente i palestinesi arabi nutrivano simpatie per i partiti di sinistra e quando questi ultimi appoggiarono Nasser la questione palestinese ebbe risvolti mondiali.

I motivi dello scontento palestinese erano innanzitutto dovuti ad una linea governativa contraddittoria, che dava spazio da un lato ad espropri con indennizzi


ridicoli di contro a iniziative per miglioramenti agricoli. Oppure sostegni alle scuole arabe e discriminazioni lavorative verso i laureati palestinesi anche se provenienti da scuole ebraiche. Furono questi alcuni dei motivi che portarono alla nascita  dell’OLP, sulla base di accordi tra gruppi che rivendicavano istanze simili, e sotto il patrocinio di al Fatah fondata da Yasser Arafat e Khalil Wizir. Le rivendicazioni dell’OLP erano relative alla liquidazione di Israele sul piano politico, militare, sociale e culturale e la costituzione di un esercito di liberazione.

I finanziamenti alla nuova organizzazione arrivarono dai paesi arabi e soprattutto da Nasser il quale aveva dichiarato nel 1962 la costituzione di un documento relativo alla formazione di un movimento antisionista permanente.

La guerra dei sei giorni

Il conflitto arabo-israeliano del 1967 è uno tra i più difficili da comprendere per la disparità di forze in campo, la rapidità con cui gli israeliani annientarono gli eserciti nemici e il contesto generale in cui maturarono quegli avvenimenti. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto va ricordato, senza scendere nei particolari, che il quadro internazionale vedeva i paesi musulmani circostanti il territorio israeliano caratterizzati da un profonda ostilità sempre nei riguardi di Israele, sostanzialmente a causa delle precarie condizioni in cui erano costretti a vivere i palestinesi arabi in Terra Santa. Tralasciando le singole dinamiche internazionali, in cui non mancarono la presenza attiva dell’URSS e degli USA, si pone come necessaria una descrizione degli eventi bellici. Con un attacco a sorpresa, la mattina del 5 giugno 1967, in poche ore l’aviazione israeliana distrusse a terra quella egiziana, giordana e siriana. Poi, grazie alla supremazia aerea le truppe di terra in tre giorni conquistarono il Sinai, insieme alla città antica di Gerusalemme. Infine l’esercito israeliano si impadroniva delle alture del Golan e si attestava a 45 Km da Damasco, il 10 giugno 1967.

I leaders arabi pagarono cara la sconfitta, che produsse al loro interno sollevazioni popolari quando non vere e proprie rivoluzioni e colpi di stato. Per far fronte alla situazione si riunì il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nel cui ambito la


maggioranza dei membri era favorevole ad un ritiro immediato da parte israeliana dai territori occupati, obiettivo sul quale convergevano gli interessi dei Paesi arabi, i quali continuavano a negare il proprio riconoscimento internazionale ad Israele. La risoluzione ONU, poiché diplomaticamente ambigua, non soddisfece gli interessi di nessuna delle parti in causa. A parte l’interesse manifestato dall’ONU al fine di ricomporre i dissidi e le rivalità che la situazione evidenziava, non vi fu modo non già di avviare trattative da entrambe le parti ma finanche di redigere una bozza di accordo su un piano di ripartizione della sovranità sui territori dall’una e dall’altra parte.

La guerra dei sei giorni comportò cambiamenti decisivi sullo scenario internazionale. L’Unione Sovietica ruppe i rapporti con Israele e sancì il legame tra panarabismo e comunismo ed accostò il concetto di sionismo a quello di razzismo. La priorità del problema dei profughi fu alla base dell’emancipazione palestinese dalla tutela dei regimi arabi.

Va infine sottolineato che se da principio la contrapposizione araba verso Israele aveva assunto il linguaggio rivoluzionario del marxismo ponendosi come laica, anticolonialista, antimperialista, dopo il 1967 assunse i toni mistici dell’Islam politico, con relativi rimandi alla guerra santa. Anche in Israele sorse un movimento simile anche se ovviamente speculare, che univa messianesimo e azione politica: il Gush Emunim o Blocco della Fede.

Tra il 1967 e il 1973 Israele creò dei punti di popolamento o colonizzazione dei territori sottratti agli arabi durante la guerra. Naturalmente venne prontamente emanata una risoluzione ONU che vietava agli ebrei di compiere quel passo. Israele si limitò a rispondere che le misure adottate miravano soltanto a proteggere i luoghi santi il cui accesso era impedito, fino a prima delle ostilità, dal veto giordano. Intanto gli espropri ai danni dei Palestinesi continuavano nel silenzio generale.

Una volta conquistati, dopo la guerra, i territori precedentemente appartenenti al novero dei paesi musulmani dell’area, Israele era convinto di poter continuare ad esercitare su di essi la propria influenza, ma non aveva previsto di dover fare i conti


con una resistenza palestinese che premeva, armi alla mano, per limitare il potere degli ebrei sui territori. L’ostilità palestinese si manifestò sin dai primi momenti con scioperi di funzionari che rifiutavano di lavorare per il governo israeliano. Con Arafat ai vertici dell’OLP dopo il 1968 cominciarono ad acuirsi e a imbarbarirsi i rapporti con Israele da parte palestinese. E’ del 1970 l’attacco palestinese di Settembre Nero. L’OLP divenne una sorta di organizzazione interpartitica, una sorta di federazione che accomunava movimenti e organizzazioni animate dalle stesse idee e dalla medesime rivendicazioni. I palestinesi dell’OLP crearono dei propri insediamenti e delle proprie basi al confine giordano dal quale poi si spostavano per compiere azioni contro il nemico ebraico.

Nello stesso periodo in cui l’OLP iniziava a compiere attentati, Egitto e Israele avevano concluso accordi di pace relativi al Canale di Suez. Intanto re Hussein di Giordania, mosso da ostilità nei confronti dei palestinesi che occupavano i suoi territori, lanciò un attacco contro i campi profughi palestinesi al confine, ciò che provocò ampie ritorsioni da parte della Siria e dell’Iraq che però rimasero nel novero delle intenzioni a causa dell’intervento ebraico in aiuto di Hussein. I profughi palestinesi che fuggivano da tali scontri si rifugiarono in Siria e in Libano, che era un paese multietnico e la cui multiculturalità non costituiva un problema per gli altri paesi arabi dell’area. Ciononostante ci si stava preparando ad un nuovo conflitto: la guerra del Kippur.

La guerra del Kippur

L’Unione sovietica considerava il medio oriente una posta troppo importante, e non voleva abbandonare Paesi demograficamente consistenti come la Siria o l’Egitto. Nell’intento  di  fare  di quest’ultimo  una  base  militare  i sovietici  inviarono  circa

14.000 esperti militari, una flotta da guerra di oltre 60 navi e organizzarono un sistema di protezione del canale di Suez con missili terra aria Sam 4 e Sam 6. Gli incidenti lungo il canale a iniziativa israeliana cominciarono già nel 1967. Anche l’alleanza tra USA e Israele diventò più stretta e le spese militari di quest’ultimo crebbero  notevolmente.  Nell’estate  del  1970  vi  fu  un  tentativo  per  riprendere i


colloqui tra Egitto e Israele, per iniziativa di USA e URSS, ma gli incontri furono interrotti dalla morte di Nasser. Il successore di quest’ultimo, Sadat, chiese l’appoggio sovietico per cacciare gli israeliani dal Sinai. Data la scarsa considerazione da parte sovietica, Sadat decise di allontanare tutti i consiglieri sovietici dall’Egitto. Privo di appoggi anche in ambienti USA, Sadat si rivolse al mondo arabo e in particolare alla Siria, al Libano e alla Giordania, che appoggiarono il leader egiziano.

L’attacco da parte di Siria ed Egitto venne sferrato il 6 ottobre del 1973. La situazione internazionale era propizia ad una iniziativa di tal genere in quanto ciascuno degli Stati che avrebbero potuto intervenire erano invece impegnati in problematiche interne, ad esempio gli USA a causa dello scandalo Watergate, l’Europa alle prese con dissensi interni al continente e gli arabi impegnati nel mese sacro di Ramadan. L’azione egiziana si svolse nel giorno del Kippur, quando in tutto Israele viene regolarmente sospesa qualsiasi attività. L’esercito israeliano, totalmente impreparato per un attacco a sorpresa subì ingenti perdite e dovette ritirarsi da una parte consistente dei territori conquistati nel 1967.

Tuttavia la macchina bellica di Israele non tardò ad riorganizzarsi. Le posizioni perdute furono riconquistate nel giro di quattro giorni, e oltre a ciò gli israeliani arrivarono fino alle porte di Damasco. Il 24 ottobre, quando venne accettata l’ultima tregua, l’esercito ebraico era penetrato profondamente in Egitto e avrebbe potuto puntare direttamente sul Cairo. A causa del’intervento dei sovietici la situazione subì uno stallo. Il Consiglio di sicurezza si riunì il 28 ottobre. Con la conseguente risoluzione l’ONU ribadiva la necessità dell’avvio di negoziati per una pace durevole. Le spese da parte israeliana per respingere l’attacco del kippur erano state di sette miliardi di dollari e cioè l’equivalente dello stesso PIL israeliano dell’anno precedente.

 

Gli anni settanta e il governo del Likud


Le perdite umane arrecate ad Israele dalla guerra del Kippur erano state considerevoli. A causa della minaccia dei missili sovietici, assai più potenti di quelli israeliani, la politica della difesa dei confini conquistati diventava superata, anche perché ad un attacco ai confini da parte di Israele avrebbe potuto far seguito una reazione sovietica, e ciò, nell’ottica dei paesi arabi dell’area, non doveva accadere. Per la prima volta dal 1948 la gente si sentiva vulnerabile. Dal punto di vista diplomatico, dopo la guerra Israele si trovò di nuovo isolato. Oltre come detto ai comunisti, anche i Paesi non allineati, quelli africani, delusi dalle aspettative propagandate dall’Occidente e quindi anche da Israele, si schierarono a favore degli arabi. Alcuni paesi africani come l’Etiopia di Hailé Salassié ritennero giunto il momento di concludere un’alleanza tra paesi musulmani nella prospettiva della creazione di una organizzazione federativa africana. Anche Europa e Giappone, intimorite dalla possibilità di sanzioni sulle forniture di petrolio da parte dei regimi islamici, negarono il loro appoggio ad Israele, anzi comminarono allo stato ebraico delle sanzioni tramite l’embargo militare e tecnologico. Insomma si creò una situazione nella quale maggiore era l’ostilità di un paese verso Israele maggiori erano le forniture di petrolio di cui poteva beneficiare presso gli stati produttori. In questo contesto, negli ambienti di potere in Israele, maturò la decisione di avviare negoziati di pace. Accanto alla enormità delle spese militari sostenute da Israele per le due guerre, il deficit tra importazioni e esportazioni era passato da 1 a 3,5 miliardi di dollari tra il 1972 e il 1974. L’inflazione era cresciuta sino al 56% costringendo il governo di Rabin ad una svalutazione e all’introduzione di nuove tasse. A ciò si aggiungeva la necessità a causa delle pressioni sovietiche di accogliere 60.000 ebrei all’anno, ciò che costituiva un peso ulteriore per un paese già provato quale era Israele. Infine l’OLP aveva acquisito una certa rilevanza internazionale, era stata riconosciuta nel 1975 da più di 100 governi ed Arafat cominciava ad essere famoso anche in Occidente. Sadat si era reso conto delle difficoltà di Israele e ritenne che trattative diplomatiche con Israele sotto l’egida degli USA fossero qualcosa di non inattuabile ed anche una scelta poco rischiosa rispetto ad una nuova guerra che


sicuramente neanche Israele per quanto detto avrebbe voluto. D’altra parte anche Sadat doveva affrontare problemi interni come un tasso di inflazione del 40%, uno squilibrio notevole nella bilancia dei pagamenti, un diffuso analfabetismo, l’esodo degli sfollati di guerra verso il Cairo e la problematica costituita da periodiche sollevazioni popolari. Infine un tentativo di pacificazione era sentito come necessario anche dagli USA che non intendevano alienarsi le simpatie dei paesi produttori di petrolio. Le richieste egiziane riguardavano i territori occupati e la smobilitazione delle forze israeliane. Gli israeliani chiedevano misure di sicurezza presso il Sinai che impedissero una nuova guerra, la sicurezza dei confini meridionali, il libero transito nel canale di Suez, un accordo di non belligeranza e la cessazione della violenta propaganda antiebraica da parte dell’Egitto.

Il primo colloquio si svolse con il benestare dell’URSS nella persona del ministro Kossighin e degli USA con il segretario di stato Kissinger. Successivamente si tenne una conferenza di pace il 21dicembre a Ginevra con la presenza di USA, URSS, Egitto e Giordania. Siriani e Palestinesi negarono la loro partecipazione e costituirono insieme a Libia ed Iraq un fronte del rifiuto sotto protezione sovietica.  Il passo più importante nell’avanzamento delle trattative di pace si ebbe il 18 gennaio 1974 con accordo di ambo le parti per una tregua, nel rispetto delle reciproche richieste.

Intanto sul confine siriano erano ripresi gli scontri, poiché la leadership Siriana era irremovibile sulla questione del ritiro dal Golan da parte di Israele e inoltre giocava la carta dei prigionieri di guerra rifiutandone la restituzione. Tuttavia Kissinger riuscì a convincere Assad, il leader siriano, ad una tregua sulla base della offerta ella collaborazione statunitense in campo economico e tecnologico, e della cessione da parte siriana della zona contesa ad una forza di pace che garantisse sia gli interessi siriani che quelli degli ebrei. Anche l’Europa favorì il percorso di distensione firmando con Israele un accordo che prevedeva una zona di libero scambio. Il difficile processo di pace terminò con una visita del presidente egiziano in Israele e un suo discorso alla Knesset.


L’accordo di pace del 1979

Il 26 marzo del 1979 Sadat firmò il trattato di pace con Israele sulla base di precedenti accordi intervenuti tra Carter e Begin, ricordati come Accordi di Camp David. Begin, divenuto primo ministro nel 1977 promise che Israele sarebbe venuto incontro a tutte le richieste avanzate dai paesi musulmani con successivi accordi con questi ultimi e con l’OLP. Quest’ultima proposta venne rigettata con virulenza sia dall’OLP che dai Paesi della Lega araba.

Nonostante si fosse fatto promotore di questo accordo Sadat non riuscì a gestire convenientemente i problemi dell’economia egiziana, e d’altra parte in campo internazionale non ottenne tutto ciò che avrebbe potuto se avesse posto in essere una condotta differente. Tutto ciò fu probabilmente quanto armò la mano del suo assassino.

Gli anni che seguirono furono segnati da violenze, fondamentalismi, contrapposizioni di interessi sia nel mondo islamico che ebraico. La crisi del comunismo e il conseguente declino dell’URSS a livello internazionale e il clima di violenza esasperata che interessava ancora la regione mediorientale, ponevano questioni che non potevano lasciare indifferenti le parti in gioco.

Finalmente nel 1987 l’Egitto fu reintegrato all’interno del mondo arabo. Col tempo sia israeliani che palestinesi giunsero alla conclusione che la mediazione, anche tra OLP e destra ebraica non poteva non essere l’unico modo per ottenere una stabile convivenza tra le due etnie che essi rappresentavano.

La situazione palestinese

Le disposizioni dell’accordo di Camp David non erano abbastanza chiare per quanto atteneva all’indipendenza palestinese. I problemi sul tappeto erano irrisolti nonostante tutto. Nel 1979 i Palestinesi contavano una popolazione di 750.000 persone nella West Bank e di circa 450.000 a Gaza, il loro livello di vita si era elevato di molto ed era superiore a quello di alcuni Paesi arabi della regione. Il dislivello tra aumento del PIL israeliano e quello dei palestinesi di Gaza era  notevole e le cifre andavano a favore dei palestinesi. Anche il tasso di analfabetismo


seguiva lo stesso trend. Il maggiore disagio dei ceti arabo – palestinesi emergenti era la prospettiva di un futuro precario. Indipendentemente dalla loro formazione i giovani palestinesi continuavano a svolgere mansioni secondarie, mal pagate e prive di tutela sindacale. Da parte israeliana, il premier Rabin, messo alle strette dal partito Nazionale Religioso all’interno del governo fu portato ad accettare la creazione di nuovi insediamenti nei territori. A causa di questa scelta da parte della leadership israeliana, i giovani palestinesi insorsero e Rabin di nuovo messo alle strette e sperando così di moderare i protestatari, concesse libere elezioni che però videro affermarsi una schiacciante maggioranza dei rappresentanti dell’OLP, che chiedevano nient’altro che la risoluzione del problema nazionale. Anche in questo caso Rabin espresse scelte politiche incerte, ma alla fine non ascoltò le pretese degli eletti a Gaza e in West bank. La guerriglia e il terrorismo ripresero. Quando poi salirono al potere i conservatori, la posizione in merito alla Palestina subì una involuzione: l’unica forma di autonomia per i Palestinesi doveva  riguardare l’aspetto amministrativo, e non poteva estendersi al suolo, come qualunque stato nazionale, perché il suolo era sacro, per tutti gli ebrei ma non per i palestinesi. Il partito conservatore decise di estendere gli insediamenti nei territori fino a 300.000 persone. Con un decreto si concedeva ai villaggi ebraici, situati nelle punte avanzate del territorio colonizzato di recente dagli ebrei, il diritto di organizzare la propria difesa militarmente, cioè di circolare armati, ciò che ovviamente non fu di beneficio ad una situazione già di per sé esplosiva. Le infrastrutture che vennero costruite, come strade o acquedotti furono realizzate per collegare gli insediamenti ebraici con l’entroterra e isolare i villaggi arabi privandoli anche di acqua potabile. Tra il 1974 e il 1979 i morti in totale furono1.207 e 2.950 i feriti. Nel 1980 poi, una legge definita “fondamentale” dichiarò Gerusalemme capitale unica dello Stato di Israele. Nel 1981 gli ebrei si erano ormai insediati sul 30% del territorio della West bank che ben presto dalle 18.000 unità iniziali si sarebbe sestuplicata solo dieci anni più tardi. Nello stesso anno anche il Golan veniva annesso, in spregio alle direttive ONU e agli accordi di Camp David.


L’invasione del Libano

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 vi fu una serie di avvenimenti riassumibili con l’aumento del prezzo del petrolio, triplicatosi nel decennio successivo, la rinascita del fondamentalismo religioso islamico con la rivoluzione iraniana khomeinista, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, il conflitto tra Iran e Iraq, il problematizzarsi della guerra civile in Libano, con spostamento nel Paese dei cedri, dello scontro arabo-israeliano.

Nel 1981 il governo israeliano venne destituito a causa di scandali che interessarono i conservatori. Begin venne rieletto nelle nuove consultazioni, sebbene di misura, sfruttando l’appoggio dei partiti religiosi, della componente sefardita, e il conflitto interno al partito laburista tra Rabin e Peres. Il piano di insediamento di Begin nella West bank richiedeva una serie di misure repressive, tra cui le più estreme erano le deportazioni cioè i rastrellamenti nei villaggi arabi di giovani attivisti, condotti poi oltre la frontiera giordana. Questi flussi furono poi per esigenze logistiche diretti verso il Libano. Dalla metà degli anni settanta furono costretti a spostarsi in Libano circa 300.000 palestinesi, i quali vivevano in quel Paese nelle peggiori condizioni di tutto il mondo arabo. Erano sicuramente guardati con sospetto dal governo maronita, di fede cristiana, erano di fatto esclusi dalla vita produttiva del Paese e andavano ad ingrossare le file del sottoproletariato urbano. Data l’entità del problema esso fu presto preso a cuore dalla dirigenza dell’OLP che, dal quartier generale di Beirut aveva arruolato tutti coloro che si trovavano nei campi profughi. Disponendo dei fondi provenienti da Arabia Saudita e dai Paesi del Golfo, Arafat e suoi avevano organizzato una efficiente rete di assistenza che comprendeva ospedali, scuole, stazioni radio, banche, servizi telefonici, fattorie ed imprese dove trovavano impiego migliaia di dipendenti palestinesi. Nella regione del Monte Hermon la guerriglia palestinese aveva creato centinaia di rifugi dove erano custodite armi provenienti dalla Libia e dall’Unione Sovietica e decine di campi di addestramento da cui i feddayn partivano per le loro incursioni. Per reazione gli israeliani mettevano in atto raid aerei che spesso colpivano la popolazione civile libanese e palestinese.


La guerra civile libanese era iniziata nel 1974, in una imboscata da parte di un’unità militare di falangisti maroniti in un autobus che stava trasportando passeggeri palestinesi alla periferia di Beirut. La reazione palestinese fu violenta e provocò la morte di diversi cristiani e gli incidenti si diffusero nella capitale. I musulmani libanesi si unirono ai palestinesi e in breve gli scontri sfuggirono al controllo del governo. La Siria inviò nuclei militari palestinesi e il conflitto volse a favore dei musulmani. Alla fine Assad decise di intervenire per porre fine ai combattimenti che avevano già provocato 70.000 morti ma chiese uno stanziamento di sue truppe, truppe siriane su territorio libanese a tutela dell’ordine interno. In pratica gli israeliani controllavano lo spazio aereo, le truppe di terra dell’OLP rinunciavano  alle incursioni per il dovere di tutelare l’ordine a sua volta presidiato dai siriani mentre gli sconfinamenti palestinesi, se proprio ve ne fossero stati, furono posti  sotto il controllo di un ex ufficiale cristiano originario del Libano. Questa tregua funzionò per due anni, dopo di che tutto tornò come prima, anzi forse in proporzioni ancora più gravi di prima.

Nel 1978 gli israeliani in risposta ad un attacco palestinese che aveva provocato

34.000 vittime penetrarono una prima volta in Libano con 8.000 uomini richiedendo l’intervento della forza di pace dell’ONU che iniziò il presidio della zona con 3.000 uomini. Nel 1981, a causa di un attentato da parte di falangisti cristiani contro un ponte presidiato da siriani Assad decise di spostare i missili SAM 6 nella valle della Beka’a. Furono episodi come questi che fecero maturare in Begin l’idea dell’intervento, che non doveva solo stroncare la resistenza palestinese ma anche eliminare la presenza siriana in Libano per instaurare un governo cristiano alleato di Israele. Il pretesto per l’attacco fu l’attentato all’ambasciatore israeliano a Londra, il

3 giugno del 1982, ad opera di un militante palestinese. In risposta il giorno seguente un massiccio bombardamento preluse all’avanzamento israeliano forte di

80.000 uomini lungo la costa per evitare l’artiglieria dell’esercito di Damasco. Il terzo giorno gli aerei israeliani distrussero le batterie dei missili siriani e le truppe di Damasco si ritirarono con gravi perdite. Due giorni dopo gli israeliani cessarono la


loro invasione ma in realtà continuando a combattere e raggiungendo la periferia orientale di Beirut. Le perdite palestinesi furono di 6.000 persone, le israeliane di 800. Rimaneva la questione più delicata da risolvere. Bisognava eliminare la presenza palestinese da Beirut ovest, ma né israeliani falangisti vollero impegnarsi in un combattimento lento e sanguinoso. Begin decise per l’assedio e Beirut venne bombardata dal mare, dai monti e dall’aria per ben due mesi. Alla fine  i profughi libanesi vennero evacuati dalle forze di pace dell’ONU e inviati nei paesi viciniori. Ma la vendetta palestinese non si fece attendere. Bashir Gemayel, dopo aver vinto le elezioni israeliane saltò in aria durante un comizio a causa di una bomba probabilmente di matrice siriana. Pochi giorni dopo soldati libanesi pentrarono nei campi di palestinesi di Sabra e Chatila, due quartieri di Beirut e massacrarono oltre 3.000 uomini, donne e bambini. A Gemayel successe il fratello Amin, il quale pensò di ristabilire l’antica alleanza con la componente sunnita della regione di Beirut. Questo però doveva essere solo il primo passo per la conclusione di un patto ufficiale con ritiro di siriani e israeliani dal territorio libanese e l’instaurazione di relazioni ufficiali tra Libano ed Israele. Il nodo irrisolto era la presenza di milizie cristiane nel sud del Libano. In un clima di tensione mentre i Siriani riarmavano l’esercito, Israeliani e Libanesi si accordarono per un trattato di non belligeranza tra i due paesi e il ritiro israeliano e siriano dal Libano. La Siria però per bocca di Assad rifiutò di collaborare facendo saltare il tentativo di negoziato. Il libano si trasformò a tutti gli effetti in un campo di battaglia. Negli anni a venire gli israeliani persero nel Libano meridionale una cifra di militi pari alla somma delle perdite di tutte le guerre sostenute in passato contro lo stato o gli stati arabi di volta in volta considerati nemici. Alla fine, cioè nel 1983 – 1984 anche le truppe di pace furono colpite dalla furia di un conflitto che sembrava non dover mai finire, con i presidi americano e francese che correvano gli stessi pericoli delle basi degli autoctoni fatte saltare da camion suicidi armati di tritolo. Dopo le  pressioni  del governo di Damasco e gli episodi accaduti nel giro di due anni appena, e sotto


pressione di Damasco, Amyn Gemayel cancellò gli accordi con la Siria e si dimise dall’incarico di capo di governo.

 

Il processo di pace Il dopo Begin

Al momento delle sue dimissioni Begin non aveva un successore. Dopo alcune discussioni all’interno del Likud , emerse la figura di Shamir, benché fortemente compromessa col massacro di Sabra e Chatila. Begin, a parte qualche lodevole iniziativa, non era stato un buon politico. Israele si trovava in condizioni difficili, sia economiche, sia a causa di un tessuto sociale fortemente lacerato. Relativamente poi alla questione palestinese lo stesso governo e la stessa opinione pubblica ebraici non avevano le stesse convinzioni. Ad esempio forte era la contraddizione tra ebrei sefarditi e ashkenaziti. L’agricoltura era depressa a causa di mancanza di mercati esteri affidabili. La politica degli insediamenti e le risorse militari spese in Libano avevano causato un tasso di inflazione che nel 1983 era del 400% annuo e un debito pubblico decuplicato dal 1977. Il governo Shamir fu perciò costretto nel mese di ottobre del 1983 ad imporre un piano che trasformava titoli bancari in obbligazioni statali, redimibili in 5 anni, e nelle settimane seguenti a svalutare lo shekel del 23% per controllare il debito con l’estero. Vennero introdotte nuove tasse e limiti sulla quantità di valuta acquistabile per chi si recava all’estero. Queste misure non risolsero però completamente la situazione. Nel 1984 la  defezione dalla coalizione di governo della lista Tami, determinò il governo a indire elezioni anticipate. I laburisti guidati da Peres vinsero di misura ma data la incapacità di costituire una stabile coalizione optarono per un governo di unità nazionale alleandosi al Likud.

Uno dei primi provvedimenti del nuovo governo fu il ritiro dal Libano, lasciando una presenza militare a ridosso del confine. In questo modo fu possibile riallacciare rapporti con l’Europa e con gran parte dei Paesi africani. A livello interno un rigido controllo dei salari e dei prezzi ridusse l’inflazione. Il commercio con l’Europa aveva avuto negli anni esito negativo, ragion per cui il governo negoziò un’area di


libero scambio con gli Stati Uniti per un certo numero di prodotti agricoli e industriali. Infine sempre a livello interno le aziende pubbliche in perdita furono ristrutturate, nel campo dei trasporti marittimi, ferroviari ed aerei. Infine nel 1986 vennero ristabiliti i rapporti con l’Egitto grazie ad un arbitrato della suprema corte dell’Aia che decise in favore dell’Egitto la questione della sovranità del porto di Taba, che venne considerato parte della penisola del Sinai.

 

 

Il faticoso avvio del processo di pace

Rimaneva irrisolta la questione più delicata, ossia quella relativa ai territori occupati. Già nel 1977 il primo ministro israeliano in più occasioni aveva dichiarato di essere favorevole ad una ripartizione territoriale che prevedesse l’estensione della legge giordana alla West bank. In tal senso i primi contatti privati tra Hussein e Peres avvennero nel 1987 a Parigi e a Londra con il benestare degli Stati Uniti, il tacito supporto egiziano ma all’insaputa del Likud e dell’OLP. I due leader ipotizzarono di sottomettere la questione all’ONU e al suo Consiglio di Sicurezza. Quando l’anno successivo il Likud si avvicendò al governo e la situazione pregressa si venne a sapere, Shamir parlò di tradimento e Arafat precisò che non era sua intenzione convivere con lo Stato di Israele. Le elezioni del 1988 diedero vita a un governo di unità nazionale, che a sua volta determinò una situazione di stallo nella quale re Hussein ebbe la sua parte. Hussein e il suo paese avevano sempre pagato lo stipendio di funzionari, impiegati pubblici, poliziotti, insegnanti, la moneta era rimasta la stessa e i programmi di insegnamento nelle scuole palestinesi rette da leggi giordane, erano gli stessi che in Giordania. Hussein si era anche impegnato ad investire fondi per costruire case, strade, scuole e per migliorare il porto di Gaza. Ma ora dato che le cose tra palestinesi e ebrei nelle zone contese non cambiavano perché ne mancava la volontà, allora cessava anche l’impegno della Giordania verso un possibile e stabile accordo di pace. Un altro cambiamento non era stato ancora previsto, ossia il malcontento palestinese che esplose lungo il confine giordano.


L’intifada ovvero il risveglio palestinese

Nel 1986 i Palestinesi dei territori erano 1.261.000 di cui mezzo milione viveva a Gaza. I problemi dell’area, innanzitutto a carattere economico e nonostante le dichiarazioni ufficiali del governo israeliano erano sempre gli stessi, ossia lavori di poco conto, analfabetismo diffuso, stagnazione della mobilità sociale. A ciò si aggiungeva il peso della occupazione israeliana, forte di 120.000 soldati. Altro elemento da considerare era lo spostamento del gruppo dirigente dell’OLP a Tunisi con conseguente assenza di tutela verso i Palestinesi dei territori, anche quella minimale garantita dall’OLP. Tuttavia le frange palestinesi stanziate in Israele concepirono un proprio progetto per riuscire ad eliminare i problemi di convivenza con Israele. Essi proposero la prospettiva di un Grande Israele inteso come stato binazionale, in cui agli arabi fosse riconosciuto anche un margine di rilevanza politica a causa del dato numerico indicativo della popolazione araba, cioè un valore assai alto e che chiedeva di non essere trascurato. Questo disegno ovviamente non piacque a Israele che per parte sua incoraggiava i Palestinesi a acquisire la cittadinanza giordana o comunque ad attraversare il Giordano. Poiché le differenze ideologiche continuavano si vennero formando all’interno del mondo palestinese alcuni raggruppamenti organizzati militarmente, il più importante dei quali era Hamas, la cui ideologia propugnava principi socialisti e li cementava con il richiamo alla tradizione, cioè alla pratica coranica, ed accettava la violenza come metodo di lotta politica. Nei territori e in sinergia con l’OLP, Hamas costruì moschee, scuole coraniche, ospedali. Hamas si diffuse rapidamente in alcuni villaggi dei territori e sebbene a volte in contrasto con l’OLP tenne ferma la determinazione a favore della causa palestinese.

Nel novembre del 1986 vi fu una poderosa insurrezione da parte dei palestinesi della West Bank e di Gaza, innescata da un banale incidente stradale tra due vetture guidate l’una da un israeliano e l’altra da palestinesi, senza che le autorità israeliane si attendessero una simile eventualità. Altrettanto inattesa fu la rapidità organizzativa dell’Intifada. Più di 70.000 lavoratori scesero in sciopero, i


commercianti smisero di pagare le tasse e la popolazione cominciò a boicottare i prodotti israeliani. Il mantenimento o il ripristino dell’ordine nelle zone interessate costò a Israele ingenti somme, come costò ingenti somme per il tempo in cui durò, l’Intifada, cioè tutte quelle iniziative che intendevano colpire economicamente Israele. Una volta repressa la rivolta, che peraltro fece il giro dei media internazionali, Israele pose nel 1990 e permanentemente 10.000 uomini come mezzo di controllo e di tutela dell’ordine nelle aree interessate dai torbidi.

Il movimento dell’Intifada suscitò come detto notevole attenzione da parte dell’opinione pubblica internazionale, schierata a favore dei palestinesi contro l’intransigenza israeliana nei territori. Sempre nel 1990, usciti i laburisti dal governo per alcuni disaccordi con i conservatori del Likud, Shamir ebbe mano libera per accentuare la politica di penetrazione nella West bank e a Gaza.

Intanto Arafat aveva dichiarato in sede internazionale di essere d’accordo nel venire incontro alle esigenze israeliane, attraverso la ratifica delle risoluzioni ONU relative alla soluzione del conflitto. Arafat era di nuovo al centro dell’attenzione e gli Stati Uniti, appreso questo nuovo atteggiamento di buona volontà presero subito contatti con l’OLP. I motivi dell’apertura da parte di Arafat erano molteplici. In primo luogo vi era la necessità di controllare l’Intifada cioè un movimento privo di direzione e sostanzialmente spontaneo. In secondo luogo Arafat pretendeva di sedere su un piano di parità con Hussein e Peres che sembravano voler avviare trattative a sua insaputa con altri gruppi filopalestinesi. In terzo luogo l’OLP valutò la possibilità di gestire i flussi di immigrati provenienti dall’URSS. Infine Arafat voleva assicurarsi l’attenzione dei Paesi musulmani della Lega araba, che si mostravano totalmente impegnati a livello diplomatico con la guerra tra Iraq e Iran, trascurando le esigenze palestinesi. A proposito della guerra, i palestinesi si schierarono in massa a favore di Saddam Hussein, ritenendo in questo modo di avvicinarsi anche agli altri Paesi arabi in sede diplomatica, suscitandone una maggiore attenzione verso la questione palestinese. Le conseguenze di questa scelta a livello internazionale furono catastrofiche. Il governo israeliano si chiuse a riccio su qualunque tipo di apertura,


mentre anche l’Occidente prese le distanze da Arafat, e in particolare gli Stati Uniti rinsaldarono la loro alleanza con Israele.

Una volta finita la guerra, e sempre a causa delle dichiarazioni di Arafat, lo sceicco del Kuwait espulse dal proprio territorio 200.000 lavoratori palestinesi, ai quali corrispondeva il 30% del prodotto interno lordo del paese. Anche in Israele molti palestinesi erano stati sostituiti con immigrati dalla Russia.

Dopo la guerra del Golfo gli USA assicurarono aiuti a Egitto e Siria per i danni di guerra, ed espressero l’impegno di ristabilire nei territori una situazione identica a quella di prima della guerra del 1967. La pace con Israele, voluta sia dagli USA che dall’URSS si basava su un accordo che garantiva a Israele il risarcimento dei danni di guerra a condizione di un parziale ritiro dai territori.

Nel 1991 venne indetta la Conferenza di Madrid cui parteciparono alcuni Paesi del mondo arabo insieme a USA e URSS e ovviamente Israele. I colloqui proseguirono fino al 1993. Le questioni sul tappeto erano le solite e interessavano i rapporti civili e militari tra Israele egli altri paesi dell’area. Si pervenne tuttavia di comune accordo ad una distensione nell’area dei territori che interessò anche Israele. Tra tutte le questioni poste sul tappeto ve ne era però una che Israele non avrebbe mai risolto come da tutti auspicato, cioè concedere l’autonomia politico–guridica ai palestinesi dei territori.

Gli accordi di Oslo

Intanto le elezioni israeliane del 1992 avevano premiato ancora una volta Shamir, il quale tentò delle caute aperture verso i Palestinesi, ciò che gli alienò l’appoggio di alcuni partiti della coalizione di cui Shamir era a capo, provocando la caduta del governo. In tale contesto un elemento di rottura fu costituito da una nuova ondata di immigrati dall’URSS, che non vedevano di buon occhio il partito conservatore, il Likud. Ed infatti nelle nuove consultazioni elettorali il Likud perse con ampio margine di scarto a vantaggio del partito laburista. Intanto mentre da un lato si tentava di riprendere le trattative iniziate a Madrid, l’Intifada continuava e molti si chiedevano se Arafat fosse ancora in grado di controllare il movimento. Va anche


evidenziato che nel frattempo un gruppo di professori del Dipartimento di scienze applicate di Oslo favorì contatti ufficiosi tra Arabi palestinesi ed esponenti del governo israeliano. Nell’agosto 1993 anche grazie all’iniziativa di Oslo venne stesa la prima bozza della “Dichiarazione di principi” ratificata a Washington il 13 settembre, cui seguirono però dure contestazioni sia da parte palestinese che ebraica. I punti della dichiarazione erano i seguenti: riconoscimento reciproco tra OLP e Israele, ritiro da Gaza e Gerico da parte Israeliana, con instaurazione di una sovranità palestinese. Dopo un periodo di cinque anni ritiro ebraico dalla West bank con cessione della sovranità ai palestinesi. Gli israeliani si sarebbero limitati a presidiare il territorio, e sempre a loro sarebbe spettato anche il controllo sulla amministrazione giudiziaria.

Successivamente Israeliani, Palestinesi e Giordani si impegnavano ad avviare e concludere accordi definitivi per un definitivo assetto delle loro entità nazionali, compresa la risoluzione dello spinoso problema di Gerusalemme, che però anche insieme alla questione degli insediamenti e dei rifugiati politici sarebbe stato risolto progressivamente in seguito. Il 26 ottobre sempre del 1993 vene siglato l’accordo di pace con la Giordania, che in questo modo ripristinava relazioni diplomatiche e commerciali non solo con Israele ma anche con Tunisi, Marocco, Oman e Qatar. Israele, grazie alle aperture nei confronti dei palestinesi cui aveva aderito cominciò a beneficiare di un più favorevole atteggiamento internazionale nei suoi riguardi.

Le difficoltà di applicazione

Gli accordi intercorsi tra Israele e Palestina furono accompagnati da alcune azioni violente. Il 13 settembre due esponenti di Hamas furono uccisi in un regolamento di conti, ribadendo la distanza dell’OLP dalle frange estreme del movimento di liberazione. Nel 1994 nella moschea di Hebron un militante del Kach, organizzazione fondamentalista sionista, uccise 29 palestinesi in preghiera. Inoltre bisogna ricordare che sempre mentre si trattava per la pace l’esercito di Israele era impegnato contro gli Hezbollah del Libano meridionale, sempre a causa della questione degli insediamenti. Intanto i negoziati continuavano. Il 29 aprile 1994 a


Parigi venne firmato il protocollo sui rapporti economici tra Israele e OLP. Il 4 maggio al Cairo Rabin ed Arafat si accordarono su un piano dettagliato per il ritiro da Gaza e Gerico che iniziò il 17 maggio. Il 7 giugno israeliani e giordani ratificarono un’intesa sui confini e sulle risorse idriche e ambientali. I trattati vennero sottoscritti alla presenza del Presidente Clinton come garante.

Nonostante tutti i progressi compiuti sul piano degli accordi di pace il 1995 si aprì all’insegna dell’incertezza e della violenza. Il 22 gennaio morirono su un autobus fatto esplodere più di 20 persone. Il 28 settembre nonostante tutto, vi fu un accordo siglato a Taba che stabiliva il ritiro israeliano da altre città e villaggi palestinesi, accompagnato da un timido tentativo di Arafat di indire nuove elezioni. L’accordo di Taba non risolse la situazione in quanto venne rifiutato da Siria, Libia e Iran.

Il tentativo di accordo di Taba isolò il suo promotore principale cioè Rabin, che in sede di Knesset rimase in minoranza a vantaggio del Likud e dei partiti conservatori. L’assassinio di Rabin suggellò la insormontabile difficoltà di condurre alla pace la regione dei territori. Questa forte difficoltà si manifestò anche alle elezioni del 1996 vinte dal Likud ma di stretta misura sui laburisti.

Ovviamente la morte di Rabin impressionò tutti, Occidentali, Palestinesi, ebrei sionisti e moderati, laici e religiosi, sollevando sempre gli stessi problemi e le stesse riflessioni, cioè la stabilità della democrazia in Israele, il rapporto con gli arabi, la reazione degli stati della Lega araba , la possibilità di conservare una pace duratura. Nella sua campagna elettorale Netanyahu fece leva proprio su queste paure.

Il capo del governo israeliano di fronte alle pressioni di Clinton, cercò di limitare le ingerenze americane, appoggiando in USA il Partito conservatore cioè il partito repubblicano. Il massimo punto di crisi si verificò nel 1997quando Netanyahu annunciò la costruzione di un nuovo insediamento ad Har Homa. Gli Stati Uniti favorirono questa scelta ponendo il veto in Consiglio di sicurezza ONU. Per tutta risposta Arafat minacciò la compromissione dell’ordine pubblico in quelle zone e in tutti i territori. Dal 21 marzo furono 23 le persone che rimasero vittime di attentati di matrice palestinese. In risposta gli israeliani al governo sanzionarono


economicamente le zone controllate dai palestinesi. Nonostante Netanyahu si fosse comportato esattamente come i suoi predecessori, tra il 1997 e il 1998 ratificò l’accordo su Hebron e il compromesso di Wye nel Maryland. Con il primo si disponeva il ritiro israeliano dall’80% del territorio di Hebron. Con il secondo di decideva il ritiro per il 90% dai territori occupati e il trasferimento di funzioni all’ANP. L’accordo non ha ad oggi avuto applicazione. In sospeso rimangono ancora oggi l’accordo con la Siria, il ritiro israeliano dal sud del Libano e lo Statuto giuridico di Gerusalemme. Questo il quadro assai complesso che fu lasciato in eredità politica a Barak.

Le premesse dei negoziati di Camp David II

Il programma elettorale di Barak, per ciò che concerneva la politica estera prometteva oltre al ritiro dal Libano meridionale, un accordo con siriani e palestinesi da realizzarsi al massimo in due anni. I negoziati di Camp David dovevano considerare alcune questioni pregiudiziali sulle quali non si poteva transigere: Gerusalemme capitale unita di Israele, l’assenza di ritiro totale dai territori conquistati nel 1967, nessun esercito palestinese o straniero al di là del Giordano, una amministrazione israeliana nella maggioranza degli insediamenti palestinesi nei territori.

La ripartizione dei territori concordata col trattato di Taba nel 1995 era la seguente:

-         La zona A, comprendente il 3% della Cisgiordania e il 20% della popolazione palestinese, posta sotto controllo della autorità palestinese.
-         La zona B, circa il 27% del territorio su cui è concentrata la quasi totalità dei 4.540 villaggi palestinesi, affidata ad una amministrazione congiunta, l’ordinaria affidata ai palestinesi, la politica di sicurezza agli israeliani.
-         La zona C, più del 70% del territorio, controllata da Israele.

Arafat, nonostante le limitazioni contenute nel trattato era riuscito ad ottenere, dall’epoca della conclusione del trattato, un corpo armato di 40.000 poliziotti, un aeroporto a Gaza e il controllo sul 70% del territorio palestinese e della relativa


popolazione. Inoltre con la nomina di osservatore all’ONU con il nome di Palestina, l’ANP era stata formalmente riconosciuta.

Accennando per sommi capi ad una analisi sociologica del problema palestinese, ma anche di alcune categorie di ebrei che si trovano ai margini della società,va detto che queste persone sentono un senso di frustrazione che dipende dall’assenza di opportunità che per i più, e si parla di gente di età anagrafica che si aggira intorno ai vent’anni, si traduce nell’attribuzione della responsabilità di tale situazione alla elite israeliana. Purtroppo la politica israeliana è quella di una aggressiva acquisizione di sempre nuovi spazi nelle aree contese con i palestinesi, che si traduce nel trasformare gli arabi che vivono nei territori contesi in una massa di profughi ogni qual volta viene realizzato un nuovo insediamento da parte israeliana, e chiaramente queste azioni di forza da parte di Israele si traducono nella perpetuazione di attentati sia nei confronti dei militari sia nei confronti dei civili israeliani e ovviamente vale anche il contrario. Ma dato che l’organizzazione delle forze militari israeliane è più efficiente di quella palestinese, che manca del tutto di ordine e di mezzi militari, allora si verifica che i musulmani dei territori hanno quasi sempre la peggio in termini di perdite umane.

Ma torniamo a parlare del processo di pace. Al momento del loro incontro sia Arafat che Barak erano indeboliti, l’uno a seguito delle dimissioni di sei ministri, l’altro dall’insofferenza crescente della popolazione per le accuse di corruzione e brutalità al suo sistema di polizia e per l’incapacità da parte sua di controllare efficacemente le azioni degli integralisti. Il punto di disaccordo totale e che determinò l’ennesimo insuccesso nella trattativa di pace a Camp David, fu per Barak la questione dei rifugiati, con rifiuto da parte del premier israeliano di assumersi responsabilità al riguardo. Da parte di Arafat vi sarebbe stata una pedissequa riproposizione del necessità di rispettare le risoluzioni ONU che prevedevano il ritorno dei profughi e  il ritiro israeliano.

A smuovere la situazione di stallo creatasi dopo il nulla di fatto a Camp David II, intervenne la provocazione di Sharon con la passeggiata sulla spianata delle


moschee, con la quale il leader del Likud violava una serie di accordi che a suo tempo avevano riservato quell’area di Gerusalemme ai soli fedeli islamici, provocando un certo numero di disordini e di vittime.

Il problema dei profughi

Con la nascita dello Stato israeliano 750.000 Palestinesi abbandonarono le loro case e i loro averi per riparare nei paesi limitrofi di cultura araba. In precedenza, cioè quando lo stato ebraico era nella sua fase embrionale di costituzione non si era neanche posto da parte di chi di dovere il problema di una convivenza con una minoranza araba. Gran parte dei discendenti dei profughi che all’epoca della nascita di Israele lasciarono la Palestina sono oggi in prevalenza abitanti in Giordania.

All’interno dei negoziati di pace, sono stati costituiti due comitati competenti in materia. Il primo è stato costituito dopo Madrid, e si basa su scelte politiche che vorrebbero escludere i Palestinesi dal contesto nazionale per inviarli nei paesi limitrofi. Il secondo comitato si interessa invece dei ricongiungimenti familiari. Un terzo comitato è sorto con gli accordi di Oslo, e vede la partecipazione dei paesi dell’area a favore della ricollocazione delle cc.dd. “displaced persons”, cioè del ritorno dei profughi nei loro paesi d’origine. Ciò che in quella sede, cioè per il dopo Madrid, si è concordato è il ritorno di 80.000 Palestinesi nei territori.

La Conferenza di Ottawa costituisce al momento la sintesi più aggiornata, risalente al luglio 1999 sul contenzioso dei profughi Palestinesi. Esistono in proposito risoluzioni ONU che riconoscono il diritto palestinese al ritorno e al compenso per i danni subiti. La posizione relativamente alla questione da parte degli USA in sede di negoziato è stata ambivalente, poiché da un lato si sono astenuti dal condannare la politica israeliana, dall’altro hanno manifestato un atteggiamento favorevole al rientro in Israele delle “displaced persons”. La posizione del governo di Barak sul punto è stata assai più dialogante di quella dei suoi predecessori e si è tradotta nel concedere ad Arafat il ritorno di un buon numero di displaced persons, non però nei territori che erano stati arabi fino al 1948, ma negli attuali insediamenti.


Da parte israeliana le soluzioni al problema degli insediamenti ruotano intorno a due scenari principali. Il primo prevede un progetto viario che colleghi tra loro gran parte delle colonie escludendo quelle controllate dall’autorità palestinese ed evitando di attraversarle, ma per fare ciò sarebbe necessario confiscare altre terre per realizzare i collegamenti adeguati. Il secondo scenario prevede di evacuare i palestinesi concedendo loro un rimborso adeguato. I motivi della preoccupazione e del disaccordo palestinesi sono comunque prevedibili, in quanto innanzitutto essi accusano Israele di averli privati delle ricchezze del territorio, e in secondo luogo affermano che i territori comprati da Israele e quindi tolti ai Palestinesi sino al 1948 sarebbero ancora dei primi proprietari, cioè arabi e Palestinesi. Ma vi è anche un terzo punto che riguarda il diritto internazionale, in base al quale le risoluzioni ONU che vengono rivendicate dai Palestinesi prevedono un totale abbandono da parte di Israele dei territori occupati dal 1948.

E’ quindi evidente che il problema degli insediamenti, a lungo rimandato in sede internazionale è l’ostacolo decisivo al processo di pace ed è prodromico a tutte la altre questioni diplomatiche e militari che interessano il medio oriente e i paesi arabi da un lato, Israele dall’altro.

 

La questione di Gerusalemme

Gerusalemme venne dichiarata capitale di Israele nel 1980, previa approvazione dell’esecutivo e del parlamento israeliani. Nel 1983 però una risoluzione ufficiale dell’ONU invalidò la decisione della Knesset e di Begin, allora premier di Israele.

Le dinamiche di insediamento da parte israeliana a Gerusalemme si delinearono dopo la guerra dei sei giorni, quindi a partire dal 1967. Le esigenze che motivarono la costruzione di abitazioni per gli Ebrei erano di due tipi: innanzitutto si trattava di creare una continuità demografica tra la parte occidentale della città e il monte Scopus. Il piano regolatore del 1968 prevedeva due fasi successive di insediamento. La prima consisteva nel popolamento delle aree disabitate, la seconda prevedeva la


costruzione di una cintura di insediamenti, sulle alture circostanti in modo da controllare l’intera regione intorno a Gerusalemme.

I Palestinesi dal canto loro rivendicano i propri diritti su Gerusalemme, oltre che argomentando ragioni storiche, anche per la forte presenza di popolazioni arabe, per l’iniquità degli espropri e il prelievo fiscale sugli immobili considerato discriminatorio.

Un altro nodo spinoso riguarda la città antica cioè il centro di Gerusalemme, uno spazio di appena 4 Km quadrati in cui sono concentrati la maggioranza dei simboli delle tre religioni monoteistiche. Gli israeliani, impedendo la costruzione di abitazioni arabe nel comprensorio urbano della città hanno invece favorito costruzioni ebree e cristiane nell’hinterland così impedendo ai musulmani arabo/palestinesi di insediarsi nel centro. La Knesset in tutti i suoi componenti ha di Gerusalemme la stessa idea, cioè quella di capitale dello stato di Israele. I  Palestinesi per parte loro continuano a invocare la risoluzione ONU che  imponeva di considerare Gerusalemme, come dotata di uno status internazionale garantito, quindi anche palestinese, sotto l’egida sempre delle Nazioni Unite. Le proposte che vari studiosi del problema relativo alla convivenza in Gerusalemme degli esponenti delle tre religioni del Libro son state diverse e in sostanza hanno avuto ad oggetto la risoluzione, su un piano civile e tale da non scontentare nessuno, delle contrapposizioni che impediscono in Gerusalemme la pacifica convivenza tra i fedeli delle tre religioni.

La strada da percorrere è ovviamente lunga e le ipotesi elaborate per garantire la pace sono non abbastanza convincenti e condivisibili sempre nell’ottica di favorire un processo di pace che, in qualunque modo venga concepito non deve provocare negli interessati le forti emozioni negative che per esempio portarono all’assassinio di Rabin e successivamente al boicottaggio del suo progetto di pace. Ciò che vale per Israele e Palestina vale in piccolo anche per Gerusalemme. Se si riuscisse a sancire per via diplomatica la separazione di Gerusalemme in due aree, una ebraica e cristiana e una araba il problema della convivenza delle tre etnie sarebbe


agevolmente risolto. A suo tempo Barak aveva proposto un’amministrazione palestinese a Gerusalemme est e nei luoghi sacri all’interno della città antica.

Nel negoziato di Camp David, per la prima volta si è affrontato il problema della amministrazione della città. La proposta israeliana prevedeva la separazione del settore orientale da quello occidentale. La divisione della città antica contemplava invece l’attribuzione del quartiere ebraico ed armeno agli Israeliani e di quello cristiano e musulmano ai Palestinesi. Il problema, non risolvibile mediante spartizione era però relativo alla spianata delle moschee e al Monte del Tempio, luoghi che a cagione della propria valenza profondamente religiosa non possono ammettere spartizioni perché interessano tutte le religioni praticate in Gerusalemme.

 

La posizione siriana

Il problema che ha da sempre coinvolto le relazioni tra Israele e Siria è relativo alla conquista da parte di Israele durante la guerra dei sei giorni delle Alture del Golan. Al fine di trovare, inizialmente, una soluzione diplomatica da parte del premier Assad, si sostituì l’intento di dotarsi di risorse militari che evitassero un peggioramento della situazione e magari col tempo di raggiungere una potenza militare tale da riuscire a riconquistare i territori sottratti alla Siria durante la guerra. Ciononostante la Siria non riuscì mai a controbilanciare la potenza israeliana, anche per le difficoltà di politica interna in cui si trovava il paese. Vi furono anche altri motivi che scoraggiarono iniziative militari siriane contro Israele. In primo luogo in quanto quest’ultimo disponeva della bomba atomica, in secondo luogo in quanto non si poteva fare appello alla unità dei Paesi arabi, date le rivalità e le contrapposizioni tra i vari leader dell’area. Infine col cessare della guerra fredda la Siria non poteva più contare sull’aiuto sovietico.

La volontà da parte di Assad di mantenere gli eserciti siriani in Libano lo convinse a rivolgere le proprie attenzioni diplomatiche agli USA e a tentare accordi con Israele.


Tali accordi vi furono a causa del fatto che, indebolito l’Iraq a causa della guerra del golfo la Siria rimaneva l’unico problema per quanto riguardava la sicurezza nell’area mediorientale.

Gli intricati negoziati che si susseguirono tra il 1992 e il 1996 raggiunsero una intesa articolata in tre punti. Israele si impegnava al ritiro dal Golan a condizione di poter garantire la protezione militare nei suoi confronti. La Siria si impegnava a concludere un accordo di pace con Israele e a garantirne i confini, ad esempio con la Giordania. Infine anche il Libano avrebbe ratificato un accordo di pace con Israele.

I negoziati subirono uno stallo a causa degli attentati compiuti da Hamas nel 1996, e il cambio di governo israeliano disdisse la politica degli accordi di pace, e dichiarò che la situazione del Golan sarebbe rimasta quella del 1967, senza nulla togliere né aggiungere. Ciò però era molto difficile date anche le caratteristiche della Siria.

La situazione della Siria a livello interno era costituita dalla mescolanza di diversi gruppi etnico – religiosi al cui equilibrio si rendeva necessario quale garante della pace sociale un governo dispotico. La rivoluzione baathista che si verificò negli anni sessanta e che pose Assad al potere fu un avvenimento che riuscì a integrare nell’organizzazione nazionale anche le componenti marginali del paese, cementando l’unità nazionale, ciò che ha garantito sempre ad Assad la gestione assoluta del potere per lungo tempo. Una volta deceduto, Assad fu sostituito da suo figlio il quale addirittura giunse a rivendicare i confini precedenti al conflitto del 1948. Si tratta di poche decine di metri ma che sono fondamentali per garantire l’accesso al lago di Hula e a parte del lago di Tiberiade.

Il Libano

Quanto all’occupazione israeliana del Libano essa era concentrata sul 10% del Paese. Le prime forme di resistenza libanese cominciarono il 16 ottobre 1983 quando un convoglio militare israeliano si intromise nella folla che era intenta a celebrare la festa religiosa sciita di Ashura. Ciò provocò l’emissione di una fatwa a danno degli ebrei. Il 16 febbraio 1985 fece il suo debutto Hezbollah, il partito di Dio, i cui componenti si ripromisero di cacciare Israele dal Libano.


La Siria avrebbe potuto agevolmente intervenire in un contesto di guerra sempre più sanguinoso e più critico ma rinunciò a causa del proprio isolamento internazionale. Tenendo conto di ciò la Siria tentò di avvicinarsi all’Iran. I motivi che determinarono Israele a persistere nella propria politica di occupazione del Libano traevano ovviamente fondamento da trattati internazionali. In particolare alla conferenza di pace di Versailles ad Israele era stato assegnato un territorio che si estendeva sino al fiume Litani, in Libano, e l’invasione del Paese da parte israeliana era perciò giustificata in sede internazionale. Questo tipo di argomentazione era tuttavia abbastanza futile. La realtà era che Israele stava mettendo in atto semplicemente una politica di potenza. Oppure la spiegazione è un’altra. All’atto della fondazione dello stato di Israele nel 1948 Ben Gurion espresse l’intenzione di trasformare il Libano in uno stato cattolico alleato di Israele. E questo progetto fu probabilmente tentato da Sharon nel 1982. In quest’ottica il governo isreliano aveva già dagli anni settanta cominciato a sostenere i militari cristiano-maroniti con forniture di viveri e armi, nonché ovviamente denaro.

Tuttavia la decisione del governo Barak di ritirarsi dal Libano tendeva a ricavare da tale favore, concesso alla Siria mediante il ritiro, che quest’ultima non tentasse azioni militari contro Israele a causa della vertenza del Golan.

Sempre per quanto riguarda il Libano, gli Hezbollah sono consapevoli che il loro ruolo in ottica di guerra ha un senso solo finché Israele costituisce una minaccia e non vedono con ostilità la presenza di truppe siriane a protezione del confine.

In tempi recenti gli equilibri nell’area mediorientale si sono saldati con quelli dell’Asia centrale e in particolare a causa dell’attacco statunitense all’Afghanistan, che ovviamente ha ridisegnato lo scenario geopolitico nell’area. La  guerra in Afghanistan è ovviamente il risultato dell’attacco alle torri gemelle da parte di terroristi legati ad una organizzazione nota come Al–Qaeda il cui leader Osama bin Laden pare discendere da una illustre stirpe di origine araba. E proprio l’Arabia Saudita ha a cuore il problema dell’area degli insediamenti e della questione di Gerusalemme. La risoluzione pacifica del contenzioso gioverebbe anche ai sauditi,


in quanto non più nel mirino di organizzazioni terroristiche anche di origine saudita che minaccerebbero la penisola arabica.

Infine c’è l’Egitto, dotato di una consistenza demografica che è la più alta tra i Paesi dell’area, e il cui presidente Mubarak è un interlocutore privilegiato degli Stati Uniti e di Israele. Questo è ad oggi lo stato della questione.

 

Cristianesimo Il Cristianesimo dalle origini ad oggi

Il Cristianesimo, al pari dell’Ebraismo e dell’Islam, è una religione “rivelata”. Ciò vuol dire che essa si fonda su un avvenimento, nella fattispecie la morte e resurrezione del Cristo, che viene percepito come una manifestazione del sacro, ossia del divino e che non trova possibilità di essere compreso razionalmente. Il Cristianesimo nasce inoltre, per i motivi che vedremo, sul tronco dell’Ebraismo ma da questo si differenzia sempre a causa dell’avvenimento della resurrezione e di tutto ciò che prima di essa Gesù detto il “Nazareno” compì in quel di Nazareth, Gerusalemme ed altri luoghi della Terra Santa. Il Cristianesimo nasce verso l’anno 30 dell’era “volgare”, ed è una religione “fondata” in quanto si ritiene da parte degli storici, che fu in virtù della figura del Cristo che il culto assunse un carattere di spiccata originalità rispetto all’Ebraismo, e che lo rese con quest’ultimo incompatibile. Pur essendo stato il fondatore del Cristianesimo Gesù non scrisse nulla. Furono i suoi discepoli, cioè coloro che lo avevano seguito e sostenuto nelle sue imprese terrene, a raccontare successivamente per iscritto tutti gli episodi più rilevanti della vita del Cristo, soprattutto componendo i quattro vangeli attribuiti dalla storiografia a quattro tra i Suoi dodici apostoli e cioè Marco, Matteo, Luca e Giovanni. Oltre ai vangeli esistono gli “atti degli apostoli”, cioè la descrizione in forma prevalentemente epistolare di ciò che fu l’attività delle prime comunità cristiane nella loro interrelazione con le comunità praticanti altri culti. Gli atti degli apostoli si devono principalmente a Saulo o Paolo di Tarso, un